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SEASONS OF TIME Closed doors to open plains Progressive Promotion Records 2014 GER

«L’avidità ha avvelenato le anime degli uomini» diceva Charlie Chaplin. Frase davvero emblematica, riportata nel booklet come sunto di un concept che vede il quartetto tedesco tornare sulle scene dopo un esordio risalente addirittura a diciassette anni fa. Ritorno (dopo davvero un grande lasso di tempo) contraddistinto dall’approdo alla Progressive Promotion Records, etichetta specializzata proprio nei concept album elaborati secondo matrici tendenti decisamente al prog-metal e comunque di impostazione melodica. La storia in esame è come al solito prodotta e distribuita molto bene dalla label, con grande professionalità e limpidezza di suoni; ma anche in questo caso, occorre valutare bene se è davvero tutto oro ciò che luccica.
Le “Stagioni del Tempo” ci parlano della corsa verso maggior potere, maggiore quantità di denaro, di notorietà, senza alcun riguardo per chi ci siamo lasciati alle spalle. Una cecità verso le aspettative della vita, verso ciò che realmente dovremmo apprezzare in natura rilassandoci e contemplando, sia come singoli individui che come società. Per raccontare tutto questo ci si affida a ben sedici tracce, con uno stile che oscilla soprattutto tra Pink Floyd ed Eloy, avvalendosi della facoltà di entrare e uscire a piacimento dal neo-prog e dal già citato (ed inevitabile) prog-metal, sebbene in quantità minori. Rimandi floydiani che sono fin troppo evidenti fin dai primissimi istanti, tra cinguettii di uccelli in una inquietante idilliaca quiete, dove si sentono voci-radio con effetti strumentali gravi e ripetuti, arcinoti nella produzione del gruppo di Gilomour e Waters. I risultati migliori li si raggiunge nei pezzi strumentali “Bite the bullet” (c’è un pizzico di Neil Zaza…) e “The station at the border of the mind”, nella intro di “Expectation I” e nell’intensa parte anch’essa strumentale della conclusiva “Wide open plains”, che poi termina così com’era cominciato l’album. A dir la verità si sente la necessità di assoldare un cantante di ruolo, perché ci sono canzoni in stile U2 come “A step ahead behind” o “You’re not needed anymore” che sembrano davvero troppo sforzate. Il tipo di voci che il gruppo ha al momento a disposizione si presta invece a pezzi come “Closing doors”, floydiana fino al midollo, e la breve “Expectation III”, che sa molto di Radiohead e presenta enfatici passaggi di chitarra acustica.
Non è tutto oro ciò che luccica, si diceva. L’album comincia anche in maniera discreta, ma non sempre mantiene le aspettative. Risulta gradevole, è vero, ma non certo eccezionale. Da rivedere con opportuni accorgimenti, anche se l’intenzione di base è senza dubbio lodevole.


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Michele Merenda

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