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INSIDE MANKIND Oikoumene Qua’Rock Records 2015 ITA

Si sa, Arezzo ha dato i natali ed ospitalità a personaggi decisamente singolari… Perché questi Inside Mankind – che, come il nome recita, scavano dentro il genere umano – dovrebbero essere un’eccezione? Prog-metal band aretina nata nel 2005 ed autrice di un demo autoprodotto nel 2009 dal titolo “Angel fire”, a suo tempo aveva già destato la favorevole attenzione degli addetti ai lavori. Dopo dei drastici cambi di line-up che oggi vedono come reduce della vecchia formazione il solo batterista Matteo Bidini – la cui somiglianza fisica coll’illustre collega Mike Portnoy, ex Dream Theaer, non è passata affatto inosservata –, sembra che i toscani oggi abbiano trovato un assetto definitivo con cui poter far suonare questo esordio parecchio intricato, con decise puntate verso il power/speed e tematiche nettamente influenzate dalla religione cristiana (ma non dite loro che sono una white metal band, definizione assolutamente respinta al mittente!). Già dal titolo si comprende che ci si dovrà mettere a studiare l’album con molta attenzione, in quanto pregno di spunti e riferimenti che possono facilmente sfuggire. La parola greca “Oikoumene” indica la casa dove tutti abitano, in questo caso l’intero pianeta, in cui vi è la necessità della presenza di Dio per dare un senso (concetto differente da quello di “spiegazione”) al luogo di sovente avverso in cui l’umanità vive. Assieme ai moti d’animo e agli accadimenti che spesso non ci si riesce a spiegare.
Ogni pezzo, tramite narrazioni religiose, fa riferimento a delle questioni esistenziali ben precise, come l’iniziale “Out of the loop” ed il desiderio di libertà, che spiazza fin dal principio l’ascoltatore: dopo un attacco in stile Sieges Even, la voce operistica di Claire Briant Nesti svolazza per tutte le strofe, mentre le ritmiche viaggiano su loro stesse, durissime e complicate; un contrasto che viene un po’ troppo esasperato, tanto che potrebbe persino irritare, con questa voce femminile che dovrebbe avere decisamente più spessore e non insistere nell’arrovellamento continuo. Ma per fortuna si spezza con il ritornello da female-symphonic metal tipicamente scandinavo, fatto bene, e soprattutto con degli spezzoni strumentali dal valore assoluto: grandi slap di basso in un contesto di vecchio stampo Dream Theater (e qui si scopre un’altra somiglianza fisica, cioè quella inquietante del bassista Christian Luconi con John Myung…), organo Hammond di Valerio Dalla Ragione dal sapore seventies e poi gli assoli funambolici del chitarrista Francesco Monaci, prima tendente al blueseggiante e poi più sul versante classico nello stile di Michael Romeo dei Symphony X. E siamo solo al primo pezzo! Viene quasi da pensare che se ci fosse stato un controcanto in stile death, si sarebbe potuto parlare di una potenziale risposta italiana agli svedesi Therion… Sorpresa delle sorprese, sulla seguente “City” compare il cantato growl ad opera di Monaci! I riferimenti diventano definitivamente quelli già citati: la complessità dei Therion, compresa la ricerca storico-letteraria (sullo sfondo si sente anche il recitato “Beati i puri di cuore…”), mista ai Symphony X più ipercinetici.
Le coordinate sono state in buona parte tracciate per la maggior parte dei pezzi presenti; c’è da citare la partenza lenta di “Magdalene” che comunque finisce sempre in maniera furiosa, il piacevole intermezzo di “Uneasy” che sfocia nella neoclassica strumentale “Toccata”, prima di confluire a sua volta nel techno-metal di “Fear” e soprattutto nel death-metal tout-court di “Phariseum”, incentrata sulla rabbia e l’ipocrisia. La summa finale è la decima (un caso o ci sono attinenze con la Tetraktis pitagorica?) “Human Divine”, lunga suite divisa nelle due parti che compongono il nome della composizione (la seconda sezione risulta essere migliore), in cui sono racchiuse le vicissitudini dei brani precedenti fino ad arrivare alla contemplazione di Dio. Ottimi gli assoli di chitarra, convincente la voce da soprano e le ritmiche sono da precisione aritmetica, così come i segreti della matematica stessa stanno alla base di tutto: la composizione infatti pare che inglobi tutti gli altri brani in 72 battute complessive, tanti quanti sono i nomi di Dio nella tradizione cabalistica. Il numero di cui sopra, poi, rientra nell’aneddoto storico riguardante il curioso solido posto al centro della copertina: ne “Le Vite”, il Vasari attribuiva a Michelangelo la realizzazione di un solido regolare per l’appunto a 72 facce, indicando così la possibilità di inscrivere l'Assoluto nelle logiche umane, divenendo perciò misurabile e regolare. Cosa peraltro falsa, in quanto qualcosa di simile non esiste e l'oggetto riportato è “semplicemente” un pentacisdodecaedro (eh, l’inventiva umana…!), che di facce ne aveva “solo” 60. Significa forse che l’umanità può solo illudersi di giungere materialmente alla perfezione divina?
Al di là delle ipotesi personali, di certo c’è che in copertina vengono riportati altri simboli – cristiani, paleocristiani, neoplatonici e poi anche massonici –, come il bambino, che rappresenta il genere umano nella sua innocenza, indicante col dito il Mistero divino senza toccarlo; il pavone, simbolo di resurrezione; la Croce, chiave della salvezza; il Pesce dei cristiani perseguitati (costellazione che indica anche gli ebrei e la loro zona d’appartenenza); la Rosa a cinque petali, figurazione medievale di purezza (vi dice niente il nome dei Rosacroce, venuto fuori in epoca risorgimentale?). Sopra, il panneggio ha in sé il sole, la luna e le stelle, cioè il Caelum, il cielo nel suo significato di “celare” ancora una volta quel Mistero che sta alla base del concept. In totale sette simboli, su tre scalini. Serve aggiungere altro?
Bella idea ed anche ben strutturata nella sua enorme complessità. C’è da rivedere delle cose sostanziali, come il caos in cui sembra si voglia di proposito far sprofondare la voce soprano, dando un effetto non così convincente come ci si sarebbe augurati in fase di studio. Molto bravi, comunque. È lecito attendersi prossimamente un gran lavoro. Speriamo che ciò non metta eccessiva pressione ad una band che ha le potenzialità per affermarsi nel campo del prog-metal internazionale.


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Michele Merenda

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