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FRANCK CARDUCCI Torn apart autoprod. 2015 FRA

Fare rock progressive nel 2015 non è che dia spesso soddisfazioni. Sia nel farlo visto i risultati commerciali che ne derivano, sia nell’ascoltarlo, visto che spesso le cose che arrivano alle nostre orecchie non sono proprio il massimo, vuoi come originalità, come esecuzione e come presentazione. Non è questo il caso di questo multistrumentista francese trasferito in Olanda, che ci propone un disco delizioso, manieristico al punto giusto senza scimmiottare troppo il passato.
Già dalla title track si parte alla grandissima. Echi dei primi Whitesnake con grandi riff chitarristici (dove il duo Christophe Obadia e Mathieu Spaeter ricorda tantissimo Bernie Mardsen e Micky Moody della prima formazione di David Coverdale), che vanno a confluire su una base progressive deliziosa.
“Closer to the irreversible” è la chicca per gli appassionati prog vecchio stampo visto che in questo brano Steve Hackett regala un ottimo solo; tuttavia, anche se non presente nei credit, il pezzo più hackettiano di tutti è “artificial love” dove Mellotron e chitarra la fanno da padroni e richiamano i brani migliori del chitarrista inglese.
Gli otto minuti di “Journey through the mind” cominciano con un’introduzione uscita dai primi dischi degli Arena, con ampi spazi lasciati all’ottimo flauto di Roy Van Oost e finisce con un’atmosfera indiana con tanto di tabla e sitar e mega tributo a “Norwegian wood” dei Beatles.
Anche se tutte le tracce sono superiori alla media, la suite divisa in quattro parti “A brief tale of time”, è il pezzo che fa la differenza tra un disco anonimo e un disco superiore alla media. Si inizia con richiami ai Genesis e agli Yes (anche se il pensiero è andato anche a determinati intrecci acustici del disco d’esordio dei Camelias Garden), per continuare con inseguimenti sonori tra tastiere e chitarre in tempi dispari veramente coinvolgenti. Passando per una parte molto sperimentale e a tratti psichedelica si conclude in maniera delicata, dove le belle voci di Franck Carducci e Mary Reinaud riescono a mettere in evidenza molti aspetti dei loro timbri vocali.
“MR Hyde & Dr Jackill” sarebbe un ottimo singolo per una rock band. Grandi riff e classe da vendere per il momento più “leggero” del disco che porta al secondo momento più progressive dell’album. ”Artificial Paradises” è, infatti, il classico pezzo prog che l’appassionato si aspetta: sintetizzatore, organo, Mellotron tutti insieme per momenti di alta musica esaltata da un’ottima prestazione vocale.
Il disco si conclude con una cover dei Supertramp, “School” ossia il pezzo iniziale di quel capolavoro musicale che è “Crime of the century”, che non aggiunge o toglie niente al valore di questo disco.
Concludendo, questo disco dimostra l’importanza di avere un cantante con una voce vera, una voce che ti permette di esaltare momenti musicali già belli di loro, di far emozionare, di far muovere le teste a ritmo. Tutte cose che nel 95 per cento dei dischi attuali non ci sono, visto che nei casi migliori ci troviamo davanti a voci anonime e insipide.
Un bel disco per un ottimo artista a tutto tondo.


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Antonio Piacentini

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