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GHOST RHYTHMS Madeleine LEM 2015 FRA

“Madeleine” nasce come colonna sonora alternativa del celebre capolavoro di Alfred Hitchcock “Vertigo”, meglio noto al pubblico italiano come “La donna che visse due volte”. Non ho provato di persona, ma sembra che la musica di questo album sia perfettamente sincronizzata con le immagini del film che il gruppo non ha però visto durante la fase di composizione, valutando solo successivamente, come in una sorta di scelta casuale assistita, quali pezzi potessero adattarsi meglio alle varie scene. Questo antefatto spiega l'insolita lunghezza di questo doppio CD che, superando le due ore, copre l'intera durata del film e spiega anche l'incredibile cinematograficità della musica che si dimostra incredibilmente complessa ma oltremodo evocativa di immagini e stati d'animo.
Madeleine, vale la pena spendere qualche parola su di lei, è un personaggio fragile e misterioso, stranamente ossessionato dalla sua bisnonna materna, Carlotta Valdes, che morì suicida alla sua stessa età. Il poliziotto Scottie riceve da suo marito l'incarico di sorvegliarla e proteggerla ma finisce con l'innamorarsene perdutamente. Mentre la insegue su per un campanile, a causa delle sue vertigini che gli impediscono di proseguire oltre, assiste impotente alla morte di lei che si getta nel vuoto. Depresso e in preda a terribili sensi di colpa per non aver impedito il dramma, incontra Judy, una commessa che somiglia terribilmente alla sua Madeleine. Dopo averla insistentemente corteggiata la convince a vestirsi e pettinarsi proprio come la sua amata, illudendosi che si tratti della stessa persona finché, durante un incontro galante, allacciandole la collana, riconosce che si tratta del medesimo gioiello indossato dalla suicida il giorno della caduta. Il fatto è che la Madeleine amata da Scottie e Judy sono davvero la stessa persona: costei, in complicità col marito della vera Madeleine precipitò il suo corpo senza vita dal campanile, facendo assistere Scottie alla messa in scena di un finto suicidio. Capito l'inganno, il poliziotto, con l'intento di vendicarsi, convince Judy a rivivere la scena del suicidio ma, vinta la sua paura del vuoto, sale sul campanile assieme a lei che, spaventata dalla comparsa improvvisa di un'ombra minacciosa, precipita nel vuoto come la vera Madeleine.
Perdonate se mi sono dilungata un po' troppo nel racconto della trama ma essa condiziona pesantemente l'ascolto della musica che appare in perfetta sintonia con le emozioni sprigionate dalla pellicola. Il gruppo stesso confessa di essersi fortemente ispirato alle opere di Bernard Herrmann, e cioè del compositore che più a lungo ha collaborato con Hitchcock, arrivando persino ad incorporare negli spartiti di questa opera puntuali citazioni dei temi musicali dei suoi film. Non vi aspettate comunque nulla di perfettamente somigliante alla colonna sonora originale di “Vertigo” anche se la sinfonicità è senza dubbio quella, ricreata alla perfezione da un ensemble a formazione allargata di ben quindici elementi. A ricostituire le atmosfere misteriose e romantiche del film è stata dispiegata una ricca schiera di fiati, con tromba, sax tenore, soprano alto e baritono, flauto e clarinetto basso, ma è soprattutto il pianoforte di Camille Petit, leader e compositore del gruppo, assieme al batterista Xavier Gélard, a imbastire i discorsi melodici di sostegno di un album intrigante e pieno di atmosfere tormentate e struggenti. L'altro elemento portante dello stile dei Ghost Rhythms è una decisa caratura jazz rock, determinante nella strutturazione di arrangiamenti elaborati e mobili. Una punta di elettricità la fornisce la chitarra di Guillame Aventurin mentre la fisarmonica di Alexis Collin aggiunge un interessante sentore folk. E poi ci sono gli archi, con Virginie Boulignat al violino e Nadia Mejri-Chapelle al violoncello, con il loro lirismo infinito, i loro slanci classicheggianti e a tratti vagamente gotici, i loro mormorii e sospiri.
Mi trovo in sintonia con la band quando, nel descrivere il proprio stile, parla di un tentativo di far convivere i Soft Machine di “Vol2” e “3”, i Magma, Steve Coleman, i Pink Floyd e Claudia Quintet e riconosco effettivamente questi riferimenti nella grosse mole di musica di quest'opera che ho ascoltato a lungo e con immenso piacere. Ma la battaglia con l'ascoltatore si gioca soprattutto a livello emotivo attraverso composizioni capaci di slanci improvvisi e passionali, di momenti di profonda tensione ed inquietudine, come pure di inaspettata dolcezza nel rievocare emozioni confuse, lontane, che hanno il sapore indefinito di qualcosa di già vissuto in un lontano passato.
Un’aria pesante di mistero e di strani presagi la respiriamo sin da subito, nell’opener “Another Bridge”, tre minuti scarsi di musica che ci proiettano nel vivo di “I Did Not”, traccia che ci fa entrare subito in piena sintonia con lo stile del gruppo. I suoni si elettrificano e gli strumenti si muovono su piani sfalsati ordendosi fra loro, le gelide note del piano sembrano quasi scorrere meccanicamente su un nastro suonato al contrario quando improvvisamente ogni intreccio si scioglie lasciando campo a ombre e paure con effetti di voci che paiono spiriti inquieti. In questo scenario il suono del sax sembra quasi riportarci alla realtà offrendoci un lunghissimo e sinuoso assolo. Il tema del film e dell'album è senza dubbio il desiderio, un desiderio frustrato che non trova appagamento e che vive in persone così vicine ma al tempo stesso distanti e incapaci di un profondo scambio sentimentale. Così i vari piani sonori sembrano slittare gli uni sugli altri senza mai abbracciarsi veramente, viaggiando lungo linee sovrapposte ma inesorabilmente parallele. Questa passione, commista a dolcezza e a un costante senso di tensione emotiva corre lungo l'intero album.
Eccoci quindi a “Tree Ashes”: il piano in solitario intesse melodie da film in bianco e nero precedendo di poco la batteria che interviene ad innervare questo fragile arazzo di note. Il basso inizia lentamente a palpitare come un cuore vivo e pulsante mentre la fisarmonica è un’anima turbata e malinconica che mi fa pensare ancora di più agli Aranis, con i loro eleganti contrasti. Ognuno dei due CD ha i suoi momenti topici ed il brano di punta in questo primo disco e senza dubbio quello dedicato a “Carlotta Valdes”. L’apertura è macabra e terrorifica col piano che martella flebile ed ossessivo ed i flauti che sibilano, ricordandomi a tratti gli Univers Zero quando ecco un inaspettato dipanarsi di ritmi latini che danzano flessuosi con vibrazioni “Hermetiche”. Questa sorta di folk jazz sinfonico coinvolgente, seducente e incalzante colora gli spartiti di suoni luminosi, dominati dalla tromba e dai fiati e abbelliti dai ricami del flauto che danno l’idea di qualcosa di totalmente inafferrabile. Aliti romantici e pensosi spezzano a volte il ritmo della musica dando forse l’idea di che personaggio complesso dovesse essere questa Carlotta. Fra i momenti più intensi del secondo CD colloco invece la centrale “I Did”. Anche qui apre la strada il piano che picchia su un’unica nota da cui si dipana una melodia spenta, martellante, ripetitiva come un pensiero che ci tormenta, impossibile da scacciare. Ed ecco sprigionarsi il calore di un lento abbraccio jazz: i colori si mescolano morbidamente, i ritmi si sovrappongono e le linee melodiche sembrano andare a velocità diverse con la batteria che vola velocissima sui piatti, le percussioni ovattate e gli elementi classicheggianti leggeri in superficie. Poi il muro della tensione si alza, le note si infittiscono ed i ritmi si serrano come in una precipitosa fuga ad occhi chiusi con un effetto complessivo decisamente scenografico. Altrettanto importante è “Aleph” che si apre in un dimesso adagio per poi inebriarci col suo jazz rock decisamente speziato fra slanci Canterburyani, ritmi latini e momenti di gioiosa improvvisazione. E poi ci sono le “apparizioni”, quattro in tutto, momenti musicali intercalati fra le altre tracce dell’album e che contribuiscono a creare un filo conduttore. Quando pensate a queste apparizioni non immaginate fantasmi che trascinano rumorose catene o cose del genere quanto ad una presenza quasi impercettibile che si materializza in un particolare profumo o in un alito di vento, a una improvvisa sensazione di vuoto, ad un tuffo al cuore o ai brividi che per un attimo corrono sotto la pelle.
Vedete che ci vorrebbe un libro intero per una trattazione completa ed esauriente ma mi accontento sicuramente di avervi fornito un assaggio di quello che potrebbe addirittura per me rivelarsi, salvo sorprese, come il disco dell’anno. Un disco che usa molti linguaggi musicali strettamente interconnessi fra loro, un disco potente, fatto di immagini sonore suggestive e di intrecci vertiginosi, il secondo, non lo avevo ancora detto, nella breve discografia del gruppo. Altamente consigliato.



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Jessica Attene

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