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EVELINE’S DUST The painkeeper Lizard Records 2016 ITA

Gli Eveline’s dust sono un giovane gruppo pisano e “The painkeeper” rappresenta il loro secondo lavoro, dopo “Time changes” del 2012. L’album è un concept, come nella migliore tradizione prog, basato sulla poesia “Il custode dei dolori” dell’intellettuale Federico Vittori, che i 4 ragazzi traducono in 45 minuti di musica per 9 brani complessivi. Qualche rimando abbastanza generico a band degli anni ‘70 (King Crimson, Genesis, Banco…), ma essenzialmente il sound della band si rifà a modelli più attuali come ad esempio i Porcupine Tree e lo Steven Wilson solista, anche se gli Eveline’s Dust hanno comunque sufficienti doti da dare vita ad un lavoro abbastanza personale. Un suono caldo e pastoso arricchito, in un paio di episodi, dal sassofono, con delle buone melodie ed un ottimo cantante (Nicola Pedreschi, anche tastierista di notevole gusto), perfetto interprete delle atmosfere, anche melanconiche, che pervadono l’album. Facciamoci quindi cullare inizialmente dalle dolci note della title track, intrisa sì di suggestioni Porcupine Tree, ma anche dal talento di una band che, senza voler strafare, riesce ad essere credibile e convincente nella sua proposta. Il brano cresce piano piano di intensità con notevoli sprazzi solistici della chitarra di Lorenzo Gherarducci. Rimaniamo avvinghiati dall’abbraccio caldo e confortevole dello splendido strumentale “Nrem”, arricchito da un robusto uso del sax di Federico Avella. Restiamo affascinati dai riff nervosi e graffianti nonché dalla ritmica spezzettata di “Clouds” che, ben presto, si riveste di una patina malinconica ed intimista. E, ancora, apprezziamo i ritmi sospesi con il seducente refrain di “Joseph” che sfociano poi in un lancinante guitar-solo di Gherarducci in un crescendo davvero degno di nota. Complessità e gusto melodico che ben si sposano e che offrono risultati decisamente efficaci. Ci colpisce anche, il “caos organizzato” di “A tender spark of unknown” che ricorda non poco il Re Cremisi, soprattutto nella prima metà, per poi sciogliersi tra le note del sax e delle tastiere in una voluttuosa stretta amorevole che non è molto lontana dal jazz-rock. L’input wilsoniano e degli ultimi Porcupine Tree (quelli più heavy) è palese in “HCKT” dai tratti spigolosi (anche nel cantato), anche se non mancano sezioni più liriche e melodiche, mai “zuccherose” peraltro. Non dimentichiamo l’ottima “Vulnerable”, con il notevole duetto vocale tra Pedreschi e Carolina Paolicchi prima dei soliti ed attraenti inserti strumentali. Chiude un bell’album (ormai l’avrete capito…) “We won’t regret”, dal buon feeling melodico e che conferma le doti della band che, anche in brani dalla durata contenuta (in questo caso poco più di tre minuti), riesce comunque a dimostrarsi sempre all’altezza. Uno sguardo fugace al passato, una attendibile panoramica sull’oggi musicale, questa la proposta degli Eveline’s Dust, band che va senza dubbio tenuta d’occhio. E che conferma, ce ne fosse ancora bisogno, che il prog made in Italy, seppur sempre di nicchia, è vivo e vegeto con continue proposte di valore. E quel che più conta con band di giovani musicisti e… sognatori…



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Valentino Butti

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