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FARMHOUSE ODYSSEY Rise of the waterfowl autoprod. 2016 USA

Formatisi nel 2012 in una piccola fattoria di Arcata (California) da cinque giovani compagni di college, uniti dal comune rapporto di amicizia e della voglia di godere della bellezza delle loro zone, i Farmhouse Odyssey pubblicano il loro secondo album a distanza di meno di un anno dall’eponimo lavoro d’esordio. Questo “Rise of the waterfowl”, a partire dalla coloratissima copertina, ricorda la soft psichedelia, la west coast californiana di fine anni ’60, ma non solo. Atmosfere funky e Canterbury sono comunque presenze ben riconoscibili all’interno della musica della band, caratterizzata peraltro dall’uso massiccio del piano elettrico che le dà innegabilmente un piacevole sapore.
La musica della band è costantemente in bilico tra umori gioiosi e spensierati e tonalità malinconiche; il cantato, a cura del tastierista Alex Espe, che pure ha tonalità calde e gradevoli, non è mai onnipresente ed opprimente e lunghi tratti della musica dei Farmhouse Odyssey sono strumentali. L’album è costituito da 9 tracce, con uno span che va dal minuto e poco più di “Safe Passage” ai quasi 16 minuti della suite “Speedbump Catalyst”; quest’ultima è un’autentica delizia da ascoltare, una composizione che presenta le caratteristiche tipiche della musica del gruppo, ma piacevolmente dilatate ed espanse su di un arco di durata elevato, cosa che consente di espandere le parti strumentali e di legarle assieme, in una fantasmagoria di suoni ed immagini mentali che ci sorprende ma al tempo stesso mantiene un suo senso ed ordine.
La traccia d’avvio “Daybreak” comincia in pieno territorio canterburyano, con un bizzarro finale in cui le tastiere si lanciano in un frenetico assolo su una base quasi drum’n’bass. “Slumberless Sun” inizia con delle ambientazioni latine (si dice così… non aspettatevi lire e cetre però…) che sfociano ben presto in un brano dalle tendenze soft fusion. Con “Brain Song” cominciamo a ragionare veramente: un brano tranquillo e molto jazzy, con belle sonorità di tastiere e un bell’assolo di chitarra sul finale. Anche le successive “Calligraphy” e “Space Revealed” propongono caratteristiche jazz-rock e fusion caratterizzate da piacevoli suoni di tastiere ed intrecci con la chitarra. In special modo la seconda, interamente strumentale, presenta progressioni e melodie interessanti, con un ruolo della batteria finalmente non secondario. “Shipwreck” invece ha peculiarità più tipicamente Prog sinfoniche, pur con qualche ritmica funky.
Detto della splendida “Speedbump Catalyst”, l’album si conclude senza soluzione di continuità, come se fossero ulteriori elementi della suddetta suite, con la brevissima “Safe Passage” e con la malinconica e folkish “From the Night Sky”.
Come si sarà capito, questo secondo lavoro del gruppo californiano è molto gradevole e abbastanza compatto, non presentando grossi sbalzi stilistici tra una canzone e l’altra. Si tratta di uno di quegli ascolti che hanno il potere di mettere di buonumore, pur non presentando toni particolarmente gioiosi, grazie alla serenità del cantato e alla musica quasi mai sopra le righe e densa di atmosfere serene e tranquillizzanti. Un album brillante e ben realizzato da parte di un gruppo promettente e in splendida forma.



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Alberto Nucci

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