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MAD FELLAZ II Pick Up Records 2016 ITA

Per un giovane gruppo è già un risultato non da poco arrivare a registrare il secondo album. Sarebbe impressionante fare una statistica su quanti gruppi arrivino, sull’onda dell’entusiasmo e magari dopo pochi mesi di prove, a pubblicare un album… dopodiché se ne perdono completamente le tracce. I vicentini Mad Fellaz non solo arrivano a questo piccolo grande traguardo, ma lo fanno nel migliore dei modi, dando prova di essere cresciuti sia tecnicamente che musicalmente, dopo il sia pur valido esordio del 2013. La novità più importante che si registra è l’ingresso in formazione di una cantante, la giovanissima e brava Anna Farronato che, con la sua voce jazz potente e sempre alla ricerca di armonie non scontate, contribuisce nel dare un nuovo volto alla musica della band; non di certo stravolta rispetto al primo album (che, lo ricordo, era completamente strumentale), ma spesso indirizzata verso sonorità più canterburyane ed anche più elaborate. Anche il nuovo chitarrista Jason Nealy e l’innesto del percussionista Lorenzo Todesco hanno apportato nuova linfa ad un amalgama che già era ben indirizzata, consentendo di spaziare su soluzioni musicali molto varie. La musica è ancora un bel compendio di Prog classico, con influenze non ben definite ma che pescano un po’ da tanti versanti dell’olimpo delle divinità musicali che il gruppo pare avere molto presenti (Area, PFM, VDGG, Gentle Giant, Dream Theater e così via…).
I 6 brani dell’album non presentano praticamente alcun momento di pausa, macinando incessantemente musica dal primo all’ultimo minuto, riempiendo ogni momento con l’apporto degli 8 musicisti che adesso compongono la line-up del gruppo con assoli di chitarra, interventi di flauto o clarinetto o digressioni percussionistiche. Rimane difficile riuscire ad entrare nel dettaglio dei singoli brani, dovendo trovarsi alle prese con minuti fitti di note e quanto mai intensi, ma proveremo a descrivere quanto questo bel disco ha da offrire a chi avesse la buona idea di volercisi avventurare.
Si inizia con i 14 minuti di “Hollow Shell”: dopo un‘introduzione di chitarra, entra la squillante voce di Anna che interviene con brevi ma efficaci parti in un brano dalle movenze un po’ funky, con brevi assoli di flauto, tromba o basso che a momenti vengono ad spezzare l’andatura. Il brano, come un po’ tutta la musica dei Mad Fellaz, ha un’andatura brillante, occasionalmente frenetica, e procede senza particolari pause, non disdegnando peraltro momenti in cui la chitarra si fa più distorta e sembra duellare con le percussioni, salvo tornare a più miti sonorità di lì a poco. “Blood Pressure” è divisa in due parti, la prima delle quali di poco più di un minuto ed introduttiva al brano vero e proprio, il più movimentato dell’album, di quasi 15 minuti, dall’avvio quasi psichedelico, con la voce di Anna che sale di tono sulla solita base di chitarra, basso e batteria, con assoli dell’altra chitarra o interventi spot degli altri strumenti. Caratteristica del gruppo è infatti quella di presentare lunghi minuti di base pressoché uniforme su cui, di volta in volta, vengono sovrapposti degli inserti strumentali o vocali.
La successiva “Me Gusta” è il primo degli strumentali dell’album ma presenta le stesse caratteristiche sopra descritte: in pratica manca semplicemente lo strumento voce tra quelli che si inseriscono sulla base ritmica più o meno costante che percorre il brano. In questo caso possiamo gustarci forse l’assolo di chitarra più distorto di tutto il disco. Su “OVO” torna il cantato; con questo brano si torna su atmosfere più vicine alla fusion, anche se le consuete variazioni sul tema ci portano anche in territori crimsoniani e gentlegiantiani. “Moslem Sabbath” è uno strumentale dall’avvio molto pesante e quasi metal, salvo poi venire a più miti consigli, per un prosieguo del brano che sembra quasi un raga indiano (ma siamo fuorviati dalle percussioni…) e che termina in un crescendo canterburyano. L’album si chiude con la breve “Meet the Gooroo”, di cui il gruppo ha realizzato un videoclip, un altro strumentale dalle caratteristiche vagamente post rock.
L’album è innegabilmente piacevole, dal primo all’ultimo minuto, gravido di musica e di note, eclettico ma piuttosto costante nelle movenze; viene dato adeguato spazio a tutti e 8 i musicisti, anche se è innegabile che sia la chitarra di Paolo Busatto che dà l’andatura e caratterizzi i vari momenti delle composizioni. A parer mio vale davvero la pena segnalare questo gruppo tra le migliori nuove realtà del Prog italiano.



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Alberto Nucci

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