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BAD DREAMS Déjà vu autoprod. 2016 ARG

I Bad Dreams esistono ormai da molto tempo… dagli inizi degli anni ’90, per la precisione, anche se l’unico membro originario è il tastierista Jorge Tenesini; perché dunque questo “Déjà Vu” è appena il loro secondo album, considerato che l’esordio risale solo all’anno precedente? La band ha in effetti per anni suonato cover dei Genesis, guadagnandosi ottimi apprezzamenti in questa veste. Al momento in cui hanno poi deciso di cominciare a comporre materiale proprio, le cose hanno continuato comunque a girare in modo positivo, annoverando anche l’invito a suonare per ben due volte nell’ambito della Cruise To The Edge.
Benché argentini, la musica dei Bad Dreams è quanto di più anglofilo provenga dal Prog di quell’area geografica, senza la benché minima traccia di influenza latina, se non uno spiccato senso per la melodia: liriche in inglese ed atmosfere che prendono le mosse dall’esperienza genesisiana (periodo “Wind & Wuthering” principalmente) ma che non si fossilizzano su di esse, con sonorità ed atmosfere avvicinabili anche a Marillion (periodo a cavallo Fish/Hogarth) e Pendragon. I punti di contatto coi Marillion non si fermano alle somiglianze musicali, dato che lo stesso Rothery è ospite su questo disco, fornendo un suo prezioso assolo di chitarra alla title track.
“Déjà Vu” consta di 7 tracce, per un minutaggio totale di meno di 45 minuti. L’avvio è affidato a “Samurai of the Rising Sun”, un brano che ha un feeling misterioso e che, dopo una lunga intro, ci fa conoscere (se non si aveva avuto modo di ascoltare l’album d’esordio) il cantante Gabriel Agudo, dalla voce calda e melodica, con una buona estensione, oltre che beneficiante di un’ottima pronuncia inglese. La title track è un brano più lento, almeno nella sua prima metà, e caratterizzato, oltre che dall’assolo finale di chitarra di Rothery, da un umore malinconico. Quello che apprezziamo di quanto stiamo ascoltando è la pienezza del suono, avvolgente e ricco di melodia: melassa che gronda a fiotti ma senza retrogusti appiccicosi e fastidiosi.
“Fallen” consente a Gabriel di mettere ancora più in mostra le proprie doti vocali; si tratta di un altro brano dalle atmosfere malinconiche, con un bell’assolo di chitarra nel finale, questa volta ad opera di Ariel Trifunoff, titolare del ruolo all’interno del gruppo. “Song for Augusto” inizia lentamente, con un solo di piano che lascia poi spazio a un bel brano con liriche toccanti (dedicate al figlio scomparso di Jorge) e richiami a Yes e Pink Floyd, con una seconda parte del brano su alte tonalità, con la chitarra di Ariel che si lancia in voli ad altitudini siderali; un brano da pelle d’oca.
Prendiamoci una pausa con “Moonlight”, un brano breve per sola chitarra acustica, prima di tuffarci all’interno di “A Trick of the Wind” che, già dal titolo, ci fa intuire qualcosa di genesisiano ed in effetti il brano , dalle atmosfere ariose e quasi spensierate, sembra proprio giocare a farci venire in mente questo o quell’altro brano del gruppo inglese. La conclusiva “Frida” torna su atmosfere più pacate e romantiche, con un brano grazioso e deliziosamente lirico.
La band è in grado senza dubbio, con quest’album, di solleticare più che piacevolmente le sinapsi di coloro che prediligono un Prog romantico sinfonico di stampo classico; la musica non solo è ben suonata e registrata, ma dà un senso di pienezza ed è avvolgente nei suoni. Per chi non aveva ancora avuto modo di scoprirla, penso che il consiglio di provare ad ascoltarla non possa che procurarmi dei ringraziamenti.



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Alberto Nucci

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