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MALADY Toinen toista Svart Records 2018 FIN

Ci sono album che profumano di vinile, anche se li ascoltate su CD, e questo secondo lavoro in studio dei Malady è uno di quelli. I suoni vellutati ed anticati sono così freschi da sembrare autentici ripescaggi da un passato in grado di riservare ancora piacevoli sorprese. Ma il gruppo è in azione soltanto dal 2015, anno in cui abbiamo fatto gradita conoscenza col loro ottimo ed eponimo esordio discografico. Certe sonorità oscure e piacevolmente contaminate da elementi folk appaiono di franca matrice scandinava ma orecchie più attente non stenteranno a riconoscere elementi provenienti dalla tradizione prog finlandese, soprattutto nelle parti più sinfoniche. A dire il vero questa seconda osservazione si applica un po’ meno a questo nuovo lavoro che perde un po’ in sinfonicità ma anche in varietà e vigore rispetto al suo predecessore. La musica è comunque sempre molto bella e in grado di farsi apprezzare anche ad ascolti successivi.
Ancora una volta il gruppo ci offre un disco breve (una quarantina di minuti in tutto) con un minutaggio che viene assorbito in prevalenza da una lunghissima “Nurja puoli”, la lunga traccia di chiusura che per una manciata di secondi non arriva a totalizzare i 23 minuti complessivi. E’ proprio questa a raccogliere i momenti di maggiore sinfonicità, con melodie splendidamente tratteggiate e, forse anche per la sua notevole estensione, appare decisamente più articolata e, quando serve, robusta al punto giusto. In generale il sound di questo nuovo album appare poco compatto e costruito su pochi elementi. I colori sono docili e vellutati, impreziositi da buone dosi di tastiere vintage che comprendono, come nelle migliori tradizioni, Mellotron, Hammond Wurlitzer, Minimoog e Rhodes. Non sono però le tastiere a dominare scenari spesso rarefatti e in più occasioni di ispirazione Floydiana. Tutto si amalgama in modo omogeneo seguendo percorsi semplici ma assolutamente ammalianti.
Il cantato di Babak Issabeigloo è ancora una volta in finlandese, la sua voce non è nulla di speciale ma in realtà non è assolutamente invadente e appare di quando in quando in modo discreto non penalizzando affatto la musica, forse anche per le sue tonalità basse e poco appariscenti.
Di grande ispirazione Floydiana appare proprio la traccia di apertura, la title track, con i suoi sinuosi tappeti di Mellotron, l’organo Hammond e la chitarra limpida di Tony Björkman a disegnare le melodie di un brano che scivola via con gran facilità. La breve “Laulu sisaruksille” appare come un’appendice del primo brano ma va segnalata per i suoi insoliti violini barocchi e di ispirazione classica. Peccato che appunto lo spettacolo duri poco più di un minuto perche sarebbe stato interessante scoprire eventuali sviluppi. “Tiedon kehtolaulu” gira in modo più allegro, scandita da ritmiche regolari, impreziosita dal flauto traverso dell’ospite Jan Lehmus ed inebriata da piacevoli fragranze space. L’ultimo dei brani brevi è “Etsijän elinehto” che il traduttore automatico mi dice significhi qualcosa come “la linfa vitale del ricercatore”. Si tratta di un pezzo notturno e dilatato che si sviluppa in modo pacato e circospetto con belle interazioni fra l’organo e la chitarra che creano scenari pittorici semplici ma dotati di grande profondità. Il finale è dominato dalla lunga traccia di chiusura che ho già commentato brevemente e che lascio a voi tutto il piacere di assaporare appieno.
Se non siete immuni al fascino del progressive rock nordico d’annata credo che questo, così come il precedente album dei Malady, incontrerà felicemente i vostri gusti con picchi di gradimento che inevitabilmente si concentreranno sulla bellissima suite conclusiva. Forse però spingere di più sulla carica dei suoni e delle emozioni e sulla dinamicità della musica avrebbe potuto fare la differenza e ravvivare un album molto bello ma in definitiva spento e un po’ sottotono rispetto all’esordio che vi invito a scoprire se ancora non lo avete fatto.



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Jessica Attene

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