Home
 
HATS OFF GENTLEMEN IT’S ADEQUATE Broken but still standing Glass Castle Recordings 2017 UK

Premetto che non conoscevo nessun trascorso della band e quindi il mio ascolto ha un impatto diciamo, da esordio, nonostante questo sia il terzo album per questo combo londinese dal nome non proprio immediato.
La band è capitanata dal polistrumentista Malcolm Galloway, voce, chitarre, tastiere e basso, è lui che si occupa della composizione e degli arrangiamenti. La sua consorte, Kathryn Thomas, suona il flauto, in diversi momenti. Troviamo, poi, Mark Gatland, un po’ l’alter ego del leader e anch’esso polistrumentista, con parti allo Chapman Stick, alle tastiere, chitarre e cori e, infine, Rudy Burrell alla batteria. Ospiti per le parti corali i figli della coppia, Ethan e James, quest’ultimo anche coautore di due brani.
La musica è riassumibile in un pop sinfonico con momenti progressive, momenti rock, qualche azzardo funky e qualche tratto più riflessivo e cupo, vagamente riconducibile al blues e al post rock.
Il disco rappresenta l’ennesimo concept fantascientifico a tema “evoluzione umana”, a partire da un essere primordiale denominato LUCA, passando per la progenitrice Lucy e finendo in innesti di intelligenza artificiale. C’è grande differenza tra le parti strumentali e quelle cantate, molto riflessive e atmosferiche le prime, con forti tendenze al pop e al funk le seconde.
Il lavoro è molto lungo, circa 70 minuti, ma è suddiviso in 17 brevi brani, ovviamente concatenati senza soluzioni di continuità nette. Nello sviluppo generale nessun brano si è soffermato nella mia mente in modo particolare, non ci sono picchi qualitativi, non ci sono schifezze immonde, ma complessivamente il disco lascia poco. Lascia anche un ricordo piuttosto negativo, per me, di un cantato non sempre all’altezza, con una voce poco controllata, sia sull’emissione, sia nella tonalità, ma che soprattutto non rappresenta una voce “amabile”, anzi. Per capire, una voce che ricorda certi cantanti new wave / post punk di band minori, diciamo dei Bob Geldof prestati a partiture e temi più impegnati, ma senza esserne all’altezza. In sostanza una voce spesso anonima e talvolta, quando tenta di diventare più aggressiva, fastidiosa. Detto questo, pare ovvio che le parti migliori del disco siano quelle strumentali, soprattutto le atmosferiche “Vent” e “Lucy” o il finale di “Almost Familiar” o l’inizio di “LUCA to Lucy”, entrambi dominati dal bel flauto di Kathryn Thomas. Buoni gli stacchi strumentali di “I fell in love with a mechanical dragon” e anche l’avvio strumentale elettro/percussivo di “Lucid Aassassin” anche se alla lunga ripetitivo e inconcludente. Queste parti strumentali che si lasciano apprezzare, si potrebbero idealizzare, con le dovute e ampiamente misurabili distanze, tra il pop di Alan Parson e quello di Steve Hackett. Decisamente poco piacevoli i brani totalmente cantati come “Anywhere” o “Let me out” o, soprattutto, Broken but still standing til I fall, o ancora la finale “Close my eyes”.
Alla fine dei brani si arriva con peso e fatica, questo fa di “Broken but still standing” un disco che, nonostante il certo impegno profuso e la passione dell’autore e della band, non riesce ad arrivare alla sufficienza.



Bookmark and Share

 

Roberto Vanali

Italian
English