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ART AGAINST AGONY The difference between a duck and a lobster Vault Records 2016 GER

Se si ricerca la particolarità ad ogni costo, soprattutto da un punto di vista della formalità, questi tedeschi rappresentano un più che discreto elemento di studio. Ad oggi, due album all’attivo ed un paio di EP, per un progetto che oltre alla musica guarda anche ad altri campi artistici come la fotografia e la videografia. Nelle note di copertina è possibile leggere la visione che la compagine ha dell’esistenza umana e della realtà, magari non lesinando espressioni ad effetto. In tutto ciò, parlando di attitudine filosofica, appaiono dei contatti con quell’Idealismo nato proprio in Germania e che – tanto nel bene quanto nel male – non solo influenzò il Pensiero europeo da lì a venire ma riuscì anche (per alcuni decenni) a far tornare la Filosofia assolutamente indipendente da altre discipline tipo la matematica o la fisica. Esattamente per questo, non è dato sapere il nome dei componenti; quest’ultimi vogliono per l’appunto rimanere semplici “idee”, da non poter essere individualizzate ed indentificate, proprio perché si tratta di elementi astratti che non possono materialmente essere attaccati, quindi destinati a permanere nell’immaginario collettivo.
La proposta punta decisamente al math-rock strumentale, che con i suoi controtempi, secondo qualcuno, rappresenterebbe lo sviluppo attuale del rock progressivo. In realtà sembrerebbero esserci delle somiglianze più che altro col prog-metal, a cui il gruppo ogni tanto aggiunge qualche trovata di estrazione fusion e jazz-rock. E così, cercando come da titolo la differenza tra un papero e un’aragosta, “The Duck” rappresenta un’apertura affidata ad una fredda ed alienata elettronica danzereccia. “Fitches Pulled at Random” vede la presenza del connazionale Jan Zehrfed, chitarrista dei Panzerballett, e per lunghi tratti la componente jazz sembra difatti più accentuata, per quanto si insista ad inserire dei ritmi ossessivi e decisamente irritanti. Per fortuna che alla fine c’è l’assolo di Zehrfed…
Su “L.A. Suite: Sunset BLVD/Peatloaf Ave” l’ospite è invece l’americano Jeff Kollmann, autore di ottimi album sia solisti che in trio con i Cosmosquad, oggi anche nei Chad Smith's Bombastic Meatbats assieme al bassista Kevin Chown, col quale un tempo militava nei canadesi Edwin Dare. Sicuramente la prima parte è molto più interessante, con Jeff che si muove in ambiti ancora più jazzati, mentre nella seconda sezione si ritorna all’alienazione dettata da sequenze ripetitive e difficili. “Abysmal Gale”, oltre al martellamento continuo, mostra una breve sequenza esaltante e alcuni assoli di chitarra velocissimi, mentre “Batteries are for Flashlights not for Pickups” ha un’apertura blues, con tanto di pianoforte perso tra note di chitarra che ricordano un po’ Jeff Beck mentre cerca l’originalità ad ogni costo. Dopo i dissacranti esercizi sulle sei corde di “Nacre Fugue”, “Tiôbe” si mostra più pacata ma con prove comunque notevoli sia in fase ritmica che solista. “BBQ” ha una chiara estrazione Crimsoniana sviluppata poi in chiave math, anche se alla fine sembra che si faccia quasi il verso al riff portante di “Smoke on the Water”. Molto interessante “Hulullúlulu” con i suoi stretti e veloci intrecci, passando per “Gunseng!” che ricorda gli Spastic Ink. Chiude “The Lobster”, riprendendo le partiture elettroniche, stavolta però più meditative rispetto all’inizio dell’album, come se si fosse raggiunta una maggiore consapevolezza alla fine dell’itinerario.
Album davvero strano, forse nemmeno concepito con l’idea di poter piacere o meno. Oltre ai già citati Spastic Ink di Ron Jarzombek e agli immancabili King Crimson (seppur di sfuggita), l’ascolto potrebbe far pensare ai primissimi Sieges Even – anche loro tedeschi, guarda caso – e soprattutto a quei Catharsis autori nel 1995 di un unico album intitolato “Pathways to wholeness”, il cui ascolto era davvero arduo(e la tecnica molto elevata). La selezione degli ascoltatori, a questo punto, sembra essere ben delineata, anche se gli inserimenti jazz-rock donano ai pezzi un certo senso di ecletticità.



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Michele Merenda

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