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THE WINDMILL Tribus Apollon Records 2018 NOR

Non vale la pena battersi con i mulini a vento, comunque vada è sempre un giramento di pale, pale che vanno peraltro sempre nello stesso verso ed è così che i Windmill tornano con una line-up solidissima che rimane immutata fin dall’esordio del 2010 intitolato “To be continued...” (anche se purtroppo apprendiamo che il batterista Sam Arne Nøland è venuto a mancare nel frattempo) ed uno stile musicale che non ha subito grossi scossoni nell’arco di tre album complessivi (incluso questo) che appaiono abbastanza intercambiabili fra loro. Ad essere onesta qualche miglioramento in questo “Tribus” lo devo segnalare ed è una nota di merito che va a Erik Borgen che ho sempre criticato per le sue doti vocali non molto brillanti. A prevalere sono sempre le sequenze strumentali, talvolta lunghissime, ma questa volta il cantato è sempre composto e persino gradevole, sia nei momenti più lirici che in quelli più rockeggianti.
Non è facile farmi ricredere ma devo dire che questa volta i Windmill ci sono riusciti. Le carte migliori vengono tirate giù subito con una lunghissima “The Tree” (poco meno di 24 minuti) in cui il gruppo sfoggia tutto il suo grande potenziale sinfonico. Il brano si sviluppa in modo graduale e ogni scenario musicale viene presentato con calma e sviluppato in modo ampio, senza fretta, così avviene fin da subito con una sequenza introduttiva molto Genesisiana dove il tema melodico portante viene ripercorso più volte con alcune variazioni strumentali. Dapprima vi sono solo le chitarre arpeggiate, poi il flauto sognante di Morten Clason (che più tardi suonerà anche il sax) e poi ecco la chitarra elettrica di Stig André Clason, le tastiere di Jean Robert Viita e infine, con un effetto in crescendo, si inserisce la sezione ritmica con Nøland alle pelli e Arnfinn Isaksen al basso. Proprio il pulsare del basso, con tastiere che hanno i registri del Mellotron alle sue spalle, ricorda i Genesis di “Foxtrot” ed i primi cinque minuti sono ancora tutti un fiorire di idee seminate già dai primissimi istanti di musica. Il brano è un campionario di situazioni musicali abbastanza variegate che vengono affrontate, come di consuetudine, una alla volta. Troviamo quindi passaggi Cameliani, momenti in cui prevale un certo feeling da tardi Settanta, con contaminazioni psichedeliche, un inserto più robusto e dinamico dai riflessi folk e persino qualcosa che potrebbe ricordare i King Crimson di Starless. Per il finale si sceglie di riprendere lo spirito melodico sinfonico e strumentale dell’inizio in modo tale da non appesantire troppo il brano con un eccesso di idee.
Ma l’episodio più riuscito di tutti è secondo rappresentato dalla successiva “Storm” che con i suoi dieci minuti complessivi si colloca in questo album al secondo posto anche per quel che riguarda la lunghezza. Si tratta questa volta di uno strumentale che mette ancora una volta in luce lo spirito più sinfonico del gruppo, talvolta con scelte stilistiche che ci portano più verso il new prog con riferimenti più mirati verso i Jadis. Proprio in questo stile senza pretese, semplice e dalle colorazioni gradevoli si trae il massimo beneficio di ascolto.
Con “Dendrophenia” scopriamo un gruppo più disimpegnato che strizza l’occhio ad un certo tipo di rock melodico e si tratta per quel che mi riguarda del punto in assoluto più debole di un album che, giocato un po’ meglio, si sarebbe potuto attestare su livelli superiori rispetto all’effettivo risultato. Seppure piuttosto monotona e ripetitiva la ballata “Let Me Feel” con i suoi cori e l’assolo di chitarra collocato in posizione strategica riporta le quotazioni un po’ più in alto. A questo punto ci separano dalla fine soltanto i quattro minuti di “Play with Fire” che questa volta appare più ritmata e vigorosa con cadenze folkish e hard che ricordano, con le dovute distanze i connazionali Adventure.
A conti fatti non penso che questa band, per quanto simpatica, possa salire sul trono del prog di Norvegia ma ancora una volta ci ha regalato un’opera senza pretese e non priva di spunti interessanti che offre buone prospettive per il futuro viste le capacità della band di sapersi migliorare nel tempo, come abbiamo potuto verificare. Ci rivedremo quindi al prossimo giro di pale.



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Jessica Attene

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THE WINDMILL The continuation 2013 

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