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RUPHUS Ranshart Polydor 1974 (Karisma Records 2019) NOR

Continua con “Ranshart” la preziosa campagna di ristampa della discografia della storica band norvegese ad opera della Karisma.
Dopo un esordio particolarmente apprezzato per il suo stile eclettico e personale come “New Born Day”, i Ruphus si trovano a cambiare direzione e danno vita a quella che può essere considerata come la loro opera più sinfonica in assoluto. All'indomani del suo esordio il gruppo non solo fu lasciato dal chitarrista Hans Petter Danielsen (che diventerà uno degli ingegneri del suono più richiesti del paese) ma rimase improvvisamente senza cantanti dopo l'abbandono sia di Gudny Aspass che di Rune Sundby. Per un breve lasso di tempo Sundby fu sostituito da Freddy Dahl dei Junipher Greene e dopo di lui fu la volta di Rune Østdahl, la cui voce tradiva certe somiglianze con quella del più famoso Jon Anderson. Forse anche per questo motivo il nuovo lavoro presenta delle chiare assonanze con gli Yes, specialmente quelli degli esordi, che vennero convogliate in uno stile sinfonico, melodico e dai connotati in un certo senso più canonici rispetto al suo predecessore. Anche il basso di Asle Nilsen, spesso in primo piano, si ritrova a seguire, pur senza eguagliarne le gesta, le impronte di Squire mentre la chitarra di Kjell Larsen si mette spesso in mostra intessendo fraseggi dalle melodie ampie e ben intellegibili.
Cinque soli sono i pezzi di questo disco che raggiunge la modesta durata di circa mezz'ora. Ad aprire le danze una ammiccante “Love is My Life” che mette subito in evidenza le doti di Rune Østdahl con la sua voce Andersoniana che si staglia su tonalità alte. Il brano, solare e scorrevole, può ricordare qualcosa dei Kansas, sopratutto quando prevalgono le parti chitarristiche. Le tastiere di Håkon Graf sono forse un po' defilate ma incisive. Con le sue chitarre arpeggiate ed il Moog, “Easy Lovers, Heavy Moaners” fa sentire sempre più chiaramente la sua vicinanza agli Yes in una formula particolarmente edulcorata. “Fallen Wanders”, che in origine chiudeva il lato A della versione in vinile, alza, con le sue incursioni fusion, le quotazioni di un album che, nonostante qualche guizzo creativo, si dimostra sensibilmente meno sperimentale rispetto all'esordio.
Il vertice dell'opera è rappresentato da “Pictures of a Day”, un lungo strumentale di oltre 8 minuti che si apre con alcune suggestioni elettroniche e che riluce per la sua sinfonicità semplice e sgargiante. Il flauto, suonato dal bassista Asle Nilsen, concorre a creare suggestioni molto vicine ai Genesis di “Foxtrot”, soprattutto nella porzione centrale di questo pezzo scorrevole e variegato. La chiusura è affidata a un brano altrettanto lungo, “Back Side”, festoso, con lunghe sequenze di Moog e un appeal che inconfondibilmente ci porta nuovamente verso gli Yes, anche per quel che riguarda la concitata parte ritmica, supportata dalla batteria di Thor Benediksen.
L'album fu registrato nel 1974 ad Oslo nei leggendari studi di Roger Arnhoff e pubblicato poco dopo per la Polydor. Anche se si tratta di un'opera indiscutibilmente bella e universalmente apprezzata dagli appassionati del nostro genere, ricevette all'epoca un'accoglienza piuttosto fredda e probabilmente questo indusse il gruppo a cambiare nuovamente stile. Østdahl se ne andò e al suo posto venne chiamata nuovamente la Aspass a dar vita ad un nuovo lavoro che si proiettava verso nuovi orizzonti, forse ancor più sorprendente rispetto all'esordio. Nel 1978 “Ranshart” fu pubblicato dalla Brain nella Germania Ovest, dove divenne molto popolare, e nel 1999 uscì su CD per la Pan Records. Da segnalare infine la rimasterizzazione di questa bella ristampa curata da Jacob Holm-Lupo.



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Jessica Attene

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