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DETIETI Frogressive punk Zlurad Records 2018 RUS

Se ci fosse una classifica dei titoli più bizzarri per un album prog, “Frogressive Punk” dei russi Detieti avrebbe molte chance di vittoria. Cosa ci possiamo aspettare da un album così chiamato? Qualcosa che a che fare con la peccaminosa unione tra progressive rock e punk? Mix che solo pochi coraggiosi hanno affrontato e ancora meno hanno avuto successo nel farlo? Forse. Il primo nome che viene in mente sono certo i Cardiacs, che con alterne fortune ma con risultati qualitativi eccelsi sono coloro che meglio di tutti hanno saputo domare e far condividere due generi agli antipodi. Sicuramente i Detieti hanno ascoltato Tim Smith e compagni, ma siamo ancora abbastanza lontani. Potremmo spostarci più ad est in direzione Russia, pensare ai cechi Uz Jsme Doma e probabilmente ci avvicineremmo di più all’obiettivo ma non ancora a sufficienza.
Forse per arrivare a dama la chiave di tutto è la rana (frog) che capeggia baldanzosa anche sulla copertina dell’album. Stiamo parlando di frogressive e non di progressive e questo atteggiamento canzonatorio va considerato per poter avvicinarci alla proposta della band russa. I Detieti vogliono divertirsi senza troppe remore. La loro musica sbeffeggiante se ne frega di cosa sia lecito o non lecito fare e vanno dritti per la loro strada a divertirsi e tra tutti il riferimento principale è chiaro e limpido dal primo ascolto: Mike Patton e i suoi Mr. Bungle, seppur con una componente prog molto più accentuata. I Detieti nel loro calderone fagocitano di tutto, partendo ovviamente dal progressive rock e il punk, ma mettendoci dentro musica classica, calipso, musica tribale, metal, funk e tanto altro.
Ad esempio nel brano d’apertura “Cocaintro”, dopo un po’ di preambolo dispersivo, partono riffoni Sabbathiani che evolvono in un funk psichedelico con wah-wah stralunati. In “Lazy Madonna” storpiano senza ritegno un classicone dei Beatles tramutandolo in un pezzo funk. In “Rasta Fears” convivono Hard Rock e Jazz. Dopo il preludio bucolico di “The Dream of Woodland Animals”, l’album esplode prima con “Murat Zlurad”, un mix folle di riff danzerecci, sezione di ottoni, kalimba, glockenspiel e calliope, e successivamente con “Diemback”, episodio più riuscito dell’album, in cui pezzo alla Cardiacs evolve in un canto tribale africano. Dopo la breve “In Latrine (Cocaintrorevisited)”, che riprende il tema del brano iniziale, l’album chiude con “Threeptile”che ci catapulta nella Londra psichedelica di fine anni ‘70 a cavallo tra i primi Pink Floyd e le colonne sonore di James Bond.
Se andiamo a spulciare i singoli dettagli troveremo diverse imperfezioni, “Frogressive Punk” sicuramente è un po’ naif, ma è un disco che sa divertire ed è questa una cosa che in pochi riescono a fare nel mondo un po’ troppo serioso del prog.



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Francesco Inglima

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