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KHADAVRA Hypnagogia autoprod. 2019 SVE

Il secondo album di questa band di Göteborg probabilmente non passerà inosservato come il suo esordio del 2014 (che non ho ascoltato), anche se pare quasi che la band non sia poi così ansiosa di far conoscere la propria musica in giro. Un giro di passaparola ha fatto in modo di dirottare un po’ di attenzione in direzione di quest’album, uscito in versione digitale ma con l’appoggio anche di qualche copia su supporto fisico, rappresentato dal solito CDr, giusto per accontentare quei pochi ascoltatori che ancora trovano soddisfazione nell’aver qualcosa di tangibile per le mani.
Il quartetto svedese, oltre alla classica strumentazione, è munito di alcune chicche quali didgeridoo, marimba, congas, sitar, il corno francese e l’organo a canne, strumenti che non si peritano certo ad utilizzare. Il primo approccio con la sua musica non è esente da accostamenti con quello che oramai viene identificato col classico suono Prog scandinavo, trovando negli Änglagård il primo riferimento plausibile ma, rispetto a questi, trovando maggiori similitudini con suoni ed atmosfere floydiane. Possiamo comunque ascoltare le consuete composizioni di ampio respiro caratterizzate da paesaggi sonori brumosi e delicatamente psichedelici, con notevoli attinenze post rock.
Le 6 tracce presenti, che spaziano dal minuto e poco più dell’iniziale “Horisontens Himlavalv” agli oltre 27 della conclusiva “Kollektiv”, sono prevalentemente strumentali; le sporadiche liriche presenti su due tracce si dividono tra la lingua madre e l’inglese. Mentre l’inizio dell’album, come si diceva, con la coppia di brani “Down the Rabbithole” e “Dissolve”, si muove seguendo canoni più tipicamente Prog, secondo le similarità sopra accennate, i successivi “Mordängel” e “Tryptophan” sono i più sperimentali del lotto (tra i brani più brevi): la prima si apre con l’evocativo suono del corno e si sviluppa attraverso ruvidi contrasti e sonorità spigolose, quasi crimsoniane. La seconda, che presenta un cantato a due voci, non è scevra da vaghi rimandi a GY!BE e Sigur Ros… atmosfere queste che sembrano proseguire nella lunga traccia finale. Questa tuttavia si sviluppa attraverso un’ampia gamma di umori ed influenze, con il rincorrersi e il ripetersi di temi ricorrenti legati l’un l’altro in differenti maniere, con i vari strumenti che a turno paiono salire sul piedistallo e prendersi il proprio momento di protagonismo, con parti di chitarra fluttuanti, galoppate di basso, piogge di tastiere e sfuriate di sitar.
Un album che rappresenta una sorta di sogno ad occhi aperti in un mondo multicolore. Una sorpresa che non può non affascinare i cultori delle sonorità ed atmosfere nordiche.



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Alberto Nucci

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