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FREN Where do you want ghosts to reside autoprod. 2020 POL

Un primo ascolto dell’album d’esordio, interamente strumentale, di questo quartetto ci potrebbe indurre a pensare che la sua provenienza geografica sia situata in qualche paese scandinavo, per via delle atmosfere nordiche, talvolta brumose e quasi oscure, con belle tastiere e richiami al Prog anni ’70 (Pink Floyd e King Crimson principalmente). I Fren invece sono polacchi, di Cracovia per la precisione, e sono composti da Oskar Cenkier (piano, organo, synth e Mellotron), Michał Chalota (chitarre), Andrew Shamanov (basso e synth) e Oleksii Fedoriv (batteria).
Il brano d’avvio ci cala immediatamente all’interno di atmosfere oscure e inquietanti, a partire dal titolo (“Twin Peaks”). L’effetto generale non può esimerci da scomodare riferimenti ad Änglagård, Morte Macabre o Jordsjø. L’incedere è prevalentemente morbido e delicatamente tenebroso, salvo repentine accelerazioni dal forte sapore psichedelico come nella seconda parte della successiva “Surge”, di quasi 10 minuti, che ci trascina via con l’impeto richiamato proprio dal titolo, dopo averci blandito mellifluamente nella prima parte. Tale impeto caratterizza anche la susseguente “Gorąca Linia” (linea calda), una brillante e breve traccia che ci conduce invece nel più lungo episodio di quest’album, costituito dai 12 minuti di “Pleonasm”. Qui la musica assume sonorità e ritmiche jazzate, decisamente ingentilite dall’utilizzo del piano, con sonorità più affabili ed atmosfere quasi rilassate. Col passare dei minuti ci riavviciniamo ad ambiti più tipicamente Prog, pur conservando atmosfere ed ambientazioni gentili e a momenti quasi sussurrate. Una bellissima traccia di sinuosa bellezza.
Anche “Heavy Matter” presenta alcune sonorità jazz ma si muove su una melodia ripetitiva e quasi ossessiva, con sciabolate di chitarra che punteggiano un brano che a tratti ricorda da vicino qualche momento degli Änglagård, anche se l’assolo conclusivo è inaspettatamente molto floydiano. La conclusiva “Time To Take Stones Away” presenta invece sonorità blues altrettanto floydiane, almeno all’inizio, salvo crescere lentamente e progressivamente, creando una sensazione di inquietudine che si protrae fino al finale, con le oramai consuete atmosfere che ci conducono verso un Prog d’altri luoghi ed altri tempi.
Si tratta di un album decisamente affascinante, inutile negarlo, frutto di una gestazione (pare) piuttosto laboriosa, giunto come un fulmine a ciel sereno da una band finora sconosciuta e da un paese da cui non ci saremmo aspettati una musica del genere. Forse talvolta si rimane un minimo insoddisfatti per la mancanza dell’affondo decisivo o delle atmosfere memorabili cui altre band ci hanno abituati; ad ogni modo si tratta di un esordio assolutamente positivo, ben suonato e ben realizzato.



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Alberto Nucci

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