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TEO EDERLE 4-5TET Fishes Flying Robert 2023 ITA

Il jazz-rock progressivo può avere un fascino senza eguali. Già il solo pensare agli artisti che hanno scritto pagine di storia fondamentali muovendosi su queste coordinate stilistiche può far correre più di un brivido dietro la schiena. Soft Machine, Nucleus, Perigeo, Arti & Mestieri, Area, Napoli Centrale, Brand X, gli stessi King Crismon… E la lista, ovviamente, potrebbe essere molto più lunga. L’errore più comune in cui si può incorrere proponendo questo sound oggi è quello di cadere in un manierismo senza guizzi personali, o, peggio ancora, freddo e senza anima. “Fishes” di Teo Ederle è un album che, per il piacere dell’ascoltatore, non mostra questi difetti. Merito di una serie di brani gradevolissimi, dai quali emerge l’abbinamento tra una notevole capacità di songwriting e quella di suonare in piena libertà, per un percorso di fusione in cui si incontrano e si incrociano jazz, reminiscenze canterburiane, jazz-rock mediterraneo, elettricità davisiana, bandismo zappiano, senza disdegnare un pizzico di funk di tanto in tanto. Teo, polistrumentista e compositore, per l’occasione imbraccia il basso e si contorna di due musicisti impegnati ai fiati, Stefano Menato (sax e clarinetto) e Davide Veronese (tromba), più Nelide Bandello alla batteria e Enrico Terragnoli alla chitarra. Già la formazione è particolare, senza tastiere ed affiancando strumenti acustici a quelli elettrici. La musica? Un vero caleidoscopio di suoni e colori, eseguita con maestria e nella quale non manca una buona dose di ironia. D’altronde, il background di Ederle dice già molto, visto che, in parte al Conservatorio e in parte da autodidatta, ha studiato violoncello, organo, trombone, chitarra, basso, flauto, sassofono, batteria e contrabbasso. Inoltre, vanta collaborazioni con musicisti di peso della scena internazionale e qualche lettore particolarmente attento potrebbe associare il suo nome a quello di Garlic e Rains, gruppi alle prese con jazz, avanguardia e sperimentazione all’inizio degli anni 2000. Ma veniamo a “Fishes”, album dedicato al mondo sottomarino, con ogni composizione associata ad una creatura acquatica. L’ascolto dell’opener “A dugongo called Arnold” può portare alla mente un altro gruppo che fin dagli esordi ha amato giocare con certe influenze, gli ottimi belgi Wrong Object, con i quali sono condivise le influenze tra Canterbury, Zappa e King Crimson. Un inizio già intrigante, seguito poi dalle atmosfere più soffuse e notturne della seconda traccia “Manta Marilde”. “Octopus full Moon dance” è invece una danza dai sapori vagamente orientali, con stravaganti melodie, un basso sempre pulsante e felici interventi di sax e chitarra. “Dennis the sand hopper” è una tavolozza sonora in cui i musicisti sguazzano suonando note solo apparentemente a caso, con una costruzione “free”, eppure ragionata, erede sia della “Moonchild” crimsoniana, che di certe deviazioni care a Miles Davis tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70. Se “Sawfish in February” si muove tra Macchina Morbida, Holdsworth e Area, con una chitarra a tratti abrasiva, ecco che poi “MedusAmbush” parte con una stravagante atmosfera carica di mistero, con il basso in bella evidenza, indirizzandosi infine con intensità verso sonorità più prorompenti. Il breve finale affidato a “One minute plancton” riporta a soluzioni più sperimentali, con un sound al contempo ipnotico e alienante, atto conclusivo perfetto di un album carico di attrattiva, che stuzzica con la sua capacità di far viaggiare insieme mente, anima e cuore.



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Peppe Di Spirito

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