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EVRAAK Requiem for lost tides Arcangelo 2024 JAP

I giapponesi Evraak avevano debuttato con un EP autoprodotto nel 2020, poi nel 2021 uscì il primo full-length omonimo, ristampato dopo due anni con una distribuzione migliore grazie all’etichetta italiana WormHoleDeath. Questi primi passi facevano intravedere delle potenzialità, ma erano ancora un po’ acerbi. “Requiem for lost tides”, seconda prova su lunga distanza del 2024, ci fa ascoltare una band molto più matura e che ha fatto un deciso salto di qualità. Pubblicato dalla Arcangelo, questo nuovo album non sposta di molto lo stile proposto, sempre legato a certe asprezze crimsoniane, con qualche puntata più robusta vicina a certo heavy-prog. Nell’apertura affidata a “Eclipse”, in realtà, si comincia con un coro ecclesiastico, ma dopo mezzo minuto il gruppo parte in quarta, con distorsioni chitarristiche ed un sax squarciante, sulla scia di certi King Crimson, ma in un formato più moderno. Cambi di tempo a go-go, intrecci articolati, ma non manca qualche oasi più melodica quando interviene la cantante (in madrelingua). Questa prima traccia si protrae per quasi dodici minuti e mette subito in chiaro le cose, mostrando gli Evraak grintosi, tecnici e ispirati. Nel prosieguo, con “Fata Morgana”, la musica si fa più veemente, mantenendo intatte le spinte virtuosistiche; “Sanctuary” recupera le caratteristiche dell’opener; “Call of hierophany”, parte con un piano classicheggiante e dark, dopo un po’ contrappuntato dalla chitarra elettrica, poi pian piano la sezione ritmica spinge verso un progressive rock che tra melodie, dissonanze e aggressività è pronto anche ad incursioni verso certo jazz-rock. Quello che colpisce maggiormente in questi quattro brani è la capacità della band di impegnarsi continuamente in molteplici variazioni senza perdere minimamente il filo logico in composizioni costruite alla perfezione. C’è poi il vero pezzo forte, rappresentato dalla composizione che dà il titolo al disco, pièce de résistance di quasi diciassette minuti. L’inizio è molto delicato, con pianoforte e voce, l’entrata di basso e batteria mantiene quest’indirizzo romantico, chitarra e sax, poi, portano nuove tinte cremisi. Poco prima dei sei minuti c’è uno stacco e il pianoforte introduce una breve sezione per chitarra elettrica e voce; entrano in seguito lenti ritmi quasi marziali e verso gli otto minuti un’esplosione solenne guidata dal sax ed un crescendo di intensità emozionante. Un nuovo break c’è verso i nove minuti e mezzo e qui inizia una parte recitata accompagnata da docili e reiterati arpeggi di chitarra, un basso ipnotico ed un drumming à la Michael Giles. Si va ancora in crescendo, con gli ultimi due minuti altisonanti ed esaltanti. Il disco si chiude con “Enkei”, leggermente sperimentale, con partenza docile grazie al cantato, al pianoforte effettato in sottofondo, alla chitarra distorta in secondo piano, in un secondo momento i ritmi si fanno stravaganti e si aggiunge un sax che viaggia libero, mentre nel finale si ascoltano le onde del mare. Un gran bel disco, costruito e suonato con estrema perizia, che merita un giudizio estremamente positivo, anche se chi ha difficoltà ad approcciarsi al cantato in giapponese potrebbe avere qualche difficoltà nelle parti cantate e recitate.

 

Peppe Di Spirito

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