Home
 
EXIT Dove va la tua strada Black Widow Records 2025 ITA

Curiosamente, questo album vede la luce grazie alla chiacchierata tra due amici. Al festival Prog di Trieste 2021, infatti, l’appassionato Roberto Spataro viene a sapere da Mauro Degrassi – anch’egli esperto di prog ed impegnato in prima persona nella relativa diffusione del genere, soprattutto riguardo a compagini poco conosciute – di un gruppo triestino sconosciuto, autore di un nastro datato 1973. Rovistando nei ricordi e cercando online, soprattutto sui social, viene fuori qualcosa che fa parte di quel materiale. Loro sono gli Exit, che in quei fatidici anni ’70 esprimevano un abrasivo hard-prog chitarristico sulla scia di nomi illustri come i Garybaldi, gli Spettri (che sarebbero anch’essi tornati alla ribalta decisamente postumi, grazie sempre alla qui presente label genovese) e soprattutto Il Rovescio della Medaglia dei primi due album. Un quartetto formato da musicisti molto attivi in quel periodo, a partire dal chitarrista sloveno Goran Tavčar, che oltre ad aver suonato con i connazionali Kameleoni e Boomerang era presente sull’album “Il mare” di Gino D’Eliso, anch’egli di Trieste. Ma occorre citare anche il bassista Paolo Bassi (nomen omen…), presente nei circuiti jazzistici ed oggi residente alle Canarie dove continua a suonare, senza dimenticare il batterista (e in seguito anche cantante) Euro Cristiani, affermato come session man e poi come solista sia a livello nazionale che internazionale. A loro, dietro al microfono, si affianca Ilario Sfecci, che ad oggi sembra non abbia proseguito a tempo pieno nel medesimo contesto dei compagni di avventura.
Sì, ma la musica? Beh, chi ci ha lavorato sopra – proprio Degrassi, a quanto pare – ha operato una gran pulizia e alla fine ha riproposto i brani come suonavano all’epoca. Certo, la timbrica non è proprio eccezionale, testimonianza comunque dell’opera di ricostruzione a cui si deve essere andati incontro, perché i pezzi sono comunque ascoltabili. Volendo glissare sui testi, che come in molti altri casi non superano la prova dei decenni, la proposta strettamente strumentale è di quelle toste, che ricorda molto i gruppi sopra nominati, oltre ai Flea che uscivano nel 1972. Gli strumenti si intrecciano tra loro, sostenendo partiture sempre ruvide, intricate e al contempo vibranti. L’iniziale title¬-track ne è il degno manifesto, con le linee di basso che spiccano nel rutilare degli altri due strumenti. Su questa strada, decisamente hard, si collocano le partiture di “Ti Risvegli”. Dodici minuti in cui i primi tre risultano composti da intrecci continui, dove però il cantato urlato suona davvero fastidioso. Poi, l’atmosfera si stempera di colpo. Il canto è più discreto, in un contesto quasi liturgico, ma i cori vanno ad inficiare decisamente il risultato. Poi, pian piano, il motore va salendo sempre più di giri e si torna ai ritmi ubriacanti di partenza. C’è qualcosa di vagamente Hendrixiano nell’attacco quieto della finale “Grandi regni”, che subito dopo vira più verso una sorta di semi-ballad hard rock, per poi rilanciarsi nuovamente in una corsa forsennata, senza sdegnare il “rumorismo” vero e proprio per creare riempimento tra una fase e l’altra. Un altro pezzo dove si pesta duro è “La sfera”, ma è al contempo uno di quegli episodi meglio bilanciati nonostante i momenti caotici, con una seconda parte senza dubbio meglio organizzata e compatta. C’è poi anche “Corri e fuggi” come esempio di virtuosismo ritmico, anche se le urla dietro al microfono continuano a risultare deleterie.
Un totale di sei pezzi, che – nel bene e nel male – fanno davvero tornare indietro nel tempo. Chi ha vissuto in prima persona quel periodo, molto probabilmente proverà delle particolari emozioni. Magari rivivendo davvero momenti di fermento e di rivolta, di creatività e sperimentazione. Questo album richiama tutto ciò, dando la precisa sensazione di stare assistendo ad una di quelle sessioni che si tenevano di sera tardi in qualche stanza, dove si improvvisava cercando di creare qualcosa di alternativo ai propri idoli. E dove, a volte, usciva qualcosa di veramente buono. Doveva essere pura magia. Però, oggettivamente, su quelle fasi c’era parecchio da lavorare. Come ci sarebbe stato da lavorare anche su queste canzoni, che non danno certo un senso di completezza. Una felice riscoperta di un ulteriore elemento di quello che fu il sottobosco musicale italiano, quindi; proposta che magari oggi potrebbe essere risuonata, arricchita e diventare qualcosa che possa interessare non solo chi scopre con merito le rarità.

 

Michele Merenda

Italian
English