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DOMINIC SANDERSON Blazing revelations autoprod. 2025 UK

Classe 1999 ed autore di un interessante debutto nel 2023 con “Impremanence”, Dominic Sanderson alza ancora di più l’asticella con “Blazing revelations”. Impegnato alle chitarre, alla voce e al mellotron e accompagnato da una band rinnovata con Tristan Apperley (basso e violino), Jacob Hackett (batteria e percussioni), Embiye Adali (tastiere) e Andy Frizell (fiati), nel nuovo lavoro il musicista propone tre quarti d’ora di prog reminiscente degli anni ’70, con diverse influenze, ma comunque trattato a modo proprio. Solo quattro composizioni, delle quali ben tre viaggiano ben oltre i dieci minuti. L’apertura è affidata a “From the weeping cradle”, che propone un rock sinfonico frizzante, caratterizzato da una partenza con intrecci tra i vari strumenti, tempi composti, mellotron drammatico e variazioni continue, con tanto di elementi canterburiani, soprattutto quando svolazzano flauto e sax. Solo poco prima dei sei minuti compare la voce di Sanderson, subito teatrale e hammilliana, molto enfatica e impostata, al punto che forse non a tutti piacerà, ma che diventa sicuramente altro elemento peculiare della proposta. Soprattutto (ma non solo) per l’impostazione del cantato, da questo momento in poi il sound mostra una forte parentela con i Van der Graaf Generator e prosegue, tra un break e l’altro, con questa forte carica di tensione fino al termine del brano. “Faithless folly” parte in maniera più introspettiva, con misteriosi arpeggi di chitarra, ma dopo un minuto e mezzo vira in maniera decisa verso lidi crimsoniani, mentre Sanderson accompagna sussurrando con la voce. Dopo un altro minuto ecco un’altra variazione, ma si rimane alla corte del Re Cremisi, con ritmi sincopati, saliscendi chitarristici, stacchi continui e sax ben presente. Verso i quattro minuti si cambia decisamente registro e possiamo ascoltare un jazz-rock che alterna morbidezze, ruvidità e brio. “A rite of wrongs” è il pezzo più breve del lotto, ma comunque supera i sei minuti. Inizio sinfonico col mellotron, poi un orientamento quasi acid-folk-rock, tra suoni prevalentemente acustici di chitarra, flauto, violino, mandolino e tastiere. Momento sorprendente e riuscitissimo! Si giunge alla fine con “A lullaby for a broken dream”, che va oltre i sedici minuti. È una composizione costruita mirabilmente, dall’inizio pastorale alla virata vandergraafiana, dai cambiamenti di tempo e di atmosfera che portano a nuovi passaggi bucolici e a delizie acustiche che portano alla mente Anthony Phillips a riff massicci, dai continui interscambi tra i vari strumenti (col mellotron sempre in bello spolvero) all’assolo epico di chitarra elettrica che pian piano spinge verso il finale maestoso e in dissolvenza. Un gioiello! Non è un prog esattamente “convenzionale” quello proposto da Sanderson e, anche se le influenze sono nette e non inventa nulla di nuovo, il pensiero che un musicista di questa età si orienti verso certe sonorità con tale padronanza di mezzi e tale personalità dà una piccola speranza ad un mondo prog sempre più avaro di novità realmente importanti negli ultimi anni.

 

Peppe Di Spirito

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