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| ASTRAL HAWK MACHINE |
Astral hawk machine |
Black Widow Records |
2026 |
USA/UK/FIN |
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Pubblicato in sole trecento copie, il debutto degli Astral Hawk Machine segna – fin dal nome – un evidente tributo agli Hawkwind e al loro space-rock che si è sempre distinto dai “corrieri cosmici” o dalle più recenti espressioni che mettono in mostra un determinato livello di virtuosismo, preferibilmente con richiami mediorientali (tipo gli Ozric Tentacles). Proprio come accadeva con i più illustri colleghi, le ritmiche possono essere definite… mantriche, fino a risultare martellanti e addirittura ossessive. Si tratta di una musica “cosmica” che – dal punto di vista umano – guarda allo spazio nel senso più primordiale del termine, quando le notti buie e stellate venivano vissute come un rituale misterioso, fino ad avere (chissà…) contatti con visitatori di altri mondi. E a quel punto, l’antica progenie si elevava mentalmente e fisicamente all’interno di un esperimento alieno. Di quei momenti arcani, rimangono sbiadite tracce nei ricordi più ancestrali. Nel 2022, lo statunitense Jay Tausing, ex Chrome, ha cominciato a jammare sfruttando chitarra, basso, batteria e sintetizzatori, coinvolgendo il finlandese Santtu Laakso dei Dark Sun (pure lui ai synth) e soprattutto la cantante Bridget Wishart, autrice dei testi, esecutrice di partiture tramite l’Electronic Wind Instrument (EWI) e soprattutto proveniente da una delle (re)incarnazioni degli Hawkwind, proprio loro. Questo trio così psichedelico viene ritenuto la continuazione del progetto Chromium Hawk Machine col suo doppio album “Anunaki” del 2018, in cui lo stesso Tausing divideva la scena con Nick Turner (riecco gli Hawkwind) ed Helios Creed. Ma quel capitolo suonava molto più corposo, vi era una potenza sonora maggiore, che sfociava persino nella caoticità. In questo caso, invece, le composizioni sono molto più lineari, difficilmente si trova qualcosa che vada oltre il senso di ipnotismo dettato dall’andamento della musica. Degli spunti interessanti li si può trovare verso la fine, su “No more war”, dove si può cogliere una contaminazione stilisticamente sabbathiana; atmosfera plumbea e chitarra in evidenza, con l’inserimento delle modulazioni sonore dell’EWI. È un episodio in cui le parti strumentali godono di maggiore libertà, perché questa sembra essere una costante di molti brani presenti sull’album: la voce solista, le doppie voci ed i cori (tutti allegramente allucinati, sempre e comunque) non lasciano quasi mai spazio all’espressione solista degli strumenti, dando vita ad una lunga recitazione sorretta da questa particolare colonna sonora, tanto antica quanto fantascientifica. Il pezzo sopra citato, come detto, è sicuramente una delle eccezioni, seguito però subito dopo dalla conclusiva “Rosa”, lunga più di otto minuti ma con andamenti nonostante tutto suadenti. Una traccia che suona allegra è “All cosmonauts”, dal testo tanto impegnato socialmente quanto semplice da cogliere, mentre “Knots” ha qualcosa dei Gong di David Allen; oltre al complessivo andamento psichedelico e visionario, l’EWI viene qui impostato come sassofono, ricordando maggiormente la band anglo-francese e risultando col suo crescendo uno degli episodi migliori. È sicuramente propedeutico alla bella introduzione di “Time to hill”, che mantiene ancora contatti col pianeta Gong. Occhio poi alle forti distorsioni di “Where the air”, dove comunque ci si aspetterebbe che accadesse qualcos’altro, che invece non accade. Musica di un rituale psichedelico perpetuo, si diceva. Per chi ama questo tipo di dimensione sonora, la proposta suonerà parecchio interessante. Occorre però esserne appassionati e soprattutto dedicare il giusto tempo all’immersione sonora, la cui ripetitività ne costituisce parte essenziale. Buona la produzione e bello il libretto interno. Visto il numero limitato, un buon pezzo da collezione per gli amanti del genere.
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Michele Merenda
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