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THE AMAZING Gentle stream Subliminal Sounds 2011 SVE

Lasciati al momento da parte i suoi Dungen, Reine Fiske (meglio noto nel nostro universo per il suo passato in gruppi come Landberk o Paatos) mette in risalto il lato più pop della sua anima, sperimentando soluzioni che rendano più appetibile la sua musica ad un mercato discografico più ampio (pare che anche la famiglia reale svedese la abbia apprezzata), pur non snaturando la sua identità artistica.
Dall’incontro con il cantautore Christoffer Gunrup (che nell’album suona anche la chitarra oltre che cantare) nascono questi Amazing, nella cui formazione convergono il batterista dei Dungen Johan Holmegård, il bassista Fredrik Swahn ed il tastierista Magnus Vikström oltre ad altri musicisti, alcuni dei quali ben noti nel giro del Jazz svedese come il batterista Moussa Fadera ed il sassofonista Jonas Kullhammar. Dopo il debutto del 2009 con un omonimo album ed un mini LP edito nel 2010 ed intitolato “Waiting for a light to come”, ecco che giunge questo secondo full-length. Qualcosa dei Dungen lo si avverte sicuramente e si materializza soprattutto in quella nebulosa e iridescente psichedelia dal sapore retrò che pervade ogni composizione dell’album, come ben riconoscibile è la mano di Fiske, il cui tratto delinea arrangiamenti eleganti e pieni di classe, seppure in un contesto musicale denso di fumi e sfumature. Un impeccabile tocco vintage è fornito da strumenti che comprendono autentici Mellotron, le cui sensazioni inconfondibili arricchiscono questa specie di melassa sonora a volte così viscosa altre volte decisamente fluida. Il cantato in inglese contribuisce a rendere il disco appetibile a molti palati ma mi preme precisare che la ricetta non è poi così semplice e banale come potreste pensare. Troviamo sicuramente belle melodie cantate da una voce decisamente affabile e cantautoriale ma non bisogna soffermarsi a quelle spingendo l’attenzione verso una struttura sonora in cui si individuano molti particolari, con trame percussive quasi jazzy, moltissimi riferimenti folk ma anche elementi sinfonici, come nella splendida “Dogs”, un po’ Simon & Garfunkel, certamente, ma nei suoi riverberi più oscuri, soprattutto quando la musica viene privata del cantato, molto affine ai Landberk. Più sbilanciata verso i Dungen può essere “Flashlight”, con le sue tastiere polverose, il flauto che è un alito leggero e trame ritmiche felpate e morbidamente frastagliate. In questo contenitore colorato troviamo pezzi decisamente più radiofonici, come “Gone”, che non nasconde la sua cantabilità o “International Hair”, costruita su melodie ammiccanti con un impianto vocale che ricorda certo folk cantautoriale americano, ma si tratta essenzialmente di zucchero che rende più attraente una proposta piacevole ma non certo banale. Il finale dell’album ci offre i pezzi più impalpabili con una “Assumption” addolcita dalle carezze del Mellotron e da una voce femminile che segue come un’ombra quella di Christoffer e la conclusiva “When the Colours Change”, un lentissimo pezzo bluesy dai riflessi Floydiani che sembra cullare l’ascoltatore fino all’ultima nota con i suoi cori (tornano le voci femminili) che sembrano un sommesso rollio di oscure onde marine.
Sicuramente è un album che non colpisce dritto al cuore per le sue emozioni un po’ attutite, per la sua connotazione pop cantautoriale, data soprattutto dagli elementi vocali, per una certa omogeneità complessiva che fa percepire in maniera smorzata le tante variazioni alle quali la musica è pure soggetta e che rischia di far scivolare via una dopo l’altra tutte le canzoni, se le ascoltate un po’ distrattamente, ma dietro questa apparente affabilità, oltre la glassa zuccherina di superficie, ci sono arrangiamenti meticolosamente strutturati e tanta perizia tecnica che non vi viene sbattuta in faccia ma che va assaporata ascolto dopo ascolto. Se cercate qualcosa che vi seduca forse la trovate qua dentro, sempre che non disdegnate soluzioni dai contorni maliziosamente pop.


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Jessica Attene

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