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GRACE The poet, the piper and the fool Rikki Records 1992 UK

I Grace si formarono verso la metà dei '70 per poi sciogliersi nel 1981 dopo aver pubblicato due album (uno live) di dubbio valore, almeno secondo il parere di chi li ha ascoltati. Riunitisi da poco tempo in formazione quasi originale, eccoli tornare sul mercato discografico con questo CD che ha tutto il sapore dell'opera d'esordio, tale la freschezza e la spontaneità presenti nei solchi laser. Indicherei come maggiori influenze nella musica dei Grace i Jethro Tull, i Genesis del periodo "Wind & wuthering", nonché il folk britannico. Sicuramente è molto più new-prog rispetto alla prima incarnazione del gruppo, anche se spesso la ritmica si fa più rock e meno fantasiosa, senza cadere mai però al di sotto del minimo livello di gradimento. Si comincia con "The piper", assieme a "Holy man" il vero inno dei nuovi Grace: da seguire il grandioso finale col flauto in primo piano, prima da solo, poi supportato dagli altri strumenti. "The field" e "The poet" sono un attimo più tirate, con menzione per la seconda ed il suo (ancora) finale. Delle tastiere con sonorità scozzesi caratterizzano la successiva "Raindance" in cui si ritorna ad atmosfere più prog, senza convincere appieno, però. "Success" è un pezzo breve che non sfigurerebbe in una discoteca (!), mentre "Lullaby" è un bel brano soffuso ed intimistico. Siamo arrivati alla mini suite conclusiva, "Holy man", come detto uno dei capisaldi dell'album e una degna conclusione dello stesso.
Il giudizio finale è più che semplicemente positivo: pur se i Grace non inventano nulla ed hanno momenti di caduta di tono, il loro album si può considerare tra i migliori usciti nel Regno Unito in questa rinascita del prog, e sicuramente tra quelli con lo stile più personale. Le influenze sopra ricordate sono infatti al puro scopo di aiutare il lettore e non vanno prese alla lettera.

 

Alberto Nucci

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