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MANGROVE Touch wood autoprod. 2004 NL

A distanza di 3 anni dal debutto discografico, inaugurato con l'EP "Massive Hollowness", la band olandese raggiunge la sua maturitÓ espressiva con questo grazioso album che, grazie anche al gesto scaramantico ritratto in copertina di toccare legno, ci auguriamo ottenga una buona sorte! Diciamo subito che l'aspetto pi¨ intrigante Ŕ rappresentato dalla ricca vena sinfonica che sgorga principalmente dai tasti del nuovo keyboard player Chris Jonker, la cui impostazione Ŕ di chiara scuola Genesisiana, con una predilezione particolare verso le armonie di Selling England. Senza mai plagiare spudoratamente il maestro Banks, l'attento discepolo, grazie anche all'impiego di un delicatissimo Mellotron e di evocativi assoli di Moog, riesce a ritagliare degli intarsi sonori vibranti ed espressivi. Lo splendido lavoro di ornamento e contrappunto svolto da una chitarra (sia acustica che elettrica) ispirata, neanche a farlo apposta, ad Hackett, con l'aggiunta di qualche passaggio di flauto, rende il panorama sonoro pi¨ nitido ed ampio. La dimostrazione di quanto appena affermato viene subito dalle prime note dell'opening track "Fatal Sign", seguita dalla delicata "Vicious Circle" e dalla oscura "Cold World" che non tradiscono le influenze poco fa menzionate e rappresentano la terna di canzoni meglio riuscite, assieme al lungo pezzo di chiusura, "City of Darkness", della durata di 11 minuti circa. Il fattore Genesis non Ŕ comunque sempre preponderante e subisce delle transitorie diluizioni, tornando a farsi, qua e lÓ, pi¨ o meno evidente. Il cantato Ŕ stato affidato, dopo l'abbandono del vecchio cantante, al chitarrista Roland Van Der Horst, il quale presenta una timbrica vellutata e profonda, a metÓ strada fra Gilmour e Roine Stolt, che forse per˛ non si adatta appieno alla musica proposta. Nonostante la bellezza di alcune intuizioni, il songwriting non appare sempre fluido e a volte le canzoni stentano a decollare, come nella insipida "Penelope" e, a volte, come nella lenta e trascinata "Help Me", sembra non si arrivi mai al dunque. La proposta appare comunque di valore, anche se le idee andrebbero organizzate un po' meglio ed alcuni brani appaiono forse un po' troppo fiacchi. Praticamente abbiamo un album composto per la sua quasi totalitÓ da pezzi lenti e questo pu˛ costituire un elemento di stanchezza.

 

Jessica Attene

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