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MALOMBRA Our lady of the bones Black Widow 1996 ITA

Avevo collocato l'esordio "Malombra" in testa alla mia personale playlist del 1993; ora le oniriche perversioni della band del carismatico Mercy tornano ad ammaliarci con questa monumentale (77 minuti!) opera seconda, disponibile in CD o doppio LP. Detto della cover, inquietante davvero, va sottolineato che i MALOMBRA si sottraggono con intelligenza alla tentazione di ripercorrere fedelmente le orme del passato, ed infatti "Our lady of the bones" suona in modo assai diverso rispetto al pur fortunato predecessore, che spesso amava indulgere in trascinanti combinazioni heavy: qui le trame si fanno molto più intricate e, in conseguenza di ciò, i pezzi si dilatano temporalmente fino a sfiorare i 20' della title-track! Sì, quello dei MALOMBRA è diventato dark-progressive a tutti gli effetti, raccogliendo il meglio di quanto promanato da Black Widow e King Crimson, da Black Sabbath e successivi epigoni, ed anche dalla gothic-wave di Joy Division e Sisters Of Mercy, per poi plasmare il tutto a propria immagine e somiglianza. Le timbriche finali sono comunque molto moderne, cariche di effettistica e di riverberi; i ritmi solitamente serrati; i duelli chitarra-tastiere pressoché onnipresenti. Ciò contribuisce a creare un senso di "pieno" che, alla lunga, potrebbe stordire leggermente: quanto mai opportuni, allora, appaiono i (non frequenti) attimi più meditativi, magari contrassegnati da delicati ricami di flauto (come in "Magna mater") o di violino ("La venta quemada"). La lunga track "Our lady of the bones" recupera, tra le altre cose, un paio di passaggi à la Pentagram di "Day of reckoning" e, soprattutto, un assolo di Hammond che, lo dico con sincerità, mi ha fatto respirare un po' di aria pura... Altro frammento qualificante è "Stonehenge", introdotto da un lugubre sdoppiamento di voci e sviluppato in modo riflessivo e personale. Ma è indubbio che il punto di forza del disco è costituito dagli arrangiamenti molto curati e variegati, e qui va detto che Mercy, i cui livelli di eccellenza come poeta e songwriter sono fuori discussione, invero fatica ancora un po' ad adattarsi vocalmente a simili preziosismi, arrancando talvolta nella ricerca della giusta tonalità. Non opterei, tuttavia, per una bocciatura: la sua strana impostazione, a cavallo fra Peter Hammill e Ian Curtis, merita future riprove. Proprio per il suo massiccio contenuto progressivo, questo lavoro si può consigliare tranquillamente non solo alle... creature della notte, ma a tutti i lettori di questa rivista.

 

Francesco Fabbri

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