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MAKAJODAMA Makajodama The Laser’s Edge 2009 SVE

La storia di questo gruppo inizia quando il chitarrista Mathias Danielsson (che in questo album suona anche il basso e le tastiere), lasciata la sua band di origine, i Gösta Berlings Saga, in cerca di nuove avventure sonore, incontra il batterista dei Carpet Knights, Mattias Ankarbrandt. Attraverso le mura della sala dove provava, Mathias poteva sentire il violino di Johan Klint e pensò che potesse fare al caso suo. Johan a sua volta conosceva una violoncellista, Karin Larsdotter, alla quale piaceva l’improvvisazione, ed ecco quindi nato un nuovo gruppo, il cui nome è formato dalle iniziali dei quattro musicisti. La prerogativa principale della band è quella di assemblare musica composta ad improvvisazioni, unendo le esperienze dei diversi componenti e mettendo in risalto il ruolo degli archi, che diventano gli strumenti solisti per eccellenza. Questo esordio discografico, mixato da Nicklas Barker degli Anekdoten (che nelle occasioni live si unisce spesso al gruppo per suonare il basso), si avvale anche della collaborazione di una serie di ospiti che contribuiscono ad arricchirne la gamma sonora, con flauto, fagotto, sax tenore, tuba, corno baritono, sitar, berimbao, pandeiro e agogo (quest’ultimo è un idiofono di origine nigeriana formato da due campane di ferro). Le sonorità sono crepuscolari ed oscure, dalle tonalità fredde con begli echi Crimsoniani e VanderGraffiani. La traccia di apertura, “ReodorFelgen Blues” fa bella mostra delle sue cadenze fusion, con un basso ritmato e metallico e gli archi sinuosi che conducono le danze. Con l’andare dei minuti gli impasti sonori si fanno più ruvidi e diventano chiare le assonanze con gli Anekdoten. Si tratta di un pezzo molto energico e coinvolgente ma secondo me la band raggiunge il massimo quando affronta temi sonori più avvolgenti, come nella successiva “Buddha and the camel” in cui gli archi disegnano linee melodiche struggenti, che ricordano in parte i primi Uzva, con riferimenti anche ai Camel che, come lascia presagire il titolo, si mescolano a vaghe fragranze orientali. Un’altra perla è la centrale ”The train of thought”, costruita con pennellate sonore leggere e delicate ma dai colori oscuri, come una bellissima campagna su cui cala una morbida coltre di nubi che preannunciano fresche piogge estive. Con “The ayurvedic soap” i suoni si elettrificano nuovamente ed il violino sembra quasi uno spettro. La gamma di sensazioni che questa band riesce a creare è davvero varia, spaziando con disinvoltura dai momenti strumentali più concitati a quelli più lirici. Le idee sembrano chiare e sono espresse con decisione e classe, regalando emozioni intense e stuzzicando l’orecchio dell’ascoltatore più attento quando l’approccio diventa più jazzy ed improvvisato, come in “Valliding Revisited” in cui i suoni freddi degli archi si mescolano a quelli caldi dei fiati e delle percussioni dal sapore tribale. Un disco davvero buono, suonato da musicisti in gamba, che lascia intravedere oltretutto ottimi margini di sviluppo. Consigliato, soprattutto ai nostalgici degli Anekdoten d’annata.



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Jessica Attene

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