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MAGENTA The twenty seven club Tigermoth Records 2013 UK

Per scrivere questo nuovo album, il sesto in studio della loro discografia, i Magenta ci hanno messo cinque anni. Una gestazione così lunga è sicuramente servita loro a far confluire nell’opera quanto di meglio avessero fatto nel corso della propria carriera, inaugurata, ricordiamolo, nel 2001 da “Revolutions”. Nell’arco della propria vita artistica il gruppo è passato dallo stile più marcatamente sinfonico dei primi due album a quello più asciutto ed elegante che tutt’ora lo contraddistingue, con una svolta segnata nel 2005 da “Home”. Se è vero che la musica qui contenuta non è il risultato perfettamente calcolato di una media aritmetica bisogna ammettere che effettivamente il gruppo ha studiato i propri punti di forza e ha cercato di esaltarli al massimo vendicandosi in un certo senso circa la non perfetta brillantezza del precedente “Chameleon” del 2011. Gli spartiti sono stati evidentemente arricchiti anche se la proposta continua ad avere dei connotati che forse definire “radiofonici” è eccessivo, anche se il termine rende abbastanza l’idea. Melodie ariose, ritornelli su cui fissare l’attenzione e un tenue romanticismo alleggeriscono l’ascolto e poi c’è sempre la voce stupenda di Christina Murphy, o meglio Booth, da qualche anno a questa parte, simile per certi aspetti a quella di Annie Haslam, paragone questo abusatissimo quando si parla di cantanti femminili ma in questo caso molto azzeccato. Per una album elaborato non si poteva non ricorrere ad un concept di base: il titolo si riferisce a quella schiera di musicisti deceduti all’età di ventisette anni, alcuni dei quali per problemi di alcol o droga, o comunque per morte violenta. Il tema lega le canzoni come un sottilissimo filo conduttore e in generale l’album sfugge alla classica struttura del concept. Ogni canzone è di fatto perfettamente indipendente dall’altra ed è capace di vivere autonomamente anche al di fuori della cornice narrativa dell’album. Ogni pezzo appare ben calibrato, elaborato fin nei dettagli e slegato musicalmente dagli altri ma non ci si ferma ad una autonomia strutturale, le liriche infatti sono molto generiche ed i riferimenti ai personaggi specifici sono abbastanza velati, in modo tale che l’ascoltatore possa estraniarsi facilmente dal contesto e lasciarsi trascinare semplicemente dalla musica che scorre sempre in modo decisamente accattivante.
Gli indizi più importanti sull’identità dei sei personaggi presi in esame li troviamo nei disegni del booklet ma anche qui bisogna stare molto attenti perché il loro volto è coperto da un grosso specchio infranto. I numeri riportati accanto ad ogni immagine si riferiscono invece alle coordinate GPS del luogo in cui sono morti. Non vi allarmate però: non è poi così difficile capire che “The Lizard King”, come il titolo così sfacciato suggerisce, riguarda Jim Morrison mentre “Ladyland Blues” ci riconduce a Hendrix. L’unico personaggio femminile è quello di Janis Joplin, raccontato nella centrale “Pearl”; ci sono poi Brian Jones con “Stoned”, Kurt Cobain con “Gift” ed infine Alan Wilson, il gufo cieco dei Canned Heat, nella conclusiva “The Devil at the crossroads”.
Sono stati scelti dei minutaggi abbastanza lunghi per le tracce che spesso si presentano come fossero divise in due, trovando due diversi punti di equilibrio emotivo. Sfuggono a questa regola i due pezzi più brevi e cioè la ballad dedicata alla Joplin, in cui la voce di Christina sembra dare il meglio di sé, e “The Gift”, con le sue soavi orchestrazioni che poco hanno a che fare con un personaggio spigoloso come quello di Cobain. In generale bisogna dire che quasi nulla neanche musicalmente ci riporta ai personaggi prima menzionati e anzi, lo spirito dei brani è in generale positivo e luminoso, tanto da far pensare ad un lieto fine nei cieli del paradiso per questi personaggi dal carattere irrequieto. Lo stile non esce del tutto fuori dal territorio del new prog, con diffusi tocchi sinfonici e a volte riferimenti più tangibili agli Yes, come per esempio per le parti corali e gli intrecci strumentali di “Stoned” che mostra elementi di complessità che comunque si sublimano sempre in uno stile essenziale e spesso cantabile. In alcuni episodi, come nella traccia di apertura dedicata a Morrison, è stato sperimentato un indurimento del sound con tastiere più massicce e parti di chitarra elettrica taglienti, ma ai Magenta non piace mai tirare troppo la corda e si rientra subito nei ranghi. Non è in questo modo che il gruppo spera di irretire il proprio pubblico e certe soluzioni sono solo sfruttate per creare il giusto contrasto.
Se poi ci si diverte a seguire le performance dei singoli musicisti scopriamo che al di là della formula lineare l’album è sicuramente ben suonato con un bel lavoro di Chris Fry alla chitarra e le tastiere di Rob Reed (che suona anche il basso, la chitarra e il mandolino) intense, senza sbavature e che non cedono mai ad inutili e auto compiacenti alzate di capo. Alla batteria segnaliamo poi l’ingresso di Andy Edwards, già negli IQ e nei Frost*, con il suo stile perfettamente adeguato alle circostanze. Il sound è infine molto brillante e non a caso secondo me nel DVD allegato all’edizione speciale è possibile riascoltare il disco in due formati audio diversi, cosa che consiglio, in modo da far emergere ulteriori particolari sonori. Il disco versatile contiene poi un documentario sul making of dell’album, con immagini in studio e commenti, tanto per dare l’idea a tutti circa l’impegno della band. Che il disco non nasca dal caso si percepisce fin da subito e tanto lavoro ha dato sicuramente i suoi frutti. Se ha senso oggi parlare di new prog direi che questo senso lo ritroviamo tutto in questo album che risulta esattamente ciò che il gruppo voleva che fosse. Grande ritorno dei Magenta, melodia senza fine con scenari da film, una discreta sinfonicità e una splendida voce. Mi sembra ci sia tutto per i fan e non.



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Jessica Attene

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