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MACHINE MASS Inti (feat. Dave Liebman) Moonjune Records 2014 BEL/USA

L’Essenza del Machine Machine Mass Trio prende concettualmente forma poco dopo il trasferimento del batterista statunitense Tony Bianco in Europa, a metà degli anni ’90. Qui, collabora con parecchi musicisti di estrazione (più o meno) jazz dediti all’improvvisazione, come il sassofonista Elton Dean. Un continuo mettersi alla prova, che lo porterà a fondare i douBt con il chitarrista Michel Delville dei belgi The Wrong Project ed il tastierista Alex Maguire. Nel 2010, il batterista deve affrontare la malattia della moglie (purtroppo poi deceduta) ed egli stesso ne esce molto provato. L’amico Delville, col quale sembra esserci una sorta di intesa telepatica, gli suggerisce di passare da Liegi per suonare qualcosa assieme al sassofonista Jordi Grognard e finalmente distrarsi. Durante quella settimana, il nome “Machine Mass” continua a girare per la testa di Tony Bianco; Delville, una volta messo a conoscenza del pensiero insistente, suggerisce di usarlo per denominare il nuovo progetto che li avrebbe presto coinvolti. Nel 2011 esce il debutto “As real as thinking” e l’anno seguente hanno inizio le registrazioni dell’attuale album con il sassofonista Dave Liebman, figura di grande rilievo che ha collaborato, tra gli altri, con personaggi cardine tipo Miles Davis ed Elvis Jones. Come riferito dai diretti interessati, la realtà Machine Mass è un laboratorio sonoro di improvvisazione e ritmiche complesse, in cui (quasi) tutti i pezzi, in questo caso, sono stati creati ed eseguiti nell’arco di un solo pomeriggio, scegliendo per il prodotto finale la prima o al massimo la seconda traccia. I tre hanno quindi suonato nella massima libertà, interagendo con dei computer che ricreavano basi ed interventi sia di basso che di pianoforte, oltre ad effetti vari. Il software Ableton Live ha sfruttato infatti delle particolari frequenze che hanno portato a ricreare un sound assolutamente “umano”, caldo, lontano dalle sonorità manifestamente piatte ed elettroniche della stragrande maggioranza dei sequencer. Loop scaturiti quasi sempre dall’inventiva di Tony Bianco e poi sapientemente mixati da Jon Wilkinson. Un viaggio nel jazz-rock più elettrico e sperimentale, prosecutore futurista di lavori Davisiani come “Bitches brew” e “On the corner”, che vede cambiare continuamente le ritmiche per adattarsi alle cangianti basi computerizzate (ma non sembrerebbero tali, lo si ribadisce).
“Inti” ha i suoi momenti migliori all’inizio e alla fine, con i due brani che portano la firma Bianco/Liebman. La title-track posta in apertura è infatti molto intensa, ricorda una specie di Allan Holdsworth assai distorto, con la differenza che il chitarrista inglese è solito suonare delle partiture da sassofono con la chitarra; qui, invece, è il sax stesso a suonare quelle note, con un cipiglio però chitarristico! Su un grande drumming, la chitarra di Delville, dal canto suo, si dimostra – sagacemente – dura e visionaria. La conclusiva “Voice” riprende questo ottimo approccio, segnalandosi per dei bei controtempi in cui l’espressione musicale “elettricizzata” (e spesso stridente) la fa da padrona.
E nel mezzo che succede? La prima parte si mantiene comunque su buoni livelli, tanto che “Centipede”, fin dal titolo, fa ricordare il gruppo omonimo in cui suonava Keith Tippet, che pubblicò un unico lavoro nel 1971 (“Septober Energy”) per la sfortunata Neon Records. La seguente “Lloyd” è molto ritmata, quasi funkeggiante, con i “commenti a fiato” spesso memori della lezione espressiva cool-jazz del già citato Miles Davis ed un notevole assolo di chitarra. È poi la volta della riproposizione di “In a silent way” di Joe Zawinul, brano che dava il titolo proprio allo storico album di Davis nel 1969; un ripercorrere sentieri etnici, quasi da world-music, con il flauto in legno di Liebman, le percussioni avvolgenti ed un’atmosfera creata soprattutto da Delville che cresce costantemente, diventando sempre più densa.
“A sight” è formata dagli svolazzi del sassofono e da frasi ripetute, mentre “Utoma” lascia completa libertà di espressione a Dave Liebman, a cui si affiancano suoni un po’ inquietanti, soprattutto quando viene lasciata sola la batteria. Si giunge così alla pacata “The secret place”, con la bella voce di Saba Tewelde capace di spezzare decisamente una situazione che forse, riflettendoci, si stava facendo fin troppo “pesante”. E poi c’è “Elisabeth”, oltre dodici minuti (per nulla facili da digerire) firmati da tutti e tre i musicisti.
Si sarà capito che l’album non è per nulla semplice e che dopo l’entusiasmo iniziale potrebbe stancare. A parte questo, “Inti” è un tipico prodotto made in Moonjune Records, che fa della continua ricerca sperimentale la sua ragione di essere. Del resto, anche questa è una prerogativa della filosofia jazz. Un lavoro da prendere come le erbe medicinali: a piccole dosi. Con la corretta somministrazione, potrà essere digerito, assimilato e quindi anche apprezzato come è giusto che sia. Altrimenti, come effetto collaterale, potrebbe portare un gran brutto mal di testa.


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Michele Merenda

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