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NEVERNESS Cuentos de otros mundos posibles Musea 2007 SPA

Da Valladolid, Spagna, i Neverness, al secondo appuntamento discografico. Il loro primo disco risale al 2002 e portava il titolo (augurale) di “Horizonte de Sucesos”. Il gruppo propone un prog a tinte hardeggianti, con ampi spazi cosmico psichedelici. Un bel mix di Pink Floyd e Deep Purple con cantato in spagnolo e con alcune parti semi improvvisate. Anche per questo gruppo, come ormai succede spesso, c’è un discreto divario stilistico tra le parti strumentali e le parti cantate. Queste ultime spesso si discostano in maniera netta e si amalgamo non troppo bene all’andazzo strumentale, avvicinandosi, invece, a temi quasi cantautoriali (spesso mi è saltato alla mente Fabrizio de Andrè e altri cantautori italiani anche meno prestigiosi).
Il CD, bello nella confezione e molto buono nella qualità di ascolto, si presenta con sei brani piuttosto lunghi che si attestano mediamente sui nove minuti, cinque il più corto, dodici il più lungo. Sono, comunque, la parti strumentali più dilatate le più espressive, spesso ricche di patos, talvolta con reminiscenze Rush e Kansas.
Per tutto il disco quindi si alternano atmosfere più psichedelico rumoristiche, più o meno improvvisate e dimensioni melodico-romantiche, a volte un po’ troppo spinte. Sinceramente non saprei dire quale delle due si addice maggiormente al gruppo, posso dire, personalmente di preferire le prime che, frequentemente, hanno spunti davvero piacevoli.
Dei sei brani nessuno spicca sugli altri, ma sono i vari movimenti che li compongono ad essere più o meno interessanti. Tra i momenti migliori i finale trascinante e floydiano dell’opener “Pochamama”, la parte centrale di “Si Mundo Al Revès” a cavallo tra Anekdoten e Orme, mentre di questo brano è incredibile la somiglianza della melodia iniziale con “Amore che vieni amore che vai” di De Andrè. “Sin Horizonte” è forse quello che contiene i momenti migliori del disco, specie la parte tastieristica è veramente di gusto con quegli organi strappati alla John Lord che duettano con una chitarra sempre inquadrata. Tra il tutto c’è qualcosa che mi rimanda agli italiani Areknames, ma sono forse attimi, manciate di note e di arpeggi, forse nulla più. “Desde El Silenzio” ha un inizio così floydiano, che merita un attento ascolto e un apprezzamento per la perfetta riuscita delle sonorità, mentre la linea melodica è classicamente di pop prog italico. “Mundo Locos” è ultimo brano e più lungo del lavoro, tra momenti psichedelici improvvisati, dilatati e ben riusciti e parti melodiche, come sempre, più contenute, per una chiusura degna di un buon disco, sentito, misurato, mai oltre le possibilità strumentali e musicali del gruppo. Consigliato, sicuramente.

 

Roberto Vanali

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