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OVERHEAD Of sun and moon Progressive Promotion Records 2012 FIN

I finlandesi Overhead tornano sul mercato discografico dopo quattro anni, lasciandosi alle spalle una trilogia che aveva raccolto parecchi consensi tra gli addetti ai lavori. Dopo aver esordito nel 2002 con “Zunathum” sulla nostrana Mellow Records, capace di intuire subito le potenzialità dei giovani musicisti, la prestigiosa etichetta francese Musea li metteva sotto contratto per i successivi “Metaepitome” (2005) e “And we’re not here after all” (2008), segnalando una crescita esponenziale ed un contenuto musicale che giustificava l’impegno della nota label discografica. Il genere era una rielaborazione dei migliori Genesis (almeno all’inizio), Camel e Pink Floyd in qualcosa di parecchio personale, con improvvise scariche di energia che “metallizzavano” il sound. Una commistione che risultava ottima, con fraseggi di chitarra e pianoforte capaci di dare senso compiuto alla terminologia prog rock.
Passati alla Progressive Promotion Records, questo quarto “Of sun and moon”, composto da pezzi epici (così dicono loro) ispirati al 100% dall’oscurità perpetua e dagli interminabili giorni di luce che contraddistinguono la Finlandia, viene presentato come il migliore di tutta la discografia, dotato di dinamica e melodie parecchio catchy.
Spiacenti, ma stavolta qui c’è qualcosa che non funziona. Il taglio con i lavori precedenti è netto, virando su un prog metal con retaggi dark pop-alternative i cui ritornelli, nonostante la ricerca della melodia ad effetto, non rimangono stampati nella mente poi così facilmente. Per carità, un artista non deve condannarsi alla “prigionia” creativa con le sue stesse mani e quindi occorre che si senta libero di seguire l’ispirazione del momento, senza costrizioni dettate dalla critica, ma qui sembra che si siano tutti seduti a tavolino ed abbiano scelto di imboccare una via che magari potrebbe portare loro maggiori consensi nel mercato discografico. Il fatto è che in giro c’è chi determinate cose le fa meglio e da più tempo. Un esempio potrebbero essere i Muse, il cui leader, Matthew Bellamy, nel suo settore pare essere un geniaccio capace di creare un rock “apocalittico”, decadente e romantico che non dimentica la lezione dei Queen più operistici.
Ma qui che succede? Dove sarebbero quegli assoli di cui si parla con tanta enfasi nelle note di copertina e che tra l’altro avevano caratterizzato le prove precedenti? Qualcosa c’è di sicuro, ma non certo di così memorabile. Si può comunque dire che come dimostra l’iniziale “Lost Inside 2” la produzione è buona e bella tosta, anche se ne esce mortificato il sono della batteria, che in questo caso sarebbe dovuto essere per forza di cose più incisivo. C’è da dire che più si va avanti e più i brani denotano un maggiore interesse (dalla quarta “Aftermath” viene nuovamente fuori il flauto solista), come se si passasse da uno strato superficiale a qualcosa di sempre più profondo. Ne sono esempio “Syriana” o la strumentale “Grotte”, uno dei punti più alti di tutto l’album; a tratti una versione “alternativa” degli Ozric Tentacles, suonata con grande mestiere.
“Last Broadcast” è un brano soffertissimo, che ricorda i Radiohead, anche se nel finale i finlandesi dimostrano di che pasta sono realmente fatti; in “Alive” pare di sentire retaggi addirittura dei norvegesi Ah-ha inseriti in un contesto più professionale, sferzato nel finale da bordate heavy. “Angels and Demons” e l’altra vetta di “Of sun…”, in cui gli Overhead mettono in gioco tutta la loro cultura musicale e riescono ad armonizzarla con il nuovo corso produttivo. Una fase solista entusiasmante, in cui pare che finalmente si stiano divertendo pure loro, capace di riportare a quei musicisti imprevedibili che tutti conoscevano. C’è persino qualcosa di Ron Thal, ormai personaggio emblematico delle sperimentazioni nel campo della forma-canzone…
Chi ha apprezzato la trilogia iniziale, quasi sicuramente rimarrà deluso da quest’ultima fatica. Chi non li ha mai sentiti, farebbe bene a riscoprire prima la produzione passata. Coloro che invece amano le sonorità qui elencate avranno comunque un album molto professionale da ascoltare con tutta calma.
Per quanto riguarda gli Overhead, se davvero volessero continuare su questa strada, farebbero bene a puntare sulle partiture mostrate nelle citate “Grotte” ed “Angels and Demons”. Ne potrebbe davvero venir fuori qualcosa di assai originale.


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Michele Merenda

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