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QUATERNA REQUIEM O arquiteto Quaterna Records 2012 BRA

Ritorno a sorpresa per una band che sembrava ormai appartenere al passato. Nati grazie al duo costituito dalla pianista di estrazione classica Elisa Wiermann e dal batterista Claudio Dantas, esordirono nel 1990 con “Velha Gravura”, album intriso di sonorità sognanti intessute da una varietà di strumenti elettrici ed acustici, al quale fece seguito, nel 1994, il più incerto “Quasimodo”. Dopo un live pubblicato nel 1999, si segnala un disco realizzato nel 2003 da Elisa in duo con Kleber Vogel e con l’aggiunta di altri musicisti, fra cui lo stesso Dantas, ma dei Quaterna Requiem ormai non si parla già più se non in occasione di uno show commemorativo per i quindici anni del gruppo che ha luogo nell’agosto del 2004 a Rio De Janeiro. Evidentemente però non è ancora il momento di requiem o di epitaffi visto che il gruppo è tornato a tutti gli effetti coinvolgendo buona parte dei vecchi musicisti con la coppia di fondatori in prima linea ai quali si affiancano altri veterani come Kleber Vogel (violino e bandolim), Roberto Crivano (chitarre), più Jorge Mathias (basso), nuovo della compagnia ma con tanta esperienza alle spalle.
Il nuovo album è qualcosa di attentamente studiato e costruito, a partire dal concept che lega le diverse canzoni, dedicato all’architettura, rappresentata da artisti provenienti da diverse epoche e nazioni. Il concept culmina nella lunga suite “O Arquiteto” che occupa buona parte dell’album e si articola in 7 movimenti. Vengono qui celebrati, in ordine, Bramante, per il rinascimento italiano, Mansart, per il barocco francese, Frank Lloyd, architetto americano del movimento moderno, Gaudì per il modernismo catalano e infine Niemeyer per il Brasile, pioniere nell’esplorare le potenzialità architettoniche del cemento armato. Di ogni artista è stata presa in considerazione una precisa opera d’arte, come il Tempietto di San Pietro per Bramante o la Sagrada Familia per Gaudì, che ha fornito l’impulso creativo per trasformare le strutture architettoniche in architetture di suoni.
Lo stile del gruppo ritorna magicamente al passato sfiorando i livelli dell’esordio e si dimostra particolarmente fantasioso ed ispirato, forse proprio grazie al concept che consente di trovare un filo conduttore per composizioni interamente strumentali, trasformando l’astratto in concreto ed indirizzando i sentimenti dell’ascoltatore verso le forme geometriche delle opere, verso l’epoca in cui sono state concepite e verso i diversi stili degli architetti. Si fondono ancora suoni elettrici vellutati, quasi Cameliani a volte, agli strumenti d’orchestra con un magistrale lavoro svolto dal violino di Vogel e gentili richiami al folk e alla musica antica, con affinità stilistiche che in parte mi ricordano i Flairck più romantici. Molto affascinanti sono anche gli intarsi del bandolim ed il suono gentile delle sue corde pizzicate che possiamo quasi sentire vibrare singolarmente e risuonare una ad una fin dentro al midollo. Passando da una struttura architettonica all’altra la musica evolve gentilmente adattandosi alle diverse forme: per Bramante viene scelta una base d’organo e melodie sacrali contrappuntate dal rintocco delle campane, con un incedere lento e misurato. Luminosa e dal fascino antico, con bandolim e spinetta, è la musica che accompagna la Galerie des Glaces di Mansart, mentre nei tredici minuti dedicati a Gaudì le parti ritmiche diventano più complesse ed i suoni si intrecciano e sembrano quasi protendere in modo sinuoso e serpeggiante verso l’alto. Diventa quasi avanguardistica e cameristica, quasi affine a qualcosa degli Aranis, oserei dire, la composizione dedicata a Niemeyer, l’unico artista ancora in vita fra quelli che compaiono in questo CD (almeno nel momento in cui è stato realizzato, visto che è deceduto il 5 Dicembre 2012), che ha persino scritto una dedica al gruppo dimostrando di apprezzare l’interpretazione sonora della sua Catedral de Brasília. La suite termina con “Deconstrução”, in cui tutti gli elementi sonori che rimandano alle varie opere architettoniche sembrano mescolarsi e destrutturarsi per culminare poi con un “Postludium” in cui tutta la tensione si scioglie in una composizione melodica e sinfonica dall’effetto quasi rigenerante, dopo la lunga escalation di composizioni variamente strutturate.
Non dimentichiamo che la suite è preceduta da tre composizioni che hanno un effetto di introduzione e preparazione alla stessa con un “Preludium” di ben undici minuti, una più breve “Mosaicos”, ed una “Fantasia Urbana” di analoga durata alla prima. Ho apprezzato in particolare il grande lavoro del violino di Vogel, in grado di imprimere alla musica vitalità e sentimento. Molto belle sono pure le parti di piano, soprattutto quando diventano più ricche e complesse, mentre amo meno alcune scelte timbriche dei synth, forse un po’ troppo artificiali in questo contesto, ma si tratta comunque di sottigliezze che potrebbero non dispiacere a tutti. Abbiamo quindi un album lungo, ben strutturato, equilibrato, ricco di melodia, elegante nei suoni e che garantisce una buona presa sentimentale per tutta la durata dell’ascolto; a ragione mi sento pertanto di consigliarlo ad occhi chiusi agli amanti del prog sinfonico e melodico.


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Jessica Attene

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