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CANTERBURY EXTRA UK - seconda parte Roberto Vanali
 

Con questa seconda parte prosegue il discorso sulla musica di ispirazione “Canterbury Sound” fuori dalla madre patria Inghilterra, cercando anche nelle nazioni dove il movimento abbia avuto minimi agganci. Ripartiamo con l’Europa, rammentando che al di là di gruppi che apertamente si sono ispirati al sound di Canterbury, molti di essi presentano sottili attinenze date magari da un inclinazione verso compendi di suoni che hanno nel jazz e nella psichedelia parte delle basi di partenza. Quindi i riferimenti a certi sviluppi musicali, che sembrerebbero attingere alle sonorità che stiamo ricercando, sono in parte o del tutto inconsapevoli, come nella stragrande maggioranza del progressive jazz proveniente dall’Est Europa. Ho ritenuto comunque giusto dare trattazione anche a queste sottili attinenze, per quanto riscontrabili, perché trovo molto probabile che suoni analoghi possano interessare e, comunque, siano degni di nota in questo approfondimento.

FINLANDIA

Per la Finlandia: Uzva. Gruppo di recente produzione tre ottimi dischi all’attivo con grandi riferimenti alla fusion di Canterbury, ma soprattutto ad altri che si erano già ispirati al genere e cioè i francesi Noetra. Tre ottimi dischi tutti da sentire: “Tammikuinen tammela” (2000 CD Ylösmatka); “Niitoaika” (2002 CD Silente Records); “Uoma” (2006 CD Silente Records), con bei rimandi a National Health, Hatflied, Egg, ecc…
Ci sono poi i Kuusumun Profeetta (detti anche Moonfog Profet), non propriamente riconducibili al Canterbury sound, hanno però come leader in geniale Mika Rättö, del quale è da segnalare una forte devozione ai lavori Robert Wyatt.Finnforest, autori negli anni ’70 di due ottimi lavori “Finnforest” (1975 Love Records) e “Lähtö Mätkalle” (1976 Love Records) dove troviamo qualche peculiare momento alla Caravan, fecero nel 1979 un terzo disco, pesantemente inferiore ai due precedenti. Tracce di suond canterburyano le troviamo anche sparse tra le notazioni prevalentemente sinfoniche di Pekka Pohjola o tra quelle di ordinato jazz rock di Jukka Tolonen e dei Tasavallan Presidentti. Non mi sento però di indicare lavori specifici in quanto gli elementi saltano fuori in maniera saltuaria e forse neppure cercata.

AUSTRIA

In Austria, terra povera di progressive in generale, gli Orange Power con un discreto disco all’attivo e una serie di porcate per i dischi successivi. Non si tratta di un gruppo spiccatamente di Canterbury, ma semplicemente momenti fusion con tratti caratteristici riconducibili: “Orange Power” (1977, LP Philips).

DANIMARCA

Per la Danimarca potremmo trovare spunti di interesse nei Coronarias Dans che dispongono di un corpo strumentale di grande livello, ove spicca un bassista che pare fratello di Hugh Hopper, bellissime le parti pianistiche con sapore tra l’improvvisazione e le partiture di Steve Miller. Sicuramente da consigliare l’intera discografia (d’altronde sono solo due dischi): il corposo e jazzistico primo volume “Breath” (1970) e il maggiormente fluido e più canterburyano (spesso saltano alla mente i Nucleus e i Soft Machine) secondo volume “Visitors” (1975). Nati nel 1968 come ensemble a 8 elementi ecco i Dr. Dopo Jam, che nel 1968 sfornano un notevole Entree che tra folli zappismi di varia natura (loro stessi dichiararono apertamente di ispirarsi alle Mothers) e tra polpettoni sonori con dentro un po’ di tutto infilarono momenti di fusion tipicamente canterburyana, specie nell’uso nei flauti e della psichedelia jazzata: “Entree” (1973, LP Zebra – 2004, CD Karma Music).

SVIZZERA

Panorama ristretto, ma con qualcosa in più, anche per la Svizzera. Innanzitutto gli Yolk che in più di un disco hanno inserito le sonorità tipiche della fusion canterburyana. Questa band, nei propri dischi, ha fatto veramente di tutto, con equilibrismi di lessico musicale spesso ballonzolante. Una band dalle enormi potenzialità e interessante come poche in territorio elvetico. Però a fronte di queste potenzialità i risultati non sempre sono stati all’altezza e questo in linea generale, non solo riferendoci al Canterbury. Ad ogni modo tra le molte cose decisamente belle ed interessanti, troviamo spunti di carattere canterburyano veramente degni ed elevati, soprattutto nel disco a nome del leader: “Rémy Sträuli - The Elf Album” (1997) e nel bellissimo “Yolk Oksinivis” (2000). Altro gruppo da menzionare sono gli Überfall dello straordinario sassofonista Markus Stauss (anche con gli avanguardistici Spaltklang), autori di quattro dischi di cui i primi due degni di essere inseriti in questo excursus: In alle “Ewigkeit” (1986) “Neuschnee” (1988). Questa band toccando vari elementi fusion, avvicina spesso il proprio sound agli elementi in argomento, con forte propensione per il suono National Health e Hatfield and the North e per quello maggiormente sperimentale.

GRECIA

Per la Grecia ci sono stati gli Axis, gruppo che fece base a Parigi e incise dapprima un hard prog dalle tinte molto decise, ma per il disco omonimo del 1973 diedero una svolta alla musica, orientandosi verso forme di avanguardia e jazz rock che tra elementi hard, cantati ariosi quasi beat, inseriva sonorità dal piglio jazz improvvisato con contatto canterburyano nell’uso delle ritmiche e degli effetti, con richiami di Kevin Ayers, Keith Tippett e Centipede, ma anche un interessante uso delle tastiere alla David Stewart: “Axis” (1973, Riviera Rec.).
Ancora in Grecia gli Sphinx, una sorta di supergruppo con elementi provenienti da band già più note come i Socrates. Gli Sphinx si orientarono verso un jazz dalle forme più canoniche (rivisitano anche la Round Midnight di Monk), ma spesso sonorità sull’onda Nucleus o Soft Machine saltavano fuori. “Sphinx” (1979, ACBA).
Freschi, freschi, nati da una collaborazione tra strumentisti greci e italiani, gli straordinari Ciccada. Un solo disco (speriamo per ora) ricchissimo di sonorità folk, sinfoniche, celtiche che si sviluppano spesso su complesse e intricate trame alla Gentle Giant e, laddove le tessiture si spostano verso il jazz, ecco apparire temi chiaramente riferibili al nostro Canterbury, specie Hatfield and the North: “A Child In The Mirror” (2010, Fading Records).

CECOSLOVACCHIA

Nulla di apertamente e dichiaratamente canterburyano, ma questa realtà è sempre stata molto stimolante per l’aspetto e per l’uso del jazz rock progressivo e vari gruppi hanno intrapreso strade che hanno dato risultati interessanti e a tratti grandiosi. Quindi seppur non propriamente inseribili nel corso del sound di Canterbury alcuni gruppi possono meritare una citazione, se non altro perché gli appassionati della fusion canterburyana possono trovare sonorità a loro molto congeniali. Partiamo con un gruppo strano quanto avvincente, i Combo FH (Combo Franty Hromady) propose un jazz d’avanguardia con sezioni improvvisate, con curiosi slanci anche zappiani e altre quasi di funky easy listening. Ottimo il primo disco “Veci” (1980, Panton) da tenere a debita distanza il pessimo secondo.Jazz-Q dalla discografia più nutrita e seriosa, decisamente tosto e sanguigno il disco d’esordio, ancora intriso di blues aggressivo, chitarre acide e sconvolto, cacofonico, selvaggio free jazz, dato alle stampe come Blue Effect & Jazz Q Praha con il titolo “Coniuncto” (1970, Supraphon). Il secondo album, inciso come Jazz Q Praha si rivelò un disco più “pesato” basato sugli intrecci di piano elettrico dell’ottimo Martin Kratochvíl e con evidenti assimilazioni dello stile inglese dei primissimi anni ’70 e se proprio vogliamo dirlo con qualche breve contatto Nucleus e Soft Machine: “Pozorovatelna (Watchtower)” (1973, Panton).
Proseguendo in carriera ancora ottimi dischi sono “Symbiosis” (1974, Supraphon) e “Elegy” (1976, Supraphon) rilasciato come Martin Kratochvíl & Jazz Q, tutti con un sonorità molto intriganti e perfettamente adatte al pubblico canterburyano. Chiudiamo con i Mahagon e il loro poderoso funky jazz rock, variegato da qualche momento Caravan sound periodo “Waterloo Lily”. “Mahagon” (1977, Supraphon).

UNGHERIA

Rovistando in maniera massiccia è possibile trovare qualche piccola traccia canterburyana nel gruppo tipicamente jazz prog dei Syrius.Tra le loro particolari combinazioni sonore, sempre molto complesse e intriganti, con l’uso di massicci temi classici e avanguardistici, troviamo momenti con richiami Soft Machine uniti alla sbarazzina follia di Moving Gelatine Plates. Quanto volontaria sia la cosa può essere tema di discussione. Comunque ottima band della quale posso consigliare il disco d’esordio “Devil’s Masquerade” (1971, Festival), maggiormente creativo dei successi, ma comunque positivi album.

RUSSIA E REPUBBLICHE

Horizont (Gorizont), gruppo illuminato e splendente come pochi, dedito principalmente a prog sinfonico, si è trovato, probabilmente in maniera dotta ma casuale, ad inserire nelle trame situazioni di “intrico” canterburyano, maggiormente sperimentale e cosmico, generando un sound talvolta Yes-Genesis, talvolta RIO-Canterbury-Gong. Due ottimi dischi, più sinfonico il primo più “avanti” il secondo “Summer In Town” (1985, Melodia Boheme Music), “The Portrait of a Boy” (1989, Melodia - Boheme Music).
Recenti e notevolissimi i Marimba Plus. Non certo definibile gruppo canterburyano, ma l’utilizzo delle forme di un jazz-rock moderno con grandi dosi percussioni toniche e la loro fusion molto variabile nelle forme e nell’intensità, li fanno avvicinare a certi momenti dei Gong di Pierre Moerlen e più in generale a certe atmosfere soffuse di stampo canterburyano. Non canterburyani, quindi, ma decisamente intriganti per chi sia orientato verso quelle sonorità. Cinque dischi (per ora) in carriera, tra tutti si potrebbe iniziare ascoltando “Zebrano” (2006, Ark Systems Records).
Ci sono altre formazioni che casualmente potrebbero essere incappate in atmosfere jazz aventi contatti o similitudini canterburyane come ad esempio gli Allegro, formazione jazz rock che coniuga in maniera ottimale i suoni provenienti da esperienze diverse, non ultimo un sound trasversale che talvolta li fa somigliare vagamente ai Nucleus, ma anche a Soft Machine e Gilgamesh. Tra i loro dischi (certamente importanti al di là della trattazione) segnalo “Contrasts” del 1979, “In This World” del 1980 e “Golden Mean” del 1983. Poi la band estone In Spe, due dischi di cui il primo omonimo splendido, ma più tipicamente sinfonico, il secondo, meno buono qualitativamente, ma con qualche elemento, certamente inconsapevole, vagamente rientrante nella trattazione: “In Spe” (1983, Melodia), 2 (“Typewriter Concerto in D”) (1985, Melodiya).
Discorso analogo per, sempre in Estonia, i Mess di Sven Grunberg, forse tra i primissimi russi a operare consapevolmente nel progressive. Nel corso della storia musicale di Grunberg ha rock sinfonico, elettronica e un utilizzo dei suoni molto personale. In taluni momenti, specie di assolo con le tastiere, grazie ad un uso degli oscillatori molto simile a certe soluzioni di Dave Stewart, troviamo assonanze con gli Hatfield And The North, inframmezzate tra altre alla Genesis, Yes e Pink Floyd. La produzione Mess degli anni ‘70 è ascoltabile nello splendido “Küsi Eneselt” (2004, Strangiato Records). Ancora Estonia per un gruppo molto vario che ha preso alternativamente l’appellativo Megan Quartet o Megan Project. Il loro jazz dall’aria molto libera unita a certe forme psichedeliche porta a parecchie assonanze e ad un metodo che in certi momenti è decisamente canterburyano. Il loro unico lavoro in studio è del 2008, ma raccoglie composizioni che derivano dai primissimi anni ’90. “Roadside picnic” (2008, MKDK). Mantenendoci sul recente e sempre in Estonia, un’ottima band, ottima al di là di ogni trattazione settoriale i Phlox.Band molto dinamica, tecnica, ricca di spunti interessanti e dalle mutevoli forme. In alcuni brani toccano veramente da vicino i temi canterburyani specie di stampo Hatfield And The North e Soft Machine. Per ora quattro dischi all’attivo, non sempre di buona reperibilità: “Fusion” (2000, autoprod.), “Piima” (2004, MKDK), “Rebimine + Voltimine” (2007, MKDK), “Talu” (2010, MKDK).

EX YUGOSLAVIA

È veramente difficile trovare qualcosa di attinente alla trattazione in questa nazione. Si potrebbe, giusto per solleticare l’interesse e la ricerca, citare il Trio Dag, che ha operato nella zona di Belgrado a partire dai primi anni ‘70. Nel 1974 è uscito un loro disco, sunto delle esperienze precedenti, che ha evidenziato un certo amore per il folk e la psichedelia, con elementi riconducibili ai movimenti californiani, ma anche a Ayers e ai primissimi Soft Machine. Il disco non è facilissimo da trovare e rappresenta un concetto forse non vicinissimo al progressive, ma comunque piacevole. “Secanja” (1974, PGP RTB)

SPAGNA

Per la Spagna il discorso è più importante. Oltre a diversi gruppi che hanno puntato verso un discorso di jazz progressivo, nei risvolti interessante per la trattazione, alcuni gruppi hanno utilizzato stilemi più propriamente canterburyani. Partendo anche qui dalle cose più storiche ecco OM e Jarka, accomunati dalla valenza pioneristica e dal tastierista, leader, e compositore Jordi Sabatés, innamorato del jazz londinese di fine ’60. Le formazioni operarono nei primissimi anni ’70 proponendo un jazz progressivo raffinato dal tocco di velluto. Unendo queste forme jazzate ad accenni psichedelici e al folk della propria terra, venne fuori una miscela che a tratti li avvicinava a cose ben note tra Soft Machine, Khan, Nucleus e Caravan dei primi due dischi. Addirittura talvolta i temi anticipavano scelte tipicamente softmachiniane come in “L.I.A.I.” dal primo disco dei Jarka, che si rispecchierà in alcune cose di “Seven” di qualche anno successivo. Stranamente i Jarka sono poco noti e sfuggono da ogni trattazione ed elencazione del periodo, pur essendo fondamento per ogni gruppo spagnolo successivo, del filone jazz/jazz rock. Notevoli e anche degni di questa trattazione i dischi solisti di Sabatés. Da ascoltare almeno: OM (1971, Edigsa) “Ortodoxia” (1971, Edigsa) “Morgue O Berenice” (1972, Edigsa) “Jordi Sabatés i Toti Soler” (1972, Edigsa) “Ocells del Mes Enlla” (1975, Edigsa).
Di poco successiva l’Orquestra Mirasol, che seppe fondere elementi locali della tradizione con jazz e rock in maniera lineare, senza eccessi e con giusta misura. I suoni possono portare alla mente i Soft Machine epoca Jenkins, certe cose degli Hatfield and the North, ma anche alcuni gruppi francofoni di ispirazione canterburyana come i Vortex, i Moving Gelatine Plates, i Triangle e i Cos. Il loro tocco più tipicamente mediterraneo faceva anche apprezzare intrichi sonori stile Perigeo e Arti e Mestieri. “Salsa Catalana” (1974, Edigsa) “D'oca a oca i tira que et toca” (1975, Edigsa). Più o meno coevi i Musica Urbana, che unendo musica tradizionale, jazz e sperimentazione, arrivarono all’esordio nel 1976 con il classico “botto”. La loro musica aveva punti di contatto con il Canterbury sound scanzonato e tecnicissimo degli Hatfield and the North, ma anche con quello più posato e serioso dei Gilgamesh, fino a soluzioni affini persino ai Brand X. Due dischi molto interessanti, il primo decisamente valido. “Musica Urbana” (1976, Edigsa) Iberia (1978, RCA). In tempi decisamente più recenti ecco gli Omni: folk, fusion cameliana, tradizione, new prog (specie nel primo), suoni mediorientali, in un intrigante approccio saltuariamente canterburyano (soprattutto nel secondo disco). “Tras El Puente” (2000, Luna Negra/Musea) “El Vals De Los Duendes” (2002, Luna Negra/Musea) “Sólo fue un sueño” (2007, Rock Progresivo Andaluz).
Ancora più recenti i fantastici October Equus, con un esordio omonimo del 2006, spiazzante per qualità e capacità. Fortissimi in entrambi i loro dischi (fino ad oggi) i riferimenti al Canterbury specie Hatfield and the North, Henry Cow e National Health. Il secondo, addirittura, a tratti pare un disco di notevolissimo tributo. Da avere entrambi: “October Equus” - (2006, Ma.Ra.Cash Records) “Charybdis” (2008, R.A.I.G.). In ultimo un altro gruppo giovane e di recente formazione, da La Coruña, gli Amoeba Split. Insieme dai primi anni del nuovo millennio hanno esordito nel 2003 con un interessante demo, ma solo nel 2010 il CD full leght che dimostra in pieno la loro attitudine canterburyana, con spunti Soft Machine, Hatfield e National Health. “Amoeba Split” (2003, Autoprodotto), Dance Of The Goodbyes (2010, Autoprodotto).

PORTOGALLO

Nella metà degli anni ’70 un gruppo oggi poco conosciuto operava in Portogallo, proponendo una bella miscela di jazz rock e folk dai caratteri molto tradizionali, con sottili andamenti canterburyani e con alcune intrusioni di zeuhl. Erano i Saga. Il loro unico album, uscito nel 1976, vedeva una serie di brani non troppo lunghi, ma molto concentrati nelle sonorità. “Homo Sapiens” (1976, Movieplay). Per il Portogallo le cose sarebbero finite qui e con loro anche il discorso europeo.

ISRAELE

In questa terra, ricchissima sotto l’aspetto progressive, troviamo diverse band che hanno avuto attinenze canterburyane. Dagli anni ’70 gli Zingale. Una gran commistione di ispirazioni varie, unite a grandi capacità vocali e strumentali. Tra le indubbie propensioni alla forma canzone in bilico tra Bee Gees primigeni, Beatles, Moody Blues, ecco alcune parti strumentali dove il sinfonismo vira verso forme di jazz-rock con un utilizzo di piano elettrico e ritmi serrati con echi di Hatfield and the North e Caravan, uniti magari a violini tipicamente PFM. “Peace” (1977, Krypton).
In epoca più recente troviamo The Ashqelon Quilt, che rispolverano una certa forma di cantautorato prog dadaista psichedelio con rimandi ai primissimi Caravan e a Kevin Ayers, molto piacevoli e scorrevoli hanno all’attivo un buon disco, certamente da cercare: “The Event” (2001, Headline). Molto interessanti le varie formazioni di Yuval Ron. Dal 1999 con i The Yuval Ron Ensemble e, più recentemente, con Yuval Ron and Residents Of The Future. Grazie a notevoli richiami, talvolta ai Gilgamesh più seriosi e posati, in altri momenti decisamente ai National Health, quest’ultima formazione, che vede il fenomenale batterista Yatziv Caspi (Ahvak), è più stimolante per la trattazione. La musica comprende, ovviamente, altre forme di progressive jazz rock e persino momenti più hard e risulta così variegata e interessante da consigliarla caldamente: “Futuristic Worlds Under Construction” (Demo 2004), “Live at Klaipeda International Jazz Festival” (Video 2006) “Residence Of The Future” (2010, Electromantic Music / Ma.Ra.Cash Records). Chiudo questa nazione con uno dei miei gruppi preferiti degli ultimi anni: Sympozion. Gruppo purtroppo dalla breve vita, a causa del suicidio del leader Arik Hayat, ci hanno lasciato un solo album ricco di musica raffinata che, tra le tante attinenze, ci offre spunti di Egg, National Health ed Henry Cow, ben amalgamati in atmosfera di avant prog e RIO. Disco d’esordio e di epitaffio assieme, assolutamente imperdibile: “Kundabuffer” (2006, Thousand Records).

CANADA

Attraversando l’oceano, troviamo un’altra terra molto fertile dal punto di vista progressive e, di conseguenza, dove alcuni artisti hanno saputo esprimersi in maniera attinenti agli stilemi del Canterbury Sound. Il Canada, nel 1980 ha visto nascere uno dei gruppi fondamentali e che meglio hanno interpretato la materia, al di fuori dell’Inghilterra: i Miriodor. Già dal disco di esordio, quel fantastico volume dal titolo “Rencontres” nel 1984, Pascal Globensky e soci a ruotare, misero in chiaro le loro mire, generando opere ricche di suoni d’avanguardia, RIO, sperimentali nelle ritmiche e nelle soluzioni armoniche e, ovviamente, con tanto, tanto Canterbury riferibile principalmente agli sbuffi dadaisti dei Soft Machine, e agli intrichi sonori di Hatfield & the North e National Health. Ogni disco della loro produzione è consigliabile, il più canterburyano è il primo. Consigliandoli tutti è inutile citare la loro discografia, resta il fatto che si sta parlando di uno dei gruppi più importanti degli ultimi 25 anni e, probabilmente, dell’intero prog canadese.
Altra importante band che ha saputo fondere in maniera personale e con forti abilità tecniche il jazz progressivo ed elementi canterburyani sono gli Sloche, di Montreal. Nella loro discografia solo due album, entrambi validissimi e adatti alla trattazione in corso. Nella loro musica gli elementi che ritroviamo rimandano soprattutto a Gong, Steve Hillage, Gilgamesh e Hatfield, ma in generale un po’ tutta la parte più jazz fusion oriented è ben rappresentata. “J'un Oeil” (1975, RCA); “Stadaconè” (1976, RCA). In epoca molto recente una band che si è lanciata nel furibondo jazz rock contaminato di rock, grunge, jazz, psichedelia e space rock è quella dei Mahogany Frog. Autori già di cinque dischi inseriscono, nel crogiuolo di generi e stili utilizzato, anche momenti prettamente canterburyani, piuttosto netti e decisi con richiami soprattutto chitarristici a Phil Miller e agli svizzeri Yolk (vedi sopra). Tra i loro interessanti dischi forse il più indicato è l’ultimo: Do5 (2008, Moonjune). Concludo con un autore poco noto, ma molto interessante: Alan Burant. Nella sua musica una montagna di belle influenze e la sua devozione per il progressive nella sua totalità esce chiaramente dalle sue tracce. Quello che, coerentemente con la trattazione in corso, viene da citare è soprattutto un concetto musicale alla Gong, unito a certe forme psichedeliche wyattiane, miscelate in un ruotare di eventi molto variabili tra AOR, progressive classico e citazioni colte. Il suo unico lavoro è autoprodotto: “Occam’s Razor” (1999, Active Records), ogni tanto salta fuori su Ebay.
Ancora alcune segnalazioni di gruppi che propongono musica affine all’avant prog o jazz rock utilizzando anche schemi canterburyani, seppur non in maniera sistematica. Interference Sardines, con caratteri riconducibili ad Henry Cow e ai conterranei Miriodor. Per loro tre ottimi dischi, tutti consigliati, al di là dell’interesse canterburyano: “Mare Crisium” (1998), “Zucchini” (2001, Ambiances Magnétiques), “Spot De Rue” (2008). Wondeur Brass, è un nutrito gruppo femminile, che si dedica ad un avant prog con molta improvvisazione. Una parte delle signore che operano in questo gruppo suonano parallelamente anche nelle Les Poules, altra formazione interessante. La formazione ha inciso due album negli anni ’80, nel primo dei quali si trovano bei riferimenti agli Henry Cow e agli Art Bears, con utilizzi della voce affini alla splendida Krause, non mancano brevi accenni anche allo Wyatt solista dei primi dischi: “Ravir” (1985, Ambiances Magnétiques). Altro gruppo, ben più che interessante in generale, e con attinenze all’argomento sono i Maneige, che operano su un jazz rock molto vario che presenta anche tracce di folk e space rock. Tra i loro temi ispiratori, oltre a King Crimson e Gentle Giant, anche cose alla Soft Machine, Gilgamesh e Gong periodo Pierre Moerlen. Tra la loro discografia consiglio il notevolissimo “Ni Vent... Ni Nouvelle” (1977, Polydor). Cito anche gli Uzeb. Formazione che presenta tratti fusion molto personali e che nel loro secondo album, hanno espresso, molto bene, intriganti contatti canterburyani, specie nell’utilizzo delle tastiere con assonanze a Dave Stewart e al disco Gradually Going Tornado di Bruford: You Be Easy (1984, Avant Garde 21). Ancora nel nuovo millennio un’interessante band dall’esotico nome Hamadryad, dai loro dischi esce abbastanza chiaramente un istinto predominante di stampo sinfonico, ma con personali pendenze verso piani molto eclettici e variabili e spesso sufficientemente contorti ed elaborati. Tra le tante influenze troviamo alcuni spunti di jazz rock dai blandi contatti canterburyani. Al di là di ciò una band piuttosto interessante, specie nel primo lavoro: Conservation of Mass (2001, Unicorn). Altra band praticamente sconosciuta ma dal passato che poteva essere glorioso sono i Lasting Weep, dalle cui ceneri nasceranno i Maneige. La loro breve vita, tra la fine dei ’60 e gli inizi dei ’70 iniziò come band di rock blues con inserimenti jazz. Con il tempo il jazz prese ad essere predominante ed essendo sempre molto pregno di folk, elementi classici e cameristici e psichedelia, presentò anche contatti con l’argomento che trattiamo, specie riferendoci ad alcune cose di Kevin Ayers e dei primissimi Caravan e Soft Machine. La loro parca discografia comprende una raccolta di brani, parzialmente live del periodo 1969 – 1971 e un live registrato nel 1976 che mostrano una band fortemente sottovalutata con splendidi musicisti: “Le Spectacle De L'Albatros” (2007, ProgQuebec); LW 1969 – 1971 (2007, ProgQuebec).
Dopo varie partecipazioni di rilievo, tra cui i Miriodor, il chitarrista Bernard Falaise, ha intrapreso una carriera solista, che presenta diversi punti di contatto con il Canterbury sound, specie verso le produzioni di Robert Wyatt e verso gli aspetti più cameristici degli Henry Cow. La sua musica pesca anche da Capitan Beefhearth, dai contemporanei, da Frith e da Fripp, creando una commistione abbastanza interessante, anche se il prodotto finale pecca un po’ in songwriting. Tra i suoi tre lavori, da preferire l’ultimo: “Clic” (2007, Ambiances Magnétiques).

STATI UNITI D’AMERICA

Moltissimi e interessanti gli autori USA che abbiano in modo maggiore o minore trattato temi legati al Canterbury sound. Dai primi anni ’70 i Chirco, proponevano un hard psichedelico, con forti anticipazioni AOR e un generalizzato clima flower hippie e sunshine pop. Tra i brani si trovano attinenze a Kevin Ayers (specie nell’utilizzo del basso) nonché ai Soft Machine e ai Gong della primissima ora, non aspettiamoci grandi contatti o grande progressive, ma l’ascolto, specie nei momenti maggiormente jazz, è interessante: “Visitation” (1972, Crested Butte Records).
Stesso periodo i Good God, band dagli stilemi zappiani, ma con influenze John McLaughlin, Soft Machine e Arzachel per un jazz rock trascinante e molto deciso. Il loro disco omonimo conteneva anche due cover proprio di Zappa e McLaughlin, da cercare senz’altro: Good God (1972, Atlantic). Da Harrisonburg, Virginia, gli Happy The Man si sono distinti immediatamente per le grandi doti di finezza e delicatezza musicale. Insieme fin dal 1972 arrivarono alla prima incisione con il disco omonimo del 1977, mettendo subito in chiaro le loro mire e i loro artisti ispiratori: Genesis, Gentle Giant, Camel da una parte e, ovviamente, i canterburyani National Health, Gilgamesh e i misconosciuti Pacific Eardrum. Nella loro discografia si può viaggiare con tranquillità, tra i sei lavori in studio e un live, puntando su uno solo: “Crafty Hands” (1978, CD One Way Records).
In qualche modo imparentati, a livello sonoro, con gli Happy The Man sono The Grits, band di Washington che ha operato nel primo lustro degli anni ’70, ma il cui unico lavoro è uscito solo nel 1993, con il recupero del vecchio materiale. La loro proposta sonora, molto personale, non aveva molti punti di aggancio, quasi fosse un dialetto proprio, si possono però trovare spunti riferibili ad alcuni lavori dei The Muffins, delle Mother zappiane e, grazie ad utilizzo ancora forte della psichedelia, in certe cose dei primordi canterburyani e nei gruppi californiani dell’epoca doro: “As The World Grits” (1993, Cuneiform - materiale 1970-1975).
Altra parentela sonora, molto strana e a tratti strabiliante per affinità è quella dei Proto Kaw. La band era guidata da Kerry Livgren dei Kansas e ha operato, in prima battuta, dal 1971 al 1973, utilizzando il nome del toponimo indiano della terra chiamata poi Kansas, quindi giriamo sempre nello stesso “brodo”. Successivamente Livgren decise di rinverdire i fasti della vecchia formazione (con qualche variazione) e ne fece una reunion nel periodo 2004 – 2006, con due uscite molto interessanti, ma di prog sinfonico relativamente affine a quello dei migliori Kansas, con la loro miscela di prog, sinfonismi, hard, AOR, ecc.. Invece, il disco riferito alla prima parte di carriera è decisamente diverso, grazie a suoni e strutture tipicamente primi anni ’70 fortemente influenzate da gruppi come King Crimson, Procol Harum, Jethro Tull, Colosseum, VDGG, Deep Purple, il tutto però con una vena sperimentale e jazz che ha moltissimi punti di contatto con il Canterbury Sound, anzi, per molti, il disco è in pratica un disco di musica canterburyana tout-court. L’incisione, essendo un recupero di brani originali dell’epoca, non è perfetta e, a tratti, appare un po’ “casalinga”, ma il suo valore qualitativo è decisamente alto: “Early recordings from Kansas 1971-1973” (2002, Cuneiform Records).
Discorso praticamente identico per la storia dei Glass. Band formatasi nei primi anni ’70, ma che non riuscì a pubblicare nulla del proprio, pur nutrito, lavoro. Nel 2002, improvvisamente il recupero di tutto il materiale in un doppio CD di grande bellezza, di composizioni ricche e molto mature. Le loro influenze spaziavano tra il sinfonico e la fusion canterburyana, senza essere troppo complessa e con suoni predominate dalle tastiere. Successivamente all’edizione dei loro brani storici, la band decise una reunion e sfornò un ulteriore lavoro al quale parteciparono i maestri e ispiratori di tanti anni: Hungh Hopper, Richard Sinclair e Phil Miller. Il disco comprende cose un po’ altalenanti, ma complessivamente si attesta sulla buona riuscita e I chiari riferimenti canterburyani, ne fanno un must have dell’argomento, come il successivo live che vede ospite, oltre agli amici prima citati, anche Elton Dean: “No stranger to the sky” (2002, Relentless Pursuit Music); “Illumination” (2005, Musea); “Live at Progman Cometh” (2007, Musea).
Fortemente intrisi di temi canterburyani sono stati i semisconosciuti Earthrise, autori di un solo ottimo disco nel quale, tra i vari sinfonismi Yes/Camel hanno sapientemente miscelato, soprattutto nelle parti strumentali, ma non solo, elementi Caravan prima maniera, Egg, Khan e Hatfield, in un lavoro complessivamente tra i migliori dell’area Statunitense dei seventies: “Earthrise” (1977).
Tra i più noti e con i maggiori riferimenti al Canterbury Sound troviamo The Muffins, zona New York City. Il loro stile è un perfetto punto di incontro tra il RIO degli Henry Cow, il Canterbury dalle forme più complesse (National Health, Matching Mole) e gli sbuffi zappiani dei primi anni ’70. Il risultato è una musica estremamente divertente e ricca. Il consiglio spassionato è per il loro disco d’esordio, più smaccatamente canterburyano, ma anche nei successivi, che presentano atteggiamenti più avant e RIO, si possono ascoltare cose estremamente intriganti e fatte con vera passione progressiva, come il brano “Zoom Resume”, del secondo album “185” brano decisamente Matching Mole: “Manna/Mirage” (1978, Cuneiform).
Ancora dalla costa orientale, una band con elementi di contatto con The Muffins, i Mars Everywhere, della scuderia Random Radar Records (ora Cuneiform), propongono un sound ricco di bei riferimenti sperimentali, spesso tendenti allo space rock e quindi in aperta assonanza ai Gong, ma anche con echi di Wyatt solista e, perché no, di alcune cose Soft Machine: “Industrial Sabotage” (1980, RRR).
Altra costola The Muffins e sempre a cavallo tra ’70 e ‘80, con il duo di pazzoidi polistrumentisti Feigenbaum and Scott continua la sperimentazione e la voglia di cimentarsi con sonorità d’avanguardia e il disco che ne esce fuori è in ricerca di un equilibrio elettroacustico, tale da bilanciare chitarre elettrica e basso con flauto, violini, sax e clarinetto in una sorta di chambre music con rimandi Egg e Zappa. Da sottolineare nella ritmica del bassista Feigenbaum, che deve essere cresciuto con i dischi dei Soft Machine e di Hopper solista sotto il cuscino: “Things are More Like They Are Now Than They Ever Were Before” (1980, RRR).
Fondamentali quanto sconosciuti i texani Master Cylinder, con il loro sound prettamente canterburyano, tra gli Egg di Polite Force, i Gilgamesh e i National Health di Of Queues and Cures hanno generato un disco assolutamente imprescindibile per la comprensione del fenomeno che stiamo trattando e uno dei dischi maggiormente canterburyani al di fuori della corrente madre, il loro unico disco non è edito in CD, ma il vinile capita abbastanza frequentemente sulle aste on-line: “Elsewhere” (1981, Inner City).
Dalla Virginia gli However, band dagli ottimi spunti tastieristici. Il loro stile complesso, ma molto fluido, si trova su una linea di confine tra i temi cari ai Gentle Giant e il jazz rock canterburyano: “Sudden Dusk” (1981, RRR); “Calling” (1984, Cuneiform).
Più recenti i Volaré, dalla Georgia, propongono un progressive carico di trame jazz molto orientate verso i Soft Machine e i National Health. Due dischi anche per loro, il secondo riprende brani precedentemente editi su musicassetta e antecedenti il disco di esordio.Entrambi da avere: “The Uncertainty Principle” (1997, The Laser's Edge); Memoirs (1999, Pleasant Green).
Maggiormente tesi verso il lato più sperimentale e “libero” della materia trattata, da NYC, i Bone. In realtà gruppo con un grosso punto di appoggio nel Canterbury vero, visto che il bassista dalla band è Hugh Hopper. La band nacque dalla proficua collaborazione dell’ex Soft Machine con Nick Didkovsky dei Doctor Nerve e, come trio assieme al batterista John Roulat dei Forever Einstein. Come detto la loro musica scavava nel lato meno accessibile dell’avanguardia canterburyana, specie i lavori dello stesso Hopper solista. Chi avesse voglia di impegnarsi, l’ascolto del disco in studio è esemplare di quanto detto: “Uses Wrist Grab” (2003, Cuneiform). Più recente il recupero di materiale live e di alcuni inediti. Il disco è un po’ alterno nella proposta con parti, Hopper presente, più indirizzate all’improvvisazione e altre più accessibili, con una diversa band, senza (purtroppo) bassista, ma che vede tra le fila Daevid Allen alla voce: “The Gift Of Purpose” (2010, Cuneiform), il ricavato di quest’ultimo è interamente donato alla famiglia del compianto Hopper. Ancora qualche punto di contatto con i temi più avanguardistici e sperimentali con i citati Doctor Nerve, capitanati dal chitarrista Nick Didkovsky, artista in bilico tra gli insegnamenti frippiani, quelli del jazz londinese e di Canterbury e una propensione naturale per le pennate metalliche e furenti.
Pur essendoci alcuni punti di contatto con le geometrie di Henry Cow, di Fred Frith, Elton Dean e Lol Coxhill, per i Doctor Nerve è molto difficile parlare di specifica materia Canterburyana, le arzigogolate tematiche hanno spaziato in maniera molto free e caotica per anni e solo negli ultimi tempi si sono indirizzate verso forme cameristiche, ostiche ma più leggibili, come sunto delle esperienze potrebbe essere indicato l’ascolto di: “Every Screaming Ear” (1997, Cuneiform).
Volendo è pure più complesso il discorso per i Forever Einstein, dove le redini della genialità vengono tirate da Chuck Vrtacek, spericolato quanto il maestro Frith, ma più incline a forme sbarazzine e dadaiste, quasi che Satie sia riuscito a incontrare Zappa, Gong ed Henry Cow. Siamo in quella terra di confine dove il RIO si fonde con il Canterbury più estremo e dove non bastano più né l’invenzione cameristica degli Egg, né la follia spaziale dei Gong, né l’orchestrazione jazz zappiana, né la sperimentazione colta di Coxhill e Miller, né lo spigoloso sculettare dei King Crimson degli ‘80. Tutto è dentro e al contempo è fuori da qualsiasi trattazione. Se la curiosità prende il soppravvento si può provare con il loro secondo disco: “Opportunity Crosses The Bridge” (1992, Cuneiform).
Per ampliare e concludere il discorso Connecticut si potrebbero citare i Biota, almeno come nome, visto che si tratta di un gruppo molto interessante, ma trovo siano maggiormente inquadrabili come avant-prog dalle forte caratterizzazioni RIO e con troppo pochi elementi canterburyani.
Nonostante una vita discretamente lunga, tra gli inizi degli anni ’80 e per una buona metà dei ’90, una band che ha avuto pochissimo seguito e che anche nella “nicchia” è praticamente sconosciuta, sono i Radio Piece III e la loro è ben più che un’ispirazione, perché soprattutto nel terzo disco i temi canterburyani sono così marcati da risultare predominanti su tutto il resto del set di riferimento. La band è molto particolare perché si presenta come trio, ma con due tastieristi e un batterista. Nel 1984 l’esordio omonimo presenta una musica interessante ma piuttosto derivativa, con punte molto evidenti in temi emersoniani e zappiani. Nel 1987 un altro buon episodio, con l’inserimento di sonorità fusion e a tratti canterburyane, uscito originariamente solo su musicassetta e poi ripreso in digitale con l’aggiunta di numerosi brani. Poi una terza uscita nel 1992, con una poderosa virata verso le baie del Kent, con un ottimo risultato e una serie di brevi brani dotati di molti rimandi a National Health e Hatfield in primis, pur rimanendo una buona impronta zappiana e un sound generale che pesca anche dalla musica contemporanea, dal prog sinfonico e, più raramente, al RIO. Il lavoro paga pegno a suoni un po’ suoni sintetici e affaticanti, ma la scelta di brevità dei brani compensa creando una serie di quadretti davvero niente male. Più recente, nel 2004. Poi ancora due episodi postumi, con recupero di brani inediti e la riproposizione di alcuni brani del disco di esordio per il primo e altri brani editi più una lunga e tortuosa suite del recente secondo: “Radio Piece III” (1984, autopr.); “Tomato Pie Blues” (1987, autopr.); “Tesseract and Monument” (1992, ZNR); “Finale” (2004, autopr.); “Radio Piece III, the Lost Puzzle” (2010, ZNR).
Ben più che interessanti e con forti appigli nel Canterbury Sound sono i Cartoon di Phoenix. Come trio (tastiere, chitarra, batteria) pubblicarono l’omonimo disco nel 1981, con materiale del periodo ‘79/’81 e un altro nel 1983 come quintetto. I brani sono prevalentemente di carattere RIO, musicalmente molto decisi e personali, molti i momenti anche crimsoniani e tra i vari momenti felici si trovano molti riferimenti a Henry Cow e Samla Mammas Manna. I vinili sono praticamente introvabili, per fortuna la Cuneiform ha ristampato in un unico CD entrambi i loro lavori, con la sola esclusione di un brano del secondo LP.
Proseguendo l’excursus americano, gli A Triggering Myth, sono un duo di polistrumentisti, che in ogni lavoro ospita signori di grande professionalità e levatura musicale, vengono dal Massachusetts e in oltre vent’anni di carriera ha sfornato sei ottimi lavori, puntando su un jazz rock dalle grandi aperture sinfoniche e tastieristiche. I loro gruppi di riferimento sono, quindi, da ricercare sia nel lato più sinfonico, vedi Gentle Giant, Van Der Graaf e, talvolta, Emerson, Lake and Palmer, sia nel lato più ricco della fusion, vedi Soft Machine, Gilgamesh, Frank Zappa e i connazionali Happy The Man, senza disdegnare qualche puntata più ardita verso forme più complesse e di tendenza RIO. Tra i loro lavori, tutti interessanti, credo che gli ultimi due siano i più centrati e piacevoli: “Forgiving Eden” (2002, The Laser's Edge); “The Remedy Of Abstraction” (2006, The Laser's Edge). Rimaniamo nel nuovo millennio e vediamo, con un discorso affine al precedente i The Underground Railroad, ottimo gruppo, molto dotato tecnicamente che è riuscito ad affinare il discorso a proprio vantaggio, creando musica decisamente personale, oltre che qualitativamente valida. Il loro stile, quindi, combina prog sinfonico a fusion jazzata e i nomi che possiamo tirare in ballo per paragoni che sono più esemplificativi che mai sono quelli dei Gentle Giant, degli UK e dei Genesis per l’aspetto sinfonico, Soft Machine periodo Holdsworth, Happy The Man e National Health per l’aspetto Canterbury. Entrambi i lavori prodotti sono interessanti per la nostra trattazione, ma non solo per quella, ma il secondo è sicuramente più centrato nell’argomento: “Through And Through” (2000, The Laser's Edge); The Origin Of Consciousness (2005, Long, Dark Music).
Altra band recente che ha puntato su un RIO di aperta provenienza Henry Cow / Samla / Picchio dal Pozzo è stata la Pocket Orchestra. Il loro disco è molto difficile da trovare in quanto l’etichetta si è sciolta pochi anni dopo la pubblicazione e quindi si trova solo nell’usato. È un disco molto valido che raccoglie materiale a partire dai primi anni ’80, molto vario, ma coerente e personale. Vale certamente po’ di sbattimento per trovarlo: “Knēbnagäuje” (2005, Mio Records).
Nel loro continuo ondeggiare tra tessiture RIO, jazz rock, fusion, avanguardia, zeuhl, country, temi crimsoniani, classici e cameristici, appare chiaro per i French TV, anche un deciso amore per il sound di Canterbury, trattato come concetto generale, più che tema di ispirazione precisa e esemplificabile con alcuni paragoni. Vista la qualità delle loro opere mi sentirei di citare l’intera discografia, mi limito a citare quello nato dalla collaborazione con i Volarè e quindi forse il più attinente con la materia di cui stiamo parlando, ma vorrei la promessa (da chi ancora non li conosce), di approfondire al massimo la loro conoscenza, in quanto uno dei pochi gruppi del dopo anni ’70 ad avere un grande e continuo valore oltre che una personalità unica: “The Violence Of Amateurs” (1999, Pretentious Dinosaur).
Altro gruppo interessante, uscito nel 2002 con un notevole lavoro, lasciando ben sperare per ulteriori produzioni, ma che invece parrebbe sparito: Audiosynchrocy, con la loro proposta di temi molto ricchi e intriganti con riferimenti a Gentle Giant, Bill Bruford + Holdsworth, Brand X, Hatfield e, soprattutto, i lavori solisti di Richard Sinclair: Audiosynchrocy (2002, autoproduzione), il disco si compra bene su cdbaby.
L’ultima ondata vede protagonista un’altra band interessante, si tratta dei miRtkhon, sicuramente non definibili come band canterburyana, ma che tra le loro molte influenze (RIO, metal, rock, Zappa, jazz) hanno anche quale qualche puntatina berso il Canterbury Sound ad indirizzo sperimentale e Henry Cow: “Vehicle” (2009, Altrock).
Qualche traccia canterburyana la troviamo ancora in altri gruppi, magari poco noti e ai quali dedicouna rapida trattazione.
Michael Bass, con la collaborazione del tastierista Dave Newhouse dei The Muffins produsse nel 1978 e nel 1982 due buoni lavori con influenze zappiane e canterburyane: “Parchesi Pie” (1978, RRR); “Painting by Numbers” (1982, RRR). L’ultima sua apparizione nel notevolissimo e intrigante “Miniatures” del 1980, raccolta di mini brani di 50 artisti ad opera di Morgan Fischer, poi la sua totale scomparsa dal mondo musicale.
Gli Illegal Aliens, presenti in una raccolta edita nel 1977 dalla Random Radar Records, anche qui collegamenti a The Muffins, Zappa, Henry Cow, Matching Mole e Samla. Nella stessa raccolta i Logproof, molto più vicini ad Hatfield e National Health: “Random Radar Records, a Random Samplers” (1977, RRR). Abbiamo poi una creatura del sassofonista Steve Norton, con lo pseudonimo di Debris. Un solo disco nel quale tra dissacrazioni di ogni tipo, politiche, religiose, società, ecc. si fanno strada musicalità zappiane, noise, pop, follie psichedeliche e jazz fusion, con elementi canterburyani riconducibili a Gong, Wyatt e Matching Mole, per un lavoro intrigante e divertente: “Rapture In The Church Of Disreputable Daydreams” (1996, Musicandarts).
I Pedal Giant Animal, nascono da Stanley Whitaker e Frank Wyatt degli Happy The Man, pur come qualche intromissione di generi non troppo progressivi, mantengono buone caratteristiche del gruppo madre e un disco interessante, arioso e dai toni molto positivi: Pedal Giant Animal (2006, Crafty Hands Music).
Stessa storia per gli Oblivion Sun, con i soliti due ex membri degli Happy The Man, anche qui un certo mantenimento degli schemi già chiari e riconducibili a HtM, ma, inserimenti di varia natura musicale, rimane comunque più di uno spunto utile all’argomento e un deciso consiglio di ascolto, visto che comunque il disco è molto bello: “Oblivion Sun” (2007, Prophase Music). Facendo un passo indietro e tornando alla fine degli anni ’70, troviamo una band poco conosciuta che risponde al nome di Tin Huey. In effetti è una band molto trasversale che unisce mille influenze diverse in un calderone che contiene cose abbastanza diverse dal prog canonico e rilevabili soprattutto in attacchi punk/beat/new wave e sfasamenti Bowie/Reed/velvettiani. Ad ogni modo viene fuori anche un mondo carico di elementi kraut, zappiani e canterburyani, un po’ Gong, un po’ Soft Machine, Matching Mole, Henry Cow e Arzachel. Disco particolare e interessante: “Contents Dislodged During Shipment” (1979, LP Warner Bros / 2003, CD Collectors' Choice).
Qualche blando contatto con le parti più estreme del genere e con i The Muffins e i Soft Machine del periodo Fourth, lo troviamo nell’omonimo disco di Viktor Koncept: “Viktor Koncept” (1979, RRR), anche se un po’ affogato in una forte sperimentazione e in un free jazz a tratti molto estremo.

Si chiude qui questa lunga trattazione intesa come seconda parte del tutto. Spero, infatti, di riuscire a concludere l’argomento con una terza parte dedicata al Sudamerica, al Giappone, paese ricchissimo in termini canterburyani e alle entità musicali, cosiddette “multinazionali”. In più sto lavorando su un’appendice di aggiornamento di tutte le nazioni, relativamente ad aggiunte recenti e dimenticanze. A presto e buona ricerca.



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