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Recensioni

ÆLEMENTI-Una questione di principio -Andromeda Relix -2017 -ITA -Nicola Sulas
ÆLEMENTI Una questione di principio Andromeda Relix 2017 ITA

Mescolare al progressive lo hard rock è sempre una buona cosa, per quanto mi riguarda, e può portare a risultati interessanti. È quello che fanno gli Ælementi che hanno anche cercato di dare vita ad uno stile personale ed omogeneo. L'elemento più caratterizzante di "Una questione di principio" è senza dubbio la chitarra elettrica, molto presente nel mixaggio sia in distorsione che nei suoni puliti e cristallini. Il punto di partenza, come si è detto, è l'hard rock progressivo, ma si sconfina spesso in una sorta di metal melodico. In realtà il frullato sonoro è più vario, e spazia dal progressivo sinfonico puro al rock ed al pop, in un amalgama convincente che si ascolta con piacere.
Una breve introduzione strumentale basata su tastiere e synth apre la strada agli arpeggi di "Lontananza", che scopre immediatamente l'anima melodica degli Ælementi e si sviluppa in un crescendo epico, tra riff di chitarra, break, accelerazioni e assoli. "Vuoto" si apre in maniera più pop, e mantiene un andamento molto accessibile, quasi cantautoriale, alternando però parti più hard e progressive e terminando con un assolo in stile metal melodico. "Straniero" paga il tributo ai Rush del periodo progressivo degli anni '70 ma si concede i soliti break melodici e una seconda parte a tratti confusionaria e con la chitarra un po' invadente. "Delirio" scorre via veloce, molto melodica e rilassata, in bilico tra pop e qualche tentazione progressiva, con la voce di Francesca Piazza in evidenza. "Voce" è un lungo brano progressivo, più equilibrato nelle parti strumentali, in bilico tra hard rock, melodia e un pizzico di fusion, con una struttura adeguatamente complessa, mentre "Addio" esplora il lato prog-metal degli Ælementi in maniera intelligente, senza strafare troppo e puntando molto sull'atmosfera dai toni dark, pur non colpendo per incisività.
Considero "Una questione di principio" un buon album, con parecchie buone idee, uno stile sufficientemente personale e un ricerca della melodia che si sposa efficacemente con la ricchezza degli arrangiamenti. Personalmente, trovo alcune scelte sonore un po' forzate. La chitarra è onnipresente, anche se questo ovviamente non è negativo di per sé. In alcuni casi però si ha la tendenza a voler riempire a tutti i costi con essa il panorama sonoro, a discapito della freschezza di alcune tracce. Si tratta di un difetto veniale, e va considerato che stiamo parlando sostanzialmente di un disco di prog chitarristico. Non c'è dubbio che per molti musicisti questo sarà un incentivo all'acquisto. Consiglio comunque un ascolto a chiunque, dato che i piacevoli momenti musicali e lo sforzo fatto dal gruppo che cercare una propria identità meritano un riscontro.

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Nicola Sulas

ART AGAINST AGONY-The difference between a duck and a lobster -Vault Records -2016 -GER -Michele Merenda
ART AGAINST AGONY The difference between a duck and a lobster Vault Records 2016 GER

Se si ricerca la particolarità ad ogni costo, soprattutto da un punto di vista della formalità, questi tedeschi rappresentano un più che discreto elemento di studio. Ad oggi, due album all’attivo ed un paio di EP, per un progetto che oltre alla musica guarda anche ad altri campi artistici come la fotografia e la videografia. Nelle note di copertina è possibile leggere la visione che la compagine ha dell’esistenza umana e della realtà, magari non lesinando espressioni ad effetto. In tutto ciò, parlando di attitudine filosofica, appaiono dei contatti con quell’Idealismo nato proprio in Germania e che – tanto nel bene quanto nel male – non solo influenzò il Pensiero europeo da lì a venire ma riuscì anche (per alcuni decenni) a far tornare la Filosofia assolutamente indipendente da altre discipline tipo la matematica o la fisica. Esattamente per questo, non è dato sapere il nome dei componenti; quest’ultimi vogliono per l’appunto rimanere semplici “idee”, da non poter essere individualizzate ed indentificate, proprio perché si tratta di elementi astratti che non possono materialmente essere attaccati, quindi destinati a permanere nell’immaginario collettivo.
La proposta punta decisamente al math-rock strumentale, che con i suoi controtempi, secondo qualcuno, rappresenterebbe lo sviluppo attuale del rock progressivo. In realtà sembrerebbero esserci delle somiglianze più che altro col prog-metal, a cui il gruppo ogni tanto aggiunge qualche trovata di estrazione fusion e jazz-rock. E così, cercando come da titolo la differenza tra un papero e un’aragosta, “The Duck” rappresenta un’apertura affidata ad una fredda ed alienata elettronica danzereccia. “Fitches Pulled at Random” vede la presenza del connazionale Jan Zehrfed, chitarrista dei Panzerballett, e per lunghi tratti la componente jazz sembra difatti più accentuata, per quanto si insista ad inserire dei ritmi ossessivi e decisamente irritanti. Per fortuna che alla fine c’è l’assolo di Zehrfed…
Su “L.A. Suite: Sunset BLVD/Peatloaf Ave” l’ospite è invece l’americano Jeff Kollmann, autore di ottimi album sia solisti che in trio con i Cosmosquad, oggi anche nei Chad Smith's Bombastic Meatbats assieme al bassista Kevin Chown, col quale un tempo militava nei canadesi Edwin Dare. Sicuramente la prima parte è molto più interessante, con Jeff che si muove in ambiti ancora più jazzati, mentre nella seconda sezione si ritorna all’alienazione dettata da sequenze ripetitive e difficili. “Abysmal Gale”, oltre al martellamento continuo, mostra una breve sequenza esaltante e alcuni assoli di chitarra velocissimi, mentre “Batteries are for Flashlights not for Pickups” ha un’apertura blues, con tanto di pianoforte perso tra note di chitarra che ricordano un po’ Jeff Beck mentre cerca l’originalità ad ogni costo. Dopo i dissacranti esercizi sulle sei corde di “Nacre Fugue”, “Tiôbe” si mostra più pacata ma con prove comunque notevoli sia in fase ritmica che solista. “BBQ” ha una chiara estrazione Crimsoniana sviluppata poi in chiave math, anche se alla fine sembra che si faccia quasi il verso al riff portante di “Smoke on the Water”. Molto interessante “Hulullúlulu” con i suoi stretti e veloci intrecci, passando per “Gunseng!” che ricorda gli Spastic Ink. Chiude “The Lobster”, riprendendo le partiture elettroniche, stavolta però più meditative rispetto all’inizio dell’album, come se si fosse raggiunta una maggiore consapevolezza alla fine dell’itinerario.
Album davvero strano, forse nemmeno concepito con l’idea di poter piacere o meno. Oltre ai già citati Spastic Ink di Ron Jarzombek e agli immancabili King Crimson (seppur di sfuggita), l’ascolto potrebbe far pensare ai primissimi Sieges Even – anche loro tedeschi, guarda caso – e soprattutto a quei Catharsis autori nel 1995 di un unico album intitolato “Pathways to wholeness”, il cui ascolto era davvero arduo(e la tecnica molto elevata). La selezione degli ascoltatori, a questo punto, sembra essere ben delineata, anche se gli inserimenti jazz-rock donano ai pezzi un certo senso di ecletticità.

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Michele Merenda

BLACK HOLE-Evil in the dark -Andromeda Relix -2017 -ITA -Giovanni Carta
BLACK HOLE Evil in the dark Andromeda Relix 2017 ITA

Immagino che ben pochi si aspettassero il ritorno dei leggendari Black Hole ed invece, grazie soprattutto all'entusiasmo scaturito da una nutrita schiera di appassionati del suono doom progressivo di "Land Of Mistery", riuniti sulle webzines di mezzo mondo, Roberto Morbioli (alias Robert Measles) ha ritrovato la giusta carica per dare un segno di vitalità e produrre questo nuovo, particolare, cd dei Black Hole, affiancato dalla chitarra di Michael Sinicus e dall'occasionale batteria di Robin Hell. In realtà "Evil In The Dark" rispolvera in larga parte dei vecchi nastri incisi tra il 1992/1993, con l'aggiunta di nuove idee ed arrangiamenti, il tutto senza apportare particolari novità a livello tecnologico. Ed infatti questo cd si potrebbe dividere in due parti distinte, banalmente, ovvero, con i primi cinque brani, praticamente inascoltabili ed i restanti sette brani in cui i contenuti musicali diventano sensibilmente più ragionevoli ed accettabili. Senza voler approfondire qualcosa che è difficilmente descrivibile se non come caos approssimativo, sciaguratamente è stato raschiato davvero il fondo pur di recuperare nuovo materiale, voglio dire, al primo ascolto di pezzi come "Alien Woman", "Holy Grail" o la title-track mi ero seriamente preoccupato convinto di aver ricevuto una copia del cd difettosa, ed invece si tratta di una scelta produttiva a dir poco autolesionista quella voler riportare alla luce brani talmente raffazzonati che dovrebbero così come sono rimanere sprofondati nell'oscurità... Passata quella buona mezz'ora di pura agonia e svanito un senso di tortura non così fuori luogo visto il genere che stiamo trattando, il buon Robert Measles ci conduce verso lidi più accoglienti, almeno a livello qualitativo: rimaniamo sempre a livello di demotape artigianale ma il livello di approssimazione si stempera decisamente quando le mattane (doom)metal si orientano verso atmosfere più dark progressive, un pò elettroniche con due brani dedicati ad Edgar Froese, "X Files Part 1 & 2", qualche passaggio al limite della psichedelia come nella lunga strumentale "Astral Word", reminescenze degli antichi fasti di "Land Of Mistery" con uno sguardo al Paul Chain più avventuroso ed alle catacombe degli Jacula.
Nel suo insieme "Evil In The Dark" è comunque un'uscita consigliabile per chi ha apprezzato i due precedenti dischi dei Black Hole, altrimenti questo è un cd da prendere molto con le pinze... Apprezzabile il booklet, copertina pacchiana a parte, eccetto l'apprezzabile dipinto interno del solito Danilo Capua, con abbonanti e sincere note scritte da Robert Measles in cui ci offre un approfondimento dei brani e della sua particolare visione del mondo...

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Giovanni Carta

SIMONE COZZETTO-Wide eyes -Godfellas -2017 -ITA -Valentino Butti
SIMONE COZZETTO Wide eyes Godfellas 2017 ITA

Ogni anno, o quasi, una nuova realtà musicale si affaccia, con buoni risultati, al proscenio del progressive rock di casa nostra. E’ il caso del giovane polistrumentista romano Simone Cozzetto e del suo album d’esordio intitolato “Wide eyes”. Un concept album, come tradizione ormai consolidata del genere (o attitudine che dir si voglia…), dinamico, moderno, ben suonato e altrettanto di fruibile ascolto. In breve la storia alla base dell’album: il protagonista, vinto dal sonno, si addentra nel mondo dei sogni e delle emozioni ad essi legati fino a trovare la strada per uscirne, riacquistando, finalmente la libertà. Tredici brani che vedono l’autore destreggiarsi alle chitarre, al basso, alle tastiere (oltre che in “effettistica” varia) aiutato, tra gli altri, da Titta Tani (Goblin, voce in un brano) e dal chitarrista Kee Marcello (Europe, in tre pezzi). Nel curriculum di Cozzetto c’è anche la partecipazione al progetto “Echoes” (come chitarrista), tribute-band dei Pink Floyd, ai quali l’autore si ispira chiaramente in “Wide eyes”.
Veniamo ora all’album. Dopo un breve e soffuso brano iniziale (“Lullaby pr.1”) si entra nel vivo del concept con “Awakening” movimentato brano dominato dall’elettrica e dalle tastiere. Gli archi, sostenuti dal piano, ammantano il brano di un’atmosfera malinconica anche se non mancano accenni marcatamente rock grazie ad una ritmica sostenuta e molto dinamica. Uno sferzante hard rock, “Lost in the night”, ben interpretato da Titta Tani, prelude al primo brevissimo intermezzo strumentale. Si riprende con “The void”, uno dei pezzi più importanti del lavoro (qui, alla voce, come negli altri brani, l’ottimo Francesco Marino) che, complice l’elettrica di Cozzetto, i cori ed il sax (Gabriele Capocchi) ci immergono nel magico mondo floydiano. Dopo un altro breve intermezzo, un altro pezzo da 90: “Spiral of dust”. Introduzione affidata agli archi, un bel “solo” tra Hackett e Gilmour ed un leggero sottofondo psichedelico per un brano davvero riuscito. Seguono tre pezzi più soft: “Intermezzo III”, “The Lord of Bareness” (due minuti di delizia acustica) e “The diamond-intro” per sole voci e pianoforte. Un bello heavy rock come “The diamond” e l’arioso dipanarsi di “The albatros” ci riportano al punto di partenza con “Lullaby part 2” che in modo circolare chiude l’album.
“Wide eyes” è un convincente esordio, senza punti deboli o lungaggini inutili. Un buon biglietto da visita per una giovane promessa della musica “alternativa” italiana.

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Valentino Butti

CROCODILE-His name is Stan and he's a bad motherf**ker -autoprod. -2018 -USA -Alberto Nucci
CROCODILE His name is Stan and he's a bad motherf**ker autoprod. 2018 USA

Quest’album dal titolo decisamente particolare è nato addirittura molto prima della band che lo ha registrato. Sul concept di Stan (non una brava persona, a quanto s’intuisce) il chitarrista e vocalist Kevin Sims ci lavora fin da quando aveva 17 anni e solo dopo 15 anni riesce infine a mettere assieme, nella sua Austin, una band che lo possa concretizzare in musica… nella musica che a lui piace, ispirata da Gentle Giant, Genesis, Jethro Tull e PFM. Nasce così quest’album, autoprodotto e uscito per ora solo su vinile e digitale, composto da 6 canzoni (più un breve interludio) che ci parlano appunto di Stan, un maniaco del lavoro e un ossessivo. Ma andiamo dunque ad ascoltare quest’album.
L’approccio musicale è molto americano: se i riferimenti che la band si dà sono senz’altro presenti, “Stan” è comunque un album sbilanciato verso un rock più diretto, hard-Prog nella gran parte dei momenti, non lontano forse da certe cose di Rundgren o degli Haken, non immune da contaminazioni del natio Texas ma con molte situazioni e riff alquanto particolari. Il cantato non è onnipresente e fortunatamente viene lasciato ampio spazio alle parti strumentali.
La brevità dell’album (40 minuti) e certe sue caratteristiche portano, di primo acchito a domandarsi se davvero tutti questi anni di preparazione siano stati ben impiegati. “Beh…? Tutto qui?” viene quasi da chiedersi sulle note di “Stan” o di “Stir the Stain”, brani ritmati e dalla fruizione apparentemente più superficiale situati nella seconda metà. Ma l’iniziale “(pre) Dawn of Stan“, che ci aveva introdotto appunto il protagonista della storia, ci aveva ben predisposti, con atmosfere da Prog nordico (ci viene in mente niente meno che Rhys Marsh) e bei suoni di tastiere. “I Was a Worker” presenta sonorità strambe e bizzarre, con la chitarra che duetta con lo xilofono e strane ritmiche mentre la successiva strumentale “Sawhorse” è più movimentata e presenta riff particolari, intrecci strumentali e cambi di tempo.
Si diceva che “Stan”, la traccia centrale dell’album, fosse più diretta e rockeggiante ed è vero (anche se non è il caso di sottovalutarla), ma la successiva (dopo il breve interludio) “Stir the Stain (F**k the Door)”, anch’essa all’apparenza piuttosto diretta, non disdegnandone le vaghe atmosfere anni ’60 e psichedeliche. Ma è con la conclusiva “I Am Stan” che il gruppo si congeda nel migliore dei modi, passando nell’arco di 7 minuti attraverso un nugolo di atmosfere e sonorità, con un brano affascinante e schizofrenico.
Quest’album ha suscitato in me sentimenti abbastanza variegati: come dicevo, il primo ascolto non ha lasciato molte tracce ma esperienze successive mi hanno fatto rivalutare anche episodi accolti superficialmente. In definitiva il giudizio è abbastanza positivo, pur senza gridare al miracolo.

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Alberto Nucci

DELUGE GRANDER-Oceanarium -Emkog Records -2017 -USA -Alberto Nucci
DELUGE GRANDER Oceanarium Emkog Records 2017 USA

Questo è il secondo album di una annunciata eptalogia su 3 livelli il cui senso logico ci è ancora piuttosto oscuro ma che accettiamo in quanto tale, in attesa delle cadenziate pubblicazioni che l’andranno a comporre (la prossima si intitolerà “Lunarians”, a quanto si sa). Il mastermind del progetto è Dan Britton, come sappiamo, tastierista e chitarrista (oltre che titolare di “altri strumenti” non meglio specificati, tra cui sitar, banjo e ukulele), accompagnato in questa nuova release dai soliti compagni d’avventura Brett d’Anon (basso) e Patrick Gaffney (batteria), mentre il chitarrista Dave Berggren si è un po’ defilato e compare su una sola traccia, e da un numero di ospiti che offrono il loro comunque limitato contributo ai fiati e agli archi.
“Oceanarium” si presenta come un’imponente opera strumentale di poco meno di 80 minuti, quasi il doppio dell’album precedente, composto da 8 tracce di varia durata (dai 3 ai 15 minuti). L’ascolto completo risulta inesorabilmente un po’ pesante, stante anche l’assenza di parti vocali, quindi il suggerimento è di mettersi comodi e di dedicargli attenzione, non accontentandosi di usare quest’album come sottofondo per altre attività. Solo così si potrà essere in grado di districarsi nelle mille volute e giravolte sonore di questo che, a grandi linee potrà essere anche definito un album di Prog sinfonico ma che raramente presenta ampie atmosfere o melodie che ci possiamo godere senza prestare eccessiva attenzione.
La musica presenta connotati eclettici, spesso cinematici, è intricata e complessa ma non si può realmente parlare di avant-Prog. Di certo le 8 tracce sono così dense di musica e di sfumature che, come si diceva, è davvero un problema raccapezzarcisi, dovendosi trovare ad affrontare di volta in volta l’ascolto di riff ripetitivi che vengono improvvisamente spezzati per diventare qualcosa di totalmente differente e divagare poi nelle liquidità oceaniche di questa musica alla ricerca di un qualsiasi approdo sicuro che ci faccia tirare il fiato… ma senza successo, così da rischiare di rimanere sempre senza respiro ed annegare nelle immensità sonore, mentre i polmoni ed il cervello anelano l’ossigeno di una qualsiasi melodia cui potersi aggrappare, come un’improvvisata e ben accetta zattera.
Una descrizione una per una delle tracce pare davvero un’impresa al di là delle umane possibilità, dato che saremmo costretti a descrivere il mutare della musica quasi secondo per secondo, con poche opportunità di trovarsi a descrivere qualcosa che segua un filo logico intelligibile o, quanto meno, identificabile e che contraddistingua la musica per più di una manciata di secondi. Non è che le ritmiche siano mozzafiato o frenetiche, intendiamoci. Spesso, anzi, l’andatura è abbastanza controllata e le accelerazioni non sono frequenti. In particolare notiamo che la traccia più movimentata e heavy sia proprio quella d’apertura mentre, per contro, quelle più tranquilla, e anche forse la più lineare (per lo meno nella sua prima metà), sia proprio quella che chiude l’intero album, caratterizzata, oltre che da un leggero sapore folk, da un finale in cui finalmente le atmosfere si allargano e si illuminano.
La spinta a farci riascoltare l’intero album deve essere realmente motivante, dato che a stento siamo usciti vivi dal primo ascolto ma la voglia di scovare le innumerevoli chiavi di lettura per orientarsi all’interno di questo moloch sonoro è certamente una spinta sufficiente a volersi avventurare di nuovo al suo interno… ma non subito, ovviamente.

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Alberto Nucci

FREQUENCY DRIFT-Letters to Maro -Gentle Art of Music/Soulfood -2018 -GER -Nicola Sulas
FREQUENCY DRIFT Letters to Maro Gentle Art of Music/Soulfood 2018 GER

Mi piace ascoltare ogni tanto un disco non facile da inquadrare, che non si possa racchiudere in stili o generi precisi ma che abbia allo stesso tempo tanti aspetti in cui è facile riconoscersi e punti di riferimento nei suoni nelle atmosfere. Credo sia il caso di "Letters to Maro" dei Frequency Drift, band tedesca guidata dal polistrumentista Andreas Hack fin dall'ormai lontano 2006. La musica proposta, ricercata e melodica, è un denso miscuglio strumentale progressivo che si adatta alla voce in maniera perfetta, in cui ogni brano è caratterizzato da una differente atmosfera. Prendiamo ad esempio "Dear Maro", un apripista inusualmente lento che alterna dolcezza, tensione e follia, tra arrangiamenti di archi e la bella voce di Irini Alexa. Mentre "Underground" prosegue degnamente nello stesso stile, già da "Electricity" i suoni sembrano farsi più nervosi e, ovviamente, elettrici. Ma è solo un'impressione, perché il brano si sviluppa nuovamente in maniera melodica, con un bel ritornello in stile folk rock molto azzeccato e una chiusura fatta di sole armonizzazioni vocali. "Neon" è sognante ed epica, e finalmente mette in campo l'elettricità sotto forma di arrangiamenti di chitarra spalmati sulle varie parti di cui è formato il brano, alternati ovviamente a momenti dove prevalgono la pacatezza e i soliti impasti vocali.
Gli altri brani (in totale undici, per un'ora di musica) non deviano dallo stile originale che i Frequency Drift sono riusciti a costruire, e fare per ognuno di essi una descrizione dettagliata rischia di essere un esercizio recensorio. È sufficiente sapere che si passa dalla dolcezza malinconica di "Deprivation" al crescendo cadenzato di "Izanami", dalla teatralità in stile Kate Bush di "Escalator" alla complessità di "Who's master" (di oltre nove minuti di durata), per chiudere con la soffusa pacatezza dello strumentale "Ghosts when it rains".
I punti di forza di "Letters to Maro" sono senz'altro la personalità, definita cesellando accuratamente arrangiamenti e atmosfere, mescolando suoni acustici ed elettrici (con alcune scelte inusuali, come l'arpa elettrica suonata da Nerissa Schwarz), e la voce di Irini Alexa, non limitata al puro ruolo di "singer" ed integrata alla perfezione nel contesto strumentale, tanto da divenirne spesso parte fondamentale.
Consiglio il disco per la sua piacevolezza d'ascolto e per la sua capacità di coinvolgere dall'inizio alla fine. Se dovessi descriverlo utilizzando un unico aggettivo, avrei il dubbio se scegliere "elegante" o "raffinato". Non ha importanza, entrambi sono validi.

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Nicola Sulas

HADEON-Sunrise -autoprod. -2018 -ITA -Michele Merenda
HADEON Sunrise autoprod. 2018 ITA

Formatosi nel 2014, dopo un paio d’avvicendamenti il quintetto di Udine esordisce dapprima sul proprio bandcamp alla fine del 2017, per poi passare alla pubblicazione anche in CD durante i primi mesi dell’anno successivo. Si tratta di un prog-metal tosto e melodico allo stesso tempo, buona evoluzione di quanto già si faceva in Italia durante le seconda metà degli anni ’90, per fortuna con una (auto)produzione nettamente migliore – sia nelle scelte stilistiche e soprattutto nella qualità dei suoni –, con delle idee che non si sono certo cristallizzate in quel (glorioso o effimero?) periodo. Come già accaduto con altri connazionali, il debutto si dimostra subito impegnativo soprattutto nei contenuti di base: qui si tratta di scendere nei meandri dei turbamenti umani, con le canzoni viste come “malattie” esistenziali, e nonostante i brani potrebbero apparire all’ascoltatore musicalmente positivi, le tematiche divengono sempre più cupe, fino alla conclusiva title-track, che come da titolo riporta alla luce. Una luce rinnovata, il cui concetto va di pari passo al nome stesso del gruppo friulano; i nostri hanno voluto far riferimento all’Adeano – da Ade, il dio degli inferi –, dominato dal calore che stava ancora plasmando un mondo in assoluto divenire. La prima era geologica del pianeta, antecedente anche alle rocce più antiche, considerato comunque un periodo non ancora caratterizzato da un inizio ben preciso. Una situazione somigliante alla presa di coscienza di chi sta ricominciando tutto daccapo, sia materialmente che spiritualmente, scavando dolorosamente per trovare l’Essenza in quanto tale. Un concetto ribadito anche nella bella confezione apribile, in cui uno scrittore passa gradualmente dal buio della notte alla luce del giorno, passando per quell’aurora intermedia che dà titolo all’album. L’attacco di “Thoughts’ n’ Sparks” fa venire subito in mente gli inglesi Threshold, cioè coloro i quali hanno rappresentato e forse rappresentano ancora oggi la corrente alternativa sia ai Dream Theater che ai Fates Warning – i Queensryche, con due-tre album, sono stati un discorso in buona parte diverso. Per carità, i riferimenti di Petrucci e compagni non sono certo assenti, ma un po’ tutti concordano nel dire che si coglie maggiormente la presenza della band d’Albione, che già con “Wounded land” aveva tracciato le sue coordinate.
Altra caratteristica di questo lavoro è che le tracce non presentano una struttura classica, quindi non ci si può aspettare il classico schema strofa-ritornello-strofa. Ogni composizione è discretamente articolata, come dimostra l’assolo centrale nella stessa “Thoughts…”, di chiara impostazione fusion. Le due chitarre di Alessandro Floreani e Fabio Flumiani non si pestano mai i piedi e si producono in assoli convincenti, ben calati in un contesto introspettivo. Un qualcosa che può essere ascoltato in “Chaotic Picture”, dove proprio l’assolo spezza la dura tensione e fa passare a quella fase melodica che si era sentita nell’introduzione del pezzo, la quale sembrava poi sparire repentinamente per far posto ad uno stile a tratti simile a quello degli Evil Wings. Sarà sicuramente una seconda parte molto apprezza dagli amanti delle belle melodie, grazie soprattutto alla voce Federico Driutti. È infatti proprio lui – che suona anche le tastiere – a dare un tocco in più al sound, grazie ad una tonalità che potrebbe ricordare James LaBrie, senza però eccessivi acuti isterici. Quello di concludere i pezzi in maniera più melodica, come se si sfociasse in una specie di liberazione, sarà un elemento evidente anche in altri brani successivi, come dimostrano gli otto minuti e mezzo di “I, divided”; è uno degli episodi dove si sente maggiormente il “Teatro del Sogno” e che prosegue con un andamento “singhiozzato”, in cui la batteria di Lorenzo Blasutti deve fare gli straordinari, concludendo con Driutti che canta come se il vocalist canadese dei ‘Theater fosse stato improvvisamente illuminato. Tra i momenti migliori c’è “Never Thought”, le cui chitarre acustiche creano assieme alle percussioni un’atmosfera che nelle strofe diviene vagamente zeppeliniana, mentre il ritornello suona smaccatamente a stelle e strisce. “Lightline”, nelle sue parti più lineari, è caratterizzata da una consistente linea di basso ad opera di Gianluca Caroli, a cui si susseguono delle parti che si arrovellano su loro stesse, prima del consueto finale drammatico cantato da Driutti. “Hopeless Dance” sembra la più dura del lotto, anche se come al solito la successiva metà è per buona parte introspettiva, nonostante il finale rabbioso… Si conclude quindi con la giù citata title-track, che con i sui dieci minuti e mezzo mette in mostra tutto quello che gli Hadeon sanno fare. Una bella musicalità, in cui i singoli strumenti si esprimono molto bene, soprattutto il basso. C’è qualcosa dei Genesis, quelli meno stucchevoli, alternati a sonorità metalliche; è come una lunga storia, che cambia spesso e nel cantato sa essere ruffiana al punto giusto, senza strafare più di tanto. Quando si accelera le chitarre si concedono a velocissimi assoli neoclassici, per chiudere con grande teatralità che oscilla tra i Queen e proprio i Dream Theater (anche loro comunque debitori alla storica band).
Tirando le somme, questo esordio è più che positivo. Il prog-metal difficilmente potrà andare oltre quanto già sentito a livello di ispirazione, a meno che si metta a repentaglio il fattore dell’orecchiabilità. I nostri hanno ripreso i soliti stilemi, certo, ma li hanno messi insieme abbastanza bene e ne hanno fatto qualcosa di gradevole, che non stanca poi più di tanto. Una scelta coerente che per una volta non sa di forzatura e che farà la gioia degli amanti del genere trattato. Magari ascoltato più volte non darà le medesime sensazioni della prima volta, ma sembra comunque un buon inizio, anche se il fattore “italico” – a partire dalla lingua adottata per il cantato – è stato decisamente messo da parte.

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Michele Merenda

JINETES NEGROS-Definitiva mente -Viajero Inmovil -2017 -ARG -Antonio Piacentini
JINETES NEGROS Definitiva mente Viajero Inmovil 2017 ARG

Ci sono dei gruppi che ti stanno simpatici a prescindere. Vuoi perché i loro lavori ti son sempre piaciuti, vuoi perché, conoscendoli un po’ meglio (e ho avuto la fortuna di intervistare qualche anno fa i Jinetes Negros), senti a pelle che oltre la musica che propongono c’è qualcosa in più che te li fa mettere tra i tuoi gruppi preferiti.
Sicuramente i Jinetes Negros, se parliamo di nuovo corso del rock progressive, sono tra i nomi che amo di più, vuoi per la loro miscela che unisce hard prog al rock sinfonico, vuoi per la voce che è una delle più belle e potenti che questa genere musica abbia espresso negli ultimi anni. Ed ero molto curioso di vederli alla prova all’esame (che prima o poi devono passare tutti i gruppi che fanno prog) del concept album. Concept album che è un viaggio interiore nella figura del cavaliere nero, personaggio che abbiamo incontrato praticamente in tutti i lavori precedenti a questo della band argentina,
CI troviamo come sempre di fronte a un album molto compatto, con pezzi costruiti benissimo e che non lasciano spazio a momenti di stanca come spesso può accadere nei concept. Si sente che poco è stato lasciato al caso ed i quattro anni di gestazione (l’ultimo loro bel lavoro, “Tawa Sarira”, è targato 2013) hanno prodotto un lavoro superiore alla media a quello che ci viene proposta ultimamente.
Quattordici brani da ascoltare tutti di un fiato. Con momenti che spaziano dallo hard rock progressivo a momenti puramente sinfonici. Con un gusto della melodia delizioso che non scade mai nel mieloso.
Tra i brani da ricordare sicuramente “Dos Caras” che inserisce elementi orientali su una base hard prog molto emersoniana.
“El Cuerpo de la Angustia “non sfigurerebbe in qualsiasi musical alla “Gobbo di Notre Dame” che vanno tanto di moda ultimamente.
“Molino de Locura” è forse il manifesto programmatico del gruppo argentino. Ci sono infatti tutti gli elementi che contraddistinguono il suono e la proposta dei Jinetes Negros che la rende diversa e molto più apprezzabile rispetto a molte altre che agiscono nello stesso campo di azione.
Il mio brano preferito del lotto rimane comunque quello forse più semplice e diretto ossia “El Parque de la Euforia”. A tratti sembra di sentirci dentro qualcosa di Meat Loaf e del suo “Bat out of Hell”.
Il gruppo di Octavio Stampalia e Marcelo Ezcurra è oramai una garanzia del panorama rock progressive underground. Sarebbe bello che, come dovrebbe capitare a molti altri, anche loro arrivino al giusto successo nel giro degli appassionati.

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Antonio Piacentini

KOTEBEL-Cosmology -Musea Records -2017 -SPA -Jessica Attene
KOTEBEL Cosmology Musea Records 2017 SPA

Non è facile neanche per un grande gruppo tornare all'attenzione del proprio pubblico con un lavoro nuovo di zecca quando si è consapevoli di aver realizzato un album perfetto sotto ogni profilo. I Kotebel lo fanno dopo cinque anni tentando di dare un seguito al loro superbo “Concerto for Piano and Electric Ensemble”. Ero davvero curiosa di sapere se il grande talento pianistico di Adriana Plaza emergesse ancora in questa settima fatica discografica ed ero terribilmente impaziente di capire quale sarebbe stata la nuova mossa del gruppo madrileno-venezuelano.
La prima grande sorpresa la registriamo col ritorno graditissimo di Omar Acosta al flauto, ufficialmente soltanto in qualità di ospite anche se di fatto appare più come un membro aggiuntivo a tutti gli effetti visto l'uso estensivo del suo strumento in questo nuovo album. La mancanza del flauto si era fatta pesante in un album come “Ouroboros” (2009), terribilmente complesso e stratificato, ma a mio avviso senz’anima ed il suo ritorno in questo nuovo contesto si rivela una carta vincente per il suo modo di donare colorazioni emotive e paesaggistiche a spartiti accidentati e concatenazioni strumentali spesso taglienti e robuste. La lezione di “Concerto for Piano and Electric Ensemble” è stata pienamente assimilata e viene ora incorporata in una nuova veste musicale che a mio avviso risente molto anche delle esperienze degli album precedenti, il già citato “Ouroboros” su tutti. Vi è ancora una forte connotazione classica e cameristica che si estrinseca fondamentalmente attraverso il grande lavoro pianistico di Adriana Plaza con un aiuto consistente fornito dal preziosissimo flauto. Ancora una volta sono centrali le interazioni della pianista con le potenti tastiere del padre, Carlos Plaza Vegas, che rimane il compositore principale dell'opera. Ma il sound appare oltremodo stratificato e talvolta irrobustito a dovere dalla chitarra elettrica di César Garcia Forero con le sue inflessioni hard fusion, come è particolarmente evidente in “Mishima's Dream”, pezzo che porta proprio la firma del chitarrista.
L'incipit, “Post Ignem”, è subito degno di nota. Si tratta di una specie di summa di quanto andremo successivamente ad assaporare: attraversando vari paesaggi sonori, stili ed umori ci porta lontano senza farci accorgere delle distanze percorse. Parte con slancio, con le tastiere imponenti, e ci irretisce con la dinamica percussività dalle sue cadenze latine ove si fa particolarmente evidente il grande lavoro del batterista Carlos Franco Vivas e del bassista Jaime Pascual Summers. I momenti più dilatati sono intrisi di poesia, dominati da melodie oniriche altamente suggestive e quelli più tesi arrivano ad essere fitti e tortuosi, rapidi e terribilmente precisi. Si tratta di otto minuti ben assortiti che ci separano dal cuore autentico di questo album, rappresentato da una suite in 4 movimenti, “Cosmology suite”, che, come il titolo stesso ci indica, si ispira a 4 diverse teorie sulla cosmologia.
Le teorie sul cosmo condizionano fortemente i contenuti musicali. “Geocentric Universe” ricorda chiaramente l'universo nella sua visione tolemaica ed il tessuto musicale in questo è un arazzo di colori variegati e ben definiti, col flauto dominante che si dilegua veloce fra le gelide note del pianoforte. Gli incastri ritmici sono precisi, con contaminazioni fusion dai riflessi latini ed ammalianti aperture classiche in ripetute oscillazioni che ci portano da Santana ai King Crimson agli After Crying. “Mechanical Universe” si apre con suoni ambientali industriali a evocare qualcosa di asettico e spersonalizzato. In questa visione cosmologica l'universo è sostenuto dalle perfette leggi della fisica e la musica appare a sua volta spietata, si sposta su piani rigidi che si intersecano in modo complesso fra fusion e RIO. “Entangled Universe” ci ricorda invece che tutto è reciprocamente interconnesso e l'apertura è in questo caso affidata al flauto prezioso che dipinge un motivo dolce e misterioso. Questo incipit semplice ed evocativo non lascia forse presagire l'evoluzione così intricata di un brano dalle chiare inflessioni jazz e dal carattere molto libero, non privo però di aperture squisitamente sinfoniche e stimolanti viraggi stilistici. “Oneness” ci suggerisce infine che, anziché entità distinte collegate le une alle altre, siamo tutti in realtà un'unica cosa. Anche qui nonostante un inizio rarefatto e delicato la musica cresce gradualmente in complessità offrendoci intarsi articolati ed imprevedibili, stratificazioni nervose, fughe emozionanti e duelli fra i vari strumenti, con piano, sintetizzatori e chitarra vorticosamente avvitati fra loro.
Alla fine della suite la percezione è che il gruppo abbia dato davvero tutto quel che aveva da offrirci e non sembra quasi esserci spazio per altro. In effetti abbiamo fin qui viaggiato su livelli altissimi e siamo rimasti costantemente sotto pressione, stimolati da soluzioni musicali assai dense e in continuo divenire. Una “Mishima's Dream” così chitarro-centrica stacca forse un po', nonostante la sua elettricità, e fa un po' da spartiacque col resto dell'album che si completa con una più lineare e rarefatta “A Bao A Qu”, che fa riferimento a una creatura leggendaria immaginata dallo scrittore argentino Jorge Luis Borges, con la già nota “Dante's Paradise Canto XXVIII”, già edita nel progetto Colossus dedicato al paradiso dantesco, e con la conclusiva “Paradise Lost”, una breve traccia dominata dal pianoforte e composta da Adriana Plaza. In effetti la sensazione che l'album si regga bene e in modo autonomo sulla suite centrale con un maestoso preludio ben rappresentato dalla superba traccia di apertura è forte e concreta. Anche tagliando le comunque belle tracce che seguono rimarremmo ugualmente soddisfatti dalla perfezione e dalla bellezza di una produzione musicale personale e singolare, interpretata con slancio e perizia tecnica indiscutibile e che si colloca fra le manifestazioni più alte che il Progressive Rock degli anni correnti sia in grado di offrirci.

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Jessica Attene

LESOIR-IV - Latitude -Gentle Art Of Music -2017 -NL -Peppe Di Spirito
LESOIR IV - Latitude Gentle Art Of Music 2017 NL

Al quarto album in studio, gli olandesi Lesoir provano a fare il salto di qualità. Per raggiungere l’obiettivo organizzano le cose a modo, riunendosi allo studio Sawmills di John Cornfield, produttore che ha legato il suo nome a quello dei Muse di “Absolution”. Coadiuvato da Bruce Soord (dei Pineapple Thief) dietro la consolle ha praticamente diretto il gruppo olandese curando ogni più piccolo dettaglio e donando a “IV -Latitude” una pulizia sonora tale da permettere di cogliere continuamente le finezze create dai musicisti e catturate da una registrazione di grande qualità. Elenchiamo velocemente la line-up che ha dato vita a questo disco e che è composta da un’accoppiata femminile, con Maartje Meessen (voce, flauto, piano) e Eleen Bartholomeus (voce, chitarre, tastiere, percissioni), dal chitarrista Ingo Dassen, da Ingo Jetten al basso e da Bob Van Heumen alla batteria.
“Modern goddess” apre il disco con un sound elegiaco, in cui la fanno da padrone pianoforte e voce; poi, dopo poco più di un minuto, l’esplosione con l’entrata della sezione ritmica, che fa crescere intensità e volume. Si continua con questi saliscendi, abbelliti da tastiere sinfoniche, fino alla fine del brano. E’ un inizio che è molto indicativo della direzione in cui si vogliono muovere i Lesoir. In tutto l’album (ma possiamo dire anche in tutte le tracce) la band punta ad un suono particolarmente dinamico, in cui nulla è dato per scontato ed in cui si passa da un estremo all’altro, con variazioni musicali capaci di portare da lievi sussurri strumentali a potenti slanci carichi di aggressività, da melodie vocali particolarmente delicate ad acuti improvvisi e stordenti, da passaggi eredi di un certo romanticismo degli anni d’oro del prog a virate verso il rock duro o l’elettronica. Insomma, sembra proprio che la band abbia deciso di puntare a sorprese continue. Anche volendo citare dei singoli brani, diventa difficile trovarne qualcuno che identifichi bene il tipo di proposta che ci troviamo di fronte. Basti pensare a “In the game” e “Kissed by sunlight” che si rifanno a certo gothic dei connazionali The Gathering deviandolo verso territori molto più classicheggianti, o a “Icon” e “Cheap trade” in cui la spinta elettronica è molto forte, o, ancora, ad una “Eden’s garden” che parte in sordina, con venature pop e che poi spicca il volo con momenti maestosi in cui si incrociano tastiere orchestrali e sinfoniche ed una chitarra a dir poco ruggente. Altri pezzi mostrano, invece, una spinta melodica intrigante, magari non originalissima, ma che, similmente a quanto fatto da Paatos, White Willow e Quidam, trasmette piacevolissime sensazioni (vedi “In their eyes”, “Zeros and ones”). Insomma, “imprevedibilità” sembra essere la parola d’ordine, fino alla fine, con il breve tassello folk “Cradle song”.
Dopo poco più di un’ora di musica sembra proprio che questa voglia di estremizzare le dinamiche sia allo stesso tempo il pregio e il difetto dell’album. Da un lato è sempre stuzzicante ascoltare con attenzione un lavoro così curato e ricco di variazioni che possono meravigliare non poco. A volte, però, il confine tra la meraviglia e lo sconcerto è labile. Così, il rovescio della medaglia è rappresentato dal fatto che portare all’esasperazione queste caratteristiche rende l’ascolto alla lunga un po’ stancante, con conseguente difficoltà di memorizzare la proposta dei Lesoir. Vorremmo anche premiarli con un giudizio nettamente positivo, ponendo l’accento sulle capacità della band di mettere insieme tanti tasselli con una certa fantasia e con discreta ispirazione, nonché evidenziare la qualità di un songwriting variegato e che denota preparazione di base, ma mettere un po’ più a fuoco la proposta e renderla un po’ più omogenea probabilmente gioverebbe non poco.

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Peppe Di Spirito

MELANIE MAU / MARTIN SCHNELLA-The oblivion tales -autoprod. -2017 -GER -Nicola Sulas
MELANIE MAU / MARTIN SCHNELLA The oblivion tales autoprod. 2017 GER

Per quanto sia un convinto sostenitore del detto "l'abito non fa il monaco", quando ho visto le foto dei musicisti nella cover di questo lavoro ho subito pensato: "qui c'è bella roba fuori di testa". Niente di così inusuale e niente che non si sia già visto, in realtà: facce sorridenti, capelli più o meno incolti, pantaloni larghi a righe da hippie moderni, espressioni da simpaticoni molto rassicuranti e accessori di contorno, tra cui una chitarra sfasciata e qualche pupazzo di peluche. I due protagonisti sono Melanie Mau e Martin Schnella, che hanno all'attivo una partecipazione nel 2016 ad un album dei conterranei Frequency Drift e un precedente album a loro nome dal titolo "Gray matters". Accompagnati da un folto gruppo di collaboratori, i due hanno scritto tutte le canzoni del disco, per un'ora abbondante di musica che garantisce una corposa esperienza d'ascolto.
Veniamo al dunque: di che si tratta? La risposta semplice è prog folk. Quella complessa non si discosta troppo dalla precedente, e volendo fare i pignoli potrebbe essere prog-folk-rock. L'ossatura delle composizioni è principalmente acustica, basata sulla voce di entrambi gli autori e le chitarre di Schnell. Ci sono poi flauti, cornamuse e percussioni varie, qualche parte di mandolino, di violoncello, violino e piano. Gran parte dei brani è costruita su questa strumentazione, che dà vita a strutture frizzanti o evocative, con parecchie armonizzazioni vocali, arpeggi e linee melodiche, a partire dall'iniziale "The spire and the old bridge" per proseguire con "Treasured memories", "The horseshoe", "My dear children" e lo strumentale "Melanie's theme". Le sorprese arrivano quando agli strumenti acustici si aggiungono un basso elettrico slappato ed una batteria e tutto si trasforma in un ritmato e piacevole folk-funk-pop ("Words become a song"), quando in "Close to the earth" un assolo di chitarra elettrica impreziosisce un brano in stile new prog, quando spuntano fuori dal nulla brani country-rock che parlano di leggendari cowboy fuorilegge ("Wild wild west") o altri che virano decisamente verso il rock ("The dwarfs king") e l'hard rock ("Die zwerge vom iberg", ovviamente cantato in tedesco, come anche la suggestiva "Erinnerungen").
Devo dire di essere rimasto piacevolmente sorpreso da "The oblivion tales". L'ascolto trasmette un'atmosfera di positività e allegria, e anche i pezzi più pacati non sconfinano nella malinconia o nella tristezza. Decisamente a tono anche i testi, che spaziano tra felici utopie bucoliche, ricordi di notti passate attorno al fuoco, considerazioni sulla gioia di suonare e cantare, l'amore, i bambini (ok, questi sono un po' scontati) e qualche storia fantasy. Credo che l'album possa regalare parecchi ascolti piacevoli e rilassanti, complice l'azzeccato miscuglio di generi che costituiscono il mondo musicale di Melanie Mau e Martin Schnella, per cui lo consiglio almeno a chi è rimasto stuzzicato dalla descrizione. Aggiungo solo che la confezione del cd è molto curata, con testi, foto e disegni.

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Nicola Sulas

NATHAN-Era -AMS Records -2018 -ITA -Valentino Butti
NATHAN Era AMS Records 2018 ITA

Dopo qualche anno di apprendistato come cover band di Pink Floyd, Supertramp e Genesis, i liguri Nathan avevano fatto il grande salto con “Nebulosa” (2016), contenente brani di loro composizione. Dopo solo due anni esce “Era”, sempre per la AMS Records: 55 minuti per otto nuovi pezzi. La solita confezione pregevole e le liriche nel booklet sono il biglietto da visita di questo nuovo lavoro. La formazione attuale annovera alla voce Bruno Lugaro, alle tastiere Piergiorgio Abba, alla batteria Fabio Sanfilippo, al basso Mauro Brunzu, Daniele Ferro alle chitarre e Monica Giovannini ai cori. “Era” si presenta come una via di mezzo tra il progressive d’annata (seventies…), il new prog romantico inglese e, in aggiunta, una spruzzata heavy che, di questi tempi (pare), non guasti mai. Riff graffianti dell’elettrica di Ferro costituiscono l’ossatura di “Figli di cane” la prima traccia in scaletta. Una ritmica possente e l’importante contributo delle tastiere di Abba, ora di raccordo, ora in primo piano, fanno il resto. Promettente l’inizio di“Invisibile” con tastiere sfavillanti poi il brano scivola via senza infamia e senza lode. Decisamente meglio “Le vie dei canti” (con un bel testo a sostenere l’impianto musicale), con notevoli interventi solistici di Ferro ed Abba. Ineccepibile e dal buon impatto melodico “L’ombra del falco”, la più “seventies” del lotto (con un testo ispirato alla battaglia di Roncisvalle), con flauto, tastiere vintage ed un approccio meno heavy che in altre occasioni. Nulla di nuovo sotto il sole, ma il risultato è più che soddisfacente. Bella “Indaco”, con un pregevole assolo di synth, e anche la successiva “Maschere” con una ritmica brillante ed i consueti incastri tra chitarra e tastiere. Non convince, invece, sia nel testo che nel refrain piuttosto banale, “L’ultimo giro” che, e solo parzialmente, trova riscatto nelle parti strumentali. “Esistono ore perfette” prosegue sulla falsariga delle precedenti composizioni, pur rimanendo confinata ad un livello un poco inferiore. Il secondo album dei “Nathan” si chiude qua. Si tratta senza dubbio di un passo avanti rispetto all’esordio: ci paiono migliorati sia l’impianto melodico che le atmosfere, ora più gioiose e squillanti, rispetto al più cupo ed introverso “Nebulosa”. Avanti così, dunque, con questo piacevole prog sinfonico un pizzico… heavy.

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Valentino Butti

OVERTURE-Overture -autoprod. -2018 -ITA -Alberto Nucci
OVERTURE Overture autoprod. 2018 ITA

Gli Overture si sono formati nel 2010, sulle ceneri di una precedente esperienza musicale, a Mores, nell’entroterra sassarese, in un’area maggiormente nota per i numerosi allevamenti di cavalli. Questo loro primo lavoro autoprodotto giunge, dopo i consueti avvicendamenti di formazione, agli inizi del 2018 e comprende 5 tracce, più un brevissimo prologo.
Gli eventuali sorrisini di sufficienza col quale qualcuno potrebbe accogliere questa autoproduzione proveniente da una zona tradizionalmente non proprio situata lungo le maggiori direttrici delle rotte musicali, si spegneranno senza dubbio con le prime note di questo grazioso dischetto, dedito al Prog italiano più classico, con bell’utilizzo di flauto e chitarra acustica, atmosfere spesso sognanti e, cosa che di certo non guasta, una registrazione quanto meno decente. Per certi versi ci troviamo a fare accostamenti musicali con la Locanda Delle Fate… e non è un brutto biglietto da visita, anche se il gruppo rivendica tra le proprie influenze nomi storici di maggior impatto, come Genesis, King Crimson, PFM o Camel.
Le 5 canzoni presenti, alcune cantate in italiano e altre in inglese (con una pronuncia non propriamente oxfordiana, occorre dire), hanno tutte durate che si assestano tra gli 8 e i 9 minuti, salvo una che varca la soglia dei 13 minuti.
Dopo il breve intro d’atmosfera, il Moog (o qualcosa che ci vuole assomigliare) si scatena nell’avvio di “Lux et Ombra”, brano piacevolmente movimentato che mi ricorda addirittura Il Bacio Della Medusa e che avrebbe potuto quasi trovar posto, anche per le tematiche, in “Discesa agl’Inferi…” del gruppo perugino. Anche la successiva “Il Mendicante” ha forti legami col Rock Progressivo Italiano, con un susseguirsi di voli, atterraggi e ripartenze in cui graziosi intermezzi di piano fungono da collante tra una parte e l’altra.
“A Deer in the River” è una canzone dalle sfumature delicate che nella sua prima metà si muove su sonorità acustiche, morbide e soffuse, con liriche scarne e discrete, salvo impennarsi progressivamente, con un innalzamento anche della drammaticità del cantato.
“Crop Circles” oltrepassa la durata media degli altri brani, raggiungendo e superando i 13 minuti, impiegati in modo egregio per un pezzo dalle atmosfere impregnate di mistero, con belle linee di basso e flauto e ritmiche sopra le righe solo in alcuni sporadici innalzamenti di tono.
La conclusiva “Ephesia’s Chime” inizia con belle linee di piano e mantiene nel corso della sua durata impronte barocche e classicheggianti (e il flauto, una volta di più, dà il suo bel contributo) che si mescolano a tendenze fusion, con gli ormai abituali sbalzi di umore, pause e ripartenze.
In conclusione, non possiamo fare a meno di annotare la nostra predilezione per il cantato in italiano, principalmente per la non ottimale padronanza della lingua inglese. Ad ogni modo, come ho avuto modo di dire, l’album è decisamente gradevole, se si alla ricerca di un Prog classico con poche concessioni a contaminazioni e modernità. La registrazione e comunque la qualità tecnica è senz’altro sufficiente, parlando di un’autoproduzione. Forse è auspicabile una maggior maturità nella costruzione dei brani, all’interno dei quali le continue pause alla fine possono risultare stucchevoli, ma questo può certamente arrivare con l’esperienza.

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Alberto Nucci

FERNANDO PERDOMO-Out to sea -Forward Motion Records -2018 -USA -Valentino Butti
FERNANDO PERDOMO Out to sea Forward Motion Records 2018 USA

Fernando Perdomo è un polistrumentista statunitense conosciuto soprattutto per la sua militanza come chitarrista e bassista della Dave Kerzner Band. “Out to sea”, interamente strumentale, rappresenta il suo lavoro d’esordio nel quale molte delle influenze musicali dell’artista vengono prepotentemente in superficie. Ben quattro dei nove brani presenti nella versione in CD (compresa la cover di “Starless” dei Crimson) infatti sono altrettanti dichiarati omaggi ad artisti o band particolarmente amati da Perdomo: da Peter Banks (primo chitarrista degli Yes), ai Focus, passando per i Nektar ed i Curved Air. A fare da cornice al tutto la bella copertina, ad opera di Paul Whitehead, che rappresenta una caravella-chitarra che solca i mari con sullo sfondo un’isola con un vulcano in piena eruzione… come la musica contenuta nell’album.
In “Out to sea” le chitarre (una decina circa quelle usate) fanno sovente la voce grossa in ogni composizione e ci permettono di apprezzare appieno la versatilità ed il notevole gusto di Perdomo sempre a proprio agio, sia nei momenti più diretti e “tirati”, sia in quelli più rarefatti e classicheggianti. Uno stile virtuoso e non “narcisista”, alla continua ricerca della “bella melodia” prima di tutto con effetti più che convincenti. “The architect” (Tribute to Peter Banks) è uno dei brani che più mi hanno colpito e che spero possa contribuire a sancire una volta per tutte la notevole statura musicale di Peter Banks. Una composizione che, con un poco di Hammond e la voce di Colin Carter, sarebbe stato un bel… Flash!! La title track ci rammenta che Steve Hackett e QUEI Genesis non sono degli sconosciuti per Mr. Perdomo che ci offre un arioso strumentale di poco più di quattro minuti. L’introduzione acustica di “De Boerderij” (omaggio ai Focus) e la successiva esplosione strumentale (e poi ancora l’intermezzo soft) evidenziano una volta ancora la grande versatilità ed eleganza dell’artista statunitense in grado di destreggiarsi anche nelle atmosfere più avvolgenti. Classe che il Nostro dimostra pure in “Roses spread al lover the world” dove agisce sia di sciabola che di fioretto con il suo abbondante parco-chitarre. L’effervescente “The dream” (non avrebbe sfigurato su ”Wind & wuthering”) anticipa l’omaggio ai Curved Air con “Sonja” e l’immancabile pièce de resistance “Dreaming in stereo suite”, vero fiore all’occhiello di “Out to sea”. Frasi melodiche che rimangono subito ben impresse, raffinati contributi delle tastiere, solari input strumentali ed un invidiabile gusto fanno del brano il vertice compositivo dell’album. Chiude il lavoro una breve versione di “Starless”, nel ricordo di John Wetton.
Un album davvero convincente e di ottimo livello, che tiene desta l’attenzione dell’ascoltatore in tutto il suo percorso (non così scontato per un album interamente strumentale) e che ci ha permesso di conoscere un artista davvero superiore alla media. Nell’attesa di “Out to sea 2”, riascoltiamoci questi quasi cinquanta minuti di grande musica.

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Valentino Butti

SISARE-Leaving the land -V.R. Music -2018 -FIN -Jessica Attene
SISARE Leaving the land V.R. Music 2018 FIN

Mi sono ritrovata ad ascoltare questo album dei Sisare, il secondo della loro discografia dopo “Nature’s Despair” del 2013, subito dopo aver assaporato l’opera terza di un altro gruppo di Turku, i Sammal, con il loro “Suuliekki”, uscito praticamente in contemporanea. Pensavo proprio alla bellezza di un album vintage che però appariva un po’ sofferente per un cantato, in madrelingua, a dir poco sgraziato. Pensavo che un album simile potesse essere scambiato con un fortunato ritrovamento di un gruppo sconosciuto ed inedito del passato e infine consideravo che forse far confluire gli elementi del passato in qualcosa di più moderno sarebbe stato per certi aspetti più interessante. E poi mi sono imbattuta appunto nei loro concittadini Sisare che in realtà partono da presupposti diametralmente opposti, vi basti pensare che iniziarono la loro carriera musicale nel 2008 come una death metal band, autrice di un demo e di un EP. L’avvicinamento al Progressive Rock è stato successivo ed è avvenuto, senza abbandonare del tutto certe ambientazioni oscure e maledette, dopo lo scioglimento che avvenne nel 2010 e l’abbandono del vecchio batterista. Questo percorso di redenzione ricorda un po’ quello degli Opeth, nella loro fase di innamoramento per il Progressive Rock e devo dire che le somiglianze con questi cugini più famosi non sono trascurabili.
Questo disco è il più Prog della loro discografia e si muove su tessuti musicali vellutati, impreziositi da una performance vocale calda e seducente affidata al chitarrista Severi Peura che ricorda un po’ per feeling Rhys Marsh. Proprio alla chitarra sono affidate le soluzioni melodiche di questo album, cupo nel sound ed estremamente compatto per quel che riguarda la strumentazione che coinvolge soltanto altri tre elementi e più precisamente Hermanni Piltti al basso, Timo Lehtonen sempre alla chitarra ed infine Rauli Elenius alla batteria. Proprio il basso appare molto evidente e dona profondità spaziale a sonorità spente e dai riflessi vintage. Il mancato uso delle tastiere forse porta ad un maggiore sviluppo dell’apparato chitarristico che non tende quasi mai a fare leva sulla potenza o sul volume ma che sviluppa in modo intelligente arrangiamenti davvero interessanti. Affinità particolari le troviamo inoltre con Landberk, Anekdoten e Porcupine Tree con qualche spolveratina post rock e riflessi psichedelici e folk. La masterizzazione è stata affidata, non a caso, a Jaime Gomez Arellano (Paradise Lost, Ulver) che ha sicuramente contribuito alla resa sonora ottimale per un album ammiccante come questo, semplice nel suo impianto e comunicativo sul piano del feeling.
A parte le considerazioni iniziali, basate su pure coincidenze di ascolto, confronti con i connazionali non li farei, è comunque curioso essersi imbattuti contemporaneamente in due anime così diverse e complementari fra loro. Una vecchio stampo e l’altra sicuramente più moderna nell’approccio. Un unico desiderio: colate di Mellotron potrebbero davvero fare la differenza perché in fondo qualcosa che manca si percepisce e questa potrebbe essere un’idea. Se il gruppo ne troverà altre le ascolteremo volentieri e per il momento non è una cattiva idea soffermarsi su questo album non superlativo né stupefacente ma assai gradevole.

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Jessica Attene

TRANSPORT AERIAN-Therianthrope -Melodic Revolution Records -2017 -BEL -Michele Merenda
TRANSPORT AERIAN Therianthrope Melodic Revolution Records 2017 BEL

Teriomorfismo, cioè la tendenza comune a molte culture antiche (addirittura primitive) di attribuire alle divinità forma animale. Il quinto album in studio del progetto di Hamlet, polistrumentista belga, è un lavoro che vuole scavare dentro, ricercando qualcosa che ormai viene spesso ripreso in ambito art rock contemporaneo: le emozioni mentali che prendono forma nelle guerre, nelle catastrofi sia sociali che economiche, esplorando quindi quel lato tanto brutto quanto nascosto dell’animo umano, fortemente incrementato dalle vicende della società moderna. È una ricerca basata sulle sensazioni, dove la musica non si estrinseca tramite acrobazie tecniche bensì approcci minimali. Probabilmente è questa la strada per tentare di elaborare qualcosa di nuovo, anche se l’impatto risulterà sempre meno immediato e forse quasi sempre meno piacevole. Hamlet qui si avvale di molti collaboratori, tra cui il violinista Paul Sax dei Curved Air. Questi è presente nell’iniziale “Smirking Sirens”, brano abbastanza interessante, a tratti simile ad una specie di Eurythmics molto più cupi ed introspettivi, dando però maggior spazio ad atmosfere da oltretomba nipponico nello stile dei Twin Tail. C’è qualcosa della dannazione sociale asettica presente in serie televisive americane tipo “Fargo”, con un dolore forse ancora più sordo dovuto a un andamento sempre più cadenzato della musica. “Pitchfork Martyrs” sembra la sua naturale continuazione, tra note di chitarra scivolate, caos improvvisi e la voce di Hamlet che pare venir fuori da un Freddy Mercury svalvolato, il quale ha freddamente preso atto del suo malessere e lo mette fuori anche con un certo sarcasmo. L’ispirazione presa da gruppi come i Dead Can Cance è evidente, solo che qui sembra esserci meno velleità poetica e – se possibile – un drappo ancora più scuro che copre tutto. Non tutti i brani presentano la medesima ispirazione ed alcuni scivolano abbastanza impalpabili, compresa quella “Destroy Me” in cui si era cominciato a far conoscenza della cantante Rachel Bauer. Nel mezzo ci sono anche cinque composizioni sotto il nome di “Abstract Symphony”, vere e proprie jam astratte basate sulle sensazioni immediate del momento, il cui nome dei musicisti coinvolti rimane celato. Per buona parte si tratta di episodi trascurabili, che magari hanno una loro logica nel concetto che sta alla base di questo lavoro, soprattutto se interpretati come intermezzi nei momenti strategici dell’album. Gli episodi migliori (anche perché più concreti) risultano il quarto – tra Velvet Underground diluiti nella vecchia psichedelia dei Pink Floyd assieme a un po’ di Oliver – ed in parte il quinto, narrato dalla Bauer.
“September”, a dispetto del titolo, sa di autunno abbondantemente inoltrato, giocato sulle voci maschile/femminile e su un lungo assolo di chitarra inesorabile come una sentenza (è presente sull’album il nostrano Marco Ragni, anche se come chitarra solista viene indicato Stef Flaming); sentenza dettata ancor di più da “Eternal Guilt”, in cui quella voce da Freddy Mercury schizzato torna più imbestialita che mai, lasciando per un attimo il posto nuovamente alla chitarra, per poi interrompersi bruscamente. Molto particolare “Lions”, ancora con note “scivolate”, concludendo con “Last Years Of Peace”. Torna il violino di Paul Sax e non appare certo come un caso che quello preso in esame risulti anche stavolta uno dei pezzi migliori, soprattutto nella sua struttura che va man mano mutando.
C’è qualche amante della dark-wave o comunque di qualcosa che riguardi l’adorazione delle macerie di altri generi musicali, su cui si è abbattuto qualche tipo di catastrofe? Beh, allora date fiducia a Hamlet e soci. Gli altri invece ci riflettano bene, anche se ovviamente non è possibile fare delle valutazioni corrette tramite un ascolto frettoloso. Quindi, occorre per una volta sentirsi obbligati a fermarsi, non fare altro ed ascoltare. Magari qualcosa viene fuori.

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Michele Merenda

DARREL TREECE-BIRCH-Healing touch -Melodic Revolution Records -2017 -UK -Giovanni Carta
DARREL TREECE-BIRCH Healing touch Melodic Revolution Records 2017 UK

Spinto dalle più lodevoli motivazioni, Darrel Treece-Birch ha realizzato il suo nuovo cd solista nell'intento di trasmetterci un po’ di energia positiva: con "Healing Touch" siamo difatti nel campo di una musica con ambizioni curative e lenitive dello spirito e della mente, una condizione di benessere necessaria per raggiungere un proprio equilibrio psicofisico o quanto meno per affrontare nelle condizioni migliori imprevisti di natura patologica... Darrel Treece-Birch negli ultimi anni è stato molto attivo su diversi fronti, come musicista totalmente solita e con la sua band Nth Ascension, orientati verso il prog rock più classico e melodico, stile Arena e Pendragon; in particolare non ha disdegnato la notorietà con la sua partecipazione negli ultimi dignitosi album della band hard/AOR Ten. Il Treece-Birch solista ha una visione della musica più intimistica e riflessiva: con "Healing Touch" il tastierista di Fleetwood mira ad unire insieme ad una essenzialità sonora, senza troppi orpelli, la leggerezza ed ariosità melodica della new age, una scelta artistica coerente e naturale che si basa su un progressive rock rilassato dalle tinte elettroniche e mai particolarmente sopra le righe. Premesso che tutta la buona musica dovrebbe avere una propria dignità terapeutica, "Healing Touch" riesce abbastanza nell'intento di rilassarci senza risultare troppo stucchevole o melenso, anche se non so quanto potrebbe risultare realmente efficace per gli ascoltatori più smaliziati veterani del settore: Treece-Birch in tutta la sua buona fede e dedizione è completamente calato nel ruolo di musicista appartenente ad un genere musicale che sotto certi aspetti non nasconde più moltissimi segreti... Quindi, in un certo senso, le sonorità eteree e sinfoniche che caratterizzano buona parte di "Healing Touch" saranno una sorpresa solo per pochi: apprezzeremo invece l'ariosità di melodie mai troppo sopra le righe, il senso di pace ed anche di mistero avvolto nei brani, completamente strumentali, suonati in solitudine da Treece-Birch; registrato e prodotto a 432 HZ tra la primavera e l'estate del 2017, "Healing Touch" si avvale di buoni arrangiamenti e di una discreta prova strumentale, essenziale nella sua economicità priva di eccessi ed esibizionismi. Se dovessi pensare a qualche fonte di ispirazione più o meno vaga, potrei tirare in ballo i Pink Floyd più tecnologici, Jean-Michel Jarre, i Tangerine Dream più melodici ed il Vangelis più orchestrale. Una musica facilmente riconoscibile, insomma, ma che non nega di offrirci, nel suo piccolo, diversi buoni momenti di serenità, con l'effettiva speranza che possa contribuire al nostro benessere.

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Giovanni Carta

WHEN MARY-Tainted -Sonicbond Music -2017 -NOR -Peppe Di Spirito
WHEN MARY Tainted Sonicbond Music 2017 NOR

La protagonista dietro questo progetto è una vecchia conoscenza dell’ambiente prog, visto che si tratta di Trude Eidtang, che è stata la cantante dei White Willow di “Signal to noise”, album datato 2006. Risale invece al 2013 l’esordio a nome When Mary, intitolato “7summers7winters”, che ha spinto la vocalist verso un sound che mantiene una certa malinconia tipica della band di Jacon Holm Lupo, ma indirizzata maggiormente verso il pop. A quattro anni di distanza da quel debutto, ecco la seconda prova discografica, “Tainted”, una sorta di concept ispirato al mito di Faust. Lo scenario sonoro non varia di molto, si può notare più che altro un’accentuazione delle caratteristiche gotiche della musica e della presenza dell’elettronica. Scorrono, così, brani immediati, dalle atmosfere sinuose e intriganti, con la voce soave di Trude a farla da padrona. Per mantenere paragoni con ambienti che conosciamo meglio, facciamo riferimento ancora ai White Willow e ricordiamo che le canzoni contenute in “Tainted” possono essere assimilate a quei momenti eleganti ed orientati verso il pop del gruppo norvegese, o potremmo tirare in ballo gli svedesi Paatos di “Silence of another kind”. Allontanandoci un attimo, invece, da questi lidi, intravediamo come fonti di ispirazione artisti quali Bjork, Laurie Anderson, Portishead e Massive Attack. Veniamo quindi avvolti da un’aura sognante, in cui si avverte un respiro nordico, che porta anche malinconia ed ombre e che trasmette belle sensazioni. In questa avventura Trude è accompagnata da Christian Paulsen, che contribuisce con chitarra, programmazioni, synth e basso e Vidar Uthaug alle tastiere, più vari collaboratori come ospiti alla batteria, al canto e al basso. Sulle nostre pagine è doveroso segnalare qualche momento più legato al prog e, in particolare, al rock sinfonico, come “Interlude (1st mir das grab?)”, che è un intermezzo classicheggiante di due minuti, con in evidenza un organo che, attorniato di leggeri effetti elettronici, si spinge verso un’atmosfera a cavallo tra Bach e Goblin. Qua e là, durante i brani, ci sono altri momenti keyboard-oriented che indirizzano verso i sentieri a noi più cari, ma si tratta di una piccola percentuale dell’album. Album che, alla fine dei conti, risulta comunque ispirato ed attraente, ma ovviamente vi devono piacere le ambientazioni che evocano un sound gotico, pop ed elettronico.

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Peppe Di Spirito