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Recensioni

35 TAPES-Lost & found -Apollon Records / Artemis -2019 -NOR -Alberto Nucci
35 TAPES Lost & found Apollon Records / Artemis 2019 NOR

La produzione Prog norvegese degli ultimi anni sembra superare in quantità quella svedese del decennio d’oro svedese degli anni ’90 e spuntano album Prog come funghi dopo un acquazzone estivo, alcuni ad opera di gruppi ed artisti ormai già conosciuti, altri ad opera di band di nuova formazione che, trovando terreno fertile grazie alle label specializzate nazionali (e la Apollon Records, qui chiamata in causa, ha da poco inaugurato la sua divisione Artemis, apparentemente più indirizzata sul Prog sinfonico), riescono a far felici gli appassionati delle oramai stilisticamente consolidate sonorità nordiche.
E’ appena ovvio che, alzando la quantità dell’offerta, può accadere che la qualità della stessa non sia sempre di altissimo livello ma bisogna ammettere che, almeno per quanto mi riguarda, non mi è ancora capitato di ascoltare band e album particolarmente scarsi o comunque meno che sufficienti, sia dai punti di vista stilistici ed artistici che, soprattutto, musicali.
Questa lunga introduzione serve per presentare l’album d’esordio di questa band di Oslo costituita da 3 musicisti che rispondono ai nomi di Morten Lund (chitarre, tastiere, voce), Jarle Wangen (basso, chitarre, voce) e Bjørn Stokkeland (batteria). La loro proposta musicale si colloca in equilibrio tra proposte di band connazionali recenti come Airbag ed Oak (coi Porcupine Tree ovviamente sullo sfondo) ed atmosfere più classicamente Prog sinfoniche di stampo britannico, coi Genesis al primo posto in quanto ad influenze e riferimenti, ma senza dimenticare ovviamente il lato più melodico dei Pink Floyd. Lungo le 4 tracce di quest’album le due influenze stilistiche si rincorrono e si mischiano di continuo, attraverso atmosfere delicate ed eleganti, piacevolmente malinconiche ma non cupe, in cui si innestano armonie, suoni di tastiere e Mellotron, morbide parti di chitarra 12-corde, che ci riportano decisamente (a momenti anche un po’ troppo) proprio ai Genesis.
Il risultato è piacevole, inutile negarlo, ma tuttavia etereo e spesso quasi impalpabile, in quanto a consistenza musicale. Tutto scorre mischiandosi in una duratura sensazione di indefinita piacevolezza ma senza lasciare dietro di sé niente di memorabile, se non qualche riflesso pavloviano nei momenti in cui i riferimenti genesisiani si fanno quasi sfrontati. Anche la traccia di chiusura “Mushrooms”, di oltre 19 minuti, scorre via in modo vaporoso e quasi impalpabile, non concedendo di sé molto di più delle precedenti per una futura memoria di quest’album se non qualche breve momento leggermente più variegato ed intenso.
Un album che, in sintesi finale, raggiunge agevolmente la sufficienza ma che, come dicevano i miei professori, non si impegna abbastanza.

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Alberto Nucci

APE SHIFTER-Ape shifter II -Brainstorm Records -2019 -GER -Giovanni Carta
APE SHIFTER Ape shifter II Brainstorm Records 2019 GER

L'impatto iniziale di questo secondo disco degli Ape Shifter, power trio tedesco guidato dal virtuoso chitarrista Jeff Aug, è abbastanza controverso: si inizia come un disco di classico hard rock strumentale con assoli a manetta e la tipica atmosfera euforica on the road dei pezzi più tirati di Joe Satriani ma presto ci si rende conto che il livello di testosterone è in generale più alto della media; l'attitudine diventa alquanto bellicosa: com'è intuibile dallo stesso nome gli Ape Shifter non vanno tanto per il sottile anche se non proprio di metal si tratta... Infatti c'è la periodica tendenza a decorare i brani di una coltre fumogena un po’ narcotica, per così dire "fumosa" e visionaria, un approccio derivato quindi dallo stoner rock (un brano guarda caso si intitola pure "Fu Manchu"), il tutto diventa quindi più interessante e piacevole, anche perché, diciamo pure, non ci troviamo sicuramente di fronte ad un disco di "progressive rock"! Jeff Aug cerca un punto di contatto tra iperchitarrismi (senza esagerare troppo) alla Satriani/MacAlpine ed un retrogusto più seventies e psichedelico con abbondanti whah in phaser, leggere dilatazioni ed un discreto groove, non stupisce dunque che sia anche un fan di Black Sabbath e Corrosion Of Conformity. In realtà, oltre alla sfera heavy degli Ape Shifter, il percorso artistico di Jeff Aug è assai eclettico: è apprezzato particolarmente per aver approfondito e maturato il suo stile fingerstyle alla chitarra acustica seguendo l'esempio di chitarristi come William Ackerman and Alex De Grassi, può vantare una bella serie di concerti come opener per il compianto Allan Holdsworth e collaborazioni con la poetessa/cantante underground new wave Anne Clark. Con gli Ape Shifter però ad Aug piace pestare duro, insieme alla sua sezione ritmica costituita dal batterista Kurty Münch ed il bassista Florian Walter, senza variazioni ritmiche trascendentali fanno un buon lavoro di solida sezione ritmica hard rock, con il batterista che in effetti talvolta più che suonare, vuoi anche per la scelta di sonorità ed effetti, pesta le pelli senza tanti complimenti, ma così tanto che in almeno un paio di brani l'effetto è quasi più da sezione ritmica per musica industrial, non una coincidenza se pensiamo che il cd è stato mixato da Alec Empire (Aug ha suonato pure in un disco degli Atari Teenage Riot)... L'unica vera eccezione è rappresentata dall'ultimo pezzo "Matilda", una rilassata folk-rock song dai toni ombrosi, nonché unico brano cantato del disco. "Ape Shifter II" è uscito sia su cd che su 33 giri abbinato alla ristampa del primo disco... Insomma, per gli appassionati o fanatici di musica chitarristica strumentale "Ape Shifter II" può essere un ascolto interessante, altrimenti se non siete appassionati dell'hard rock più tirato o non avete la minima propensione "stoner" passate ad altro!

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Giovanni Carta

PAOLO BALTARO-Live Pillheads -Banksville Records -2018 -ITA -Roberto Vanali
PAOLO BALTARO Live Pillheads Banksville Records 2018 ITA

La tesi di partenza è che quando un disco suona rock, dal vivo sarà ancora più rock. Velocità, chitarre più aggressive, atmosfera, tutto porta ad incrementare la dose di rock di un brano nella sua esecuzione live. Con questo “Live Pillheads” Paolo Baltaro, del quale abbiamo già raccontato molte cose in passato, conferma quanto detto in precedenza e sforna un lavoro deciso, tirato, talvolta ruvido, talvolta vellutato, come in ogni live che si rispetti.
Ben equilibrato il risultato sonoro tra le due chitarre di Andrea Orrù e dello stesso Baltaro, e le parti di tastiera, con ampi spazi per tutti, con riff e assolo sempre riusciti e tecnicamente molto validi. Scaletta molto varia per temi e per fantasia, brani freschi e coinvolgenti.
Sono le tastiere di Simone Morandotti a dare avvio ad uno dei brani migliori “Angel of March”, per un’apertura dinamica e molto ricca, con un riff che rotola sullo scandire secco del rullante Andrea Beccaro e sul raffinato basso di Daniele Mignone. Il lungo brano, con le sue contrapposizioni di pieni e vuoti, di atmosfere in variare, a crescere e a diminuire, è certamente uno dei punti forti del disco e tra i momenti maggiormente progressive, tenuto conto che faceva parte, in origine, di quel grande lavoro intitolato “Stillsearching” degli Arcansiel. Altro brano proveniente dal repertorio Arcansiel è la ballad “Swimmer in the sand”, scritta dallo stesso Baltaro.
Un excursus dei brani ci fa poi intravedere altri due brani di lunghezza semsibilmente più alta della media. Innanzitutto la scoppiettante “Cole Porter and Frankz’s birthday party” burlescamente presentata con richiesta al pubblico di handclapping. Tenuto poi conto, con riferimento alla burla, che tutto il brano è una sequela di riferimenti jazz e zappiani su poliritmie e tempi dispari. Comunque brano davvero divertente e presentato al meglio. E ancora la conclusiva “Nowhere Street part. II” tratta dall’ultimo album in studio “The day after the night before”, che segue lo schema dei brani contenenti una ghost track dopo un periodo di silenzio, addirittura successivo ai saluti dal palco.
Citazione d’obbligo anche per la pinkfloydiana “Bike”, già presentata, come versione in studio, nel precedente album, qui ancora più dilatata, un po’ psichedelica, un po’ sperimentale, un po’ rock e un po’ di strascicato pop e un finale molto bello.
Un po’ indietro rimangono, parere mio, “I dont mind”, decisamente troppo blueseggiante per il mio gusto, ma comunque brano ben riuscito e molto impegnativo per la voce e la nuova “Brightest Moon” un mid tempo forse un poco anonimo che strizza l’occhiolino a certo rock americano.
Spesso i dischi live rappresentano una sorta di suggello ad un periodo, spesso sono preludio di un cambiamento, talvolta voglio essere un messaggio di chiusura con un’epoca, uno stile, un’idea. Non so cosa abbia in serbo Paolo Baltaro, ma, come si suole dire, seguiremo gli sviluppi.

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Roberto Vanali

CYRIL-The way through -Progressive Promotion Records -2019 -GER -Valentino Butti
CYRIL The way through Progressive Promotion Records 2019 GER

I tedeschi Cyril sono un buon esempio di come si possa coniugare egregiamente musica di qualità, complessa ma non troppo, e capacità melodiche di livello. “The way through” è la terza release del gruppo, dopo il debutto di “Gone through years” del 2013 ed il più recente “Paralyzed” del 2016. Si tratta ancora una volta di un concept (scritto dall’ex-Tangent Guy Manning) incentrato sulla figura di un paziente che si trova in cura intensiva tra la vita e la morte. A capo del progetto-Cyril il trio Manuel Schmid (voce e tastiere), Marek Arnold (tastiere e sax) e Denis Strassburg (basso) assistiti dal chitarrista Ralf Dietsch, dal batterista Clemens Litschko e dal cantante Larry B.
Sette brani compongono un album dai suoni cristallini, dalle belle atmosfere, da soluzioni ariose che si alternano a momenti più pacati ed intìmisti, senza scordarsi qualche spruzzata, invero lieve, di metal. Un sound che spazia dai Genesis al new prog britannico con, elemento non secondario, un uso corposo del sax che spariglia, di tanto in tanto, le carte in tavola. Piacevole il brano iniziale, “The gate”, effervescente il giusto, synth in evidenza, buon impianto melodico e ritmica incalzante. “My own reflection” si avvale di notevoli cori radio-friendly e, soprattutto, di un pregevole intermezzo di sax che ne eleva la qualità. Un po’ troppo “zuccherina” “First love (a lullaby)”, con i soliti attraenti refrain… alla Phil Collins. Inizio brioso pure per “Get up high” con un sax suadente che si insinua tra le pieghe del tessuto sonoro assecondandone il cantato. Segue un lungo ed avvincente estratto strumentale (tra i migliori momenti dell’album) prima che la ripresa del cantato ci conduca allo sfumato finale. “A sign on the road” è il brano più soft dell’album, una breve e delicata ballad, con chitarre acustiche, tastiere e sax a fare da placido e rassicurante contorno. All’insegna del frizzante e solare “easy listening” è “The wasteland-home again” che non convince appieno malgrado un bel segmento strumentale a metà cammino. I sei minuti di “The way through” chiudono l’album: uno strumentale (eccezion fatta per una breve parte recitata dallo stesso Manning, sul finale) prevalentemente acustico con un dosato intervento ancora del sax di Arnold.
Davvero una chiusura notevole per un lavoro che si ascolta ed apprezza con piacere come era avvenuto, del resto, anche per i due precedenti album della band tedesca.

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Valentino Butti

DIALETO-Live with David Cross -Chromatic Music -2018 -BRA -Peppe Di Spirito
DIALETO Live with David Cross Chromatic Music 2018 BRA

Questo lungo live, che dura quasi un’ora e venti minuti, vede protagonisti i brasiliani Dialeto, giunti al loro quinto parto discografico. Si tratta della registrazione di una delle esibizioni tenute nel 2017 per supportare il loro precedente lavoro, “Bartok in Rock”, che, come il titolo lascia facilmente intuire, si basava su opere del celebre compositore ungherese. Questo strano e inaspettato incontro di mondi musicali così lontani trova piena conferma della sua validità proprio sul palco, dove il trio brasiliano dimostra pienamente la sua compattezza e la sua qualità, riproponendo con grinta e coinvolgimento un repertorio caratterizzato da una certa complessità. Già le prime tre “Danze popolari rumene” fanno entrare pienamente nel mood della proposta dei Dialeto: sound ruvido, brillante, intrigante, con l’accostamento riuscito di heavy prog e musica mitteleuropea. Ma il discorso si fa ancora più travolgente con tre “Mikrokosmos” (segnaliamo che ne viene eseguito anche uno non presente nell’album in studio), il cui rifacimento spinge pienamente verso l’energia e il cervello dei King Crimson del periodo 1973-74 e permette ai musicisti di mettere in mostra le loro notevoli capacità tecniche. Tra l’altro, a partire dalla quinta traccia, sale sul palco un ospite d’eccezione, quel David Cross che proprio con il Re Cremisi ha costruito la sua fama nei seventies e che contribuisce col suo violino a rendere ancora più ispirata la performance di Nelson Coelho (chitarra), Gabriel Costa (basso) e Fred Barley (batteria). “An evening in the village”, in origine un pezzo per piano, diventa dal vivo una sfrenata esibizione di gruppo, mentre “The young bride”, una delle opere per bambini, porta a conclusione la prima parte dello show con eleganza e con un’atmosfera che arriva al culmine grazie ad un crescendo impressionante per la tensione che trasmette. C’è ancora tutta la seconda parte del cd da ascoltare e, contando sulla presenza di Cross, i Dialeto decidono di puntare su una serie di pezzi dei King Crimson e abbiamo così l’opportunità di assaporare interessanti interpretazioni di “Exiles”, “The talking drum”, “Larks’ tongues in aspic, part two” e “Starless”, che non hanno bisogno certo di presentazioni per gli appassionati di prog ed in particolare dell’universo di Robert Fripp e compagni. Non si tratta di riproposizioni fedeli agli originali, anche in queste occasioni i Dialeto ci mettono molto di personale, con divagazioni, improvvisazioni e ricerca di una timbrica particolare. C’è anche un bel brano della David Cross Band, intitolato “Tonk” che si inserisce alla perfezione nel contesto con i suoi riff incandescenti e con l’andamento nervoso perfettamente in stile crimsoniano. Il crescendo maestoso e leggendario di “Starless”, sempre da brividi, porta a conclusione un concerto che meritava di essere immortalato, che fa trasparire la voglia di far avvicinare culture musicali solo apparentemente distanti e che grazie a questo cd ci fa conoscere meglio dei musicisti bravissimi e in grado di padroneggiare splendidamente un repertorio non certo facile.

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Peppe Di Spirito

FOCUS-Focus 11 -Focus Music -2018 -NL -Michele Merenda
FOCUS Focus 11 Focus Music 2018 NL

E con questo fanno undici, come da titolo. Correva l’anno 1969 quando il flautista (nonché organista/ pianista /cantante) Thijs van Leer ed il chitarrista Jan Akkerman davano vita alla band, pubblicando l’anno seguente l’eterogeneo debutto “In and out of Focus”, con alcuni brani comunque validi. A quel punto, la vicenda del gruppo olandese prende una piega decisamente curiosa: Akkerman lascia i vecchi compagni e si unisce ad altri musicisti, tra cui l’amico batterista Pierre van der Linden. I Focus, come si suol dire, rimangono al palo e ben presto il polistrumentista van Leer finisce per essere lasciato completamente solo. Non gli resterà che unirsi ad Akkerman e soci, chiamandosi nuovamente… Focus! La band, rinnovata, porta avanti un prog che finalmente comincia a riscuotere consensi; anche se per l’uso del flauto sarà inevitabile l’accostamento ai Jethro Tull, lo stile dei “tulipani” risulterà più sinfonico, per certi versi decisamente fiabesco. Negli anni a venire, dopo i successi soprattutto in ambito live, Akkerman se ne andrà nuovamente (nel frattempo, van der Linden aveva già mollato), lo stile diverrà sempre più commerciale, ci si ritirerà a fine anni ’70 per poi riapparire nel 2003 con “Focus 8”, riprendendo quasi regolarmente l’attività discografica tre anni dopo, senza il chitarrista fondatore ma nuovamente con Pierre van der Linden stabilmente dietro le pelli. Le nuove proposte sembrano al passo coi tempi, soprattutto dal punto di vista della produzione, continuando comunque a portare avanti un sound inequivocabilmente identificabile con quello tipico della band. Come già accaduto in precedenza, la copertina è opera di Roger Dean, il cui stile personale non può non far tornare in mente quelle realizzate per gli Yes, divenendo un marchio identificativo del gruppo stesso.
L’iniziale “Who’s Calling?” è un rifacimento del pezzo omonimo che Thijs van Leer pubblicò assieme a Jan Akkerman nel 1985; la nuova versione dura poco meno della metà dei ben quindici minuti dell’originale, risultando molto veloce, più essenziale, decisamente meno eterea e noiosa, con l’aggiunta di bell’assolo di chitarra finale ad opera di Menno Gootjes. “Heaven” denota la tipica “ingenuità” fiabesca e ritmata del gruppo, con una seconda parte più jazzata. “Theodora na na na” sviluppa ancora di più questa tendenza fusion, quieta e complessa allo stesso tempo, dettata dal pianoforte su controtempi di batteria, tra note di basso fretless del nuovo Udo Pannekee e poi anche di chitarra. Dal canto suo, “How Many Miles?” è l’unico brano con un cantato che non consista in meri vocalizzi. L’inizio sembrava divertente, ma la parte cantata suona poi decisamente piatta. Per fortuna “Mazzel” è un pezzo jazz/fusion molto brioso, seguito da “Winnie”, sorta di ballata atipica sulla scia di “Theodora…”, mentre “Palindrome” è formata da parti suonate all’unisono dagli strumentisti coinvolti, dando spazio alla batteria incentrata su un andamento regale sempre da fiaba. Buona anche “Clair-Obscur”, con la successiva “Mare Nostrum” – l’unica del lotto ad essere composta da Pannekeet e non dal leader van Leer – che si segnala tra gli episodi migliori, connotata com’è da una musica avventurosa e dotata di buoni assoli. “Final Alysis” ne sembra una continuazione, concludendo poi con “Focus 11” sullo stile dello Steve Morse più quieto e sognante di “High tension wires”. La composizione va via via prendendo una piega sempre più solare, allegra, ben dettata dalle note della chitarra e del pianoforte.
Beh, questo nuovo lavoro dei Focus si è lasciato ascoltare molto piacevolmente e siccome non si vuol certo chiedere loro una particolare capacità di innovazione, il parere sul risultato finale non può che essere positivo. Non ci si aspetti chissà quale prodigio, ma è lecito accostarsi a quest’album sapendo che è suonato bene, con entusiasmo (certo non molto energico…) e con una buona dose di allegria.

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Michele Merenda

GREEN DESERT TREE-Progressive Worlds -Clostridium Records -2019 -GER -Alberto Nucci
GREEN DESERT TREE Progressive Worlds Clostridium Records 2019 GER

Capitatomi in mano quest’album, vedo che è di una nuova band tedesca, di Berlino per la precisione, e che viene inserito nell’etichetta neo-Prog. Uff… il neo-Prog tedesco in genere è foriero di prodotti musicali che non mi esaltano più di tanto; sarà la solita mescolanza di sonorità new-Prog, con qualche sonorità al limite del metal, qualcosa che di solito viene anche definito Prog moderno. Le prime note sembrano confermare quest’impressione, proponendo proprio quanto mi aspettavo, un rock energico e in assoluto non disprezzabile ma (per quanto mi riguarda) senza infamia e senza lode.
Mano a mano che le note e i minuti scorrono, la mia attenzione, che era scemata ed era stata attratta maggiormente da altre cose, nota però in modo quasi subliminale che quanto sto ascoltando ha ora qualcosa di strano e poco lineare. Riporto tutta la mia attenzione sulla musica e mi rendo conto che le ritmiche e le melodie musicali si sono fatte tutt’altro che scontate e che la traccia che sto ascoltando (per inciso si tratta della quarta, “Cure of Change”) sembra una sorta di soft RIO in salsa heavy Prog, con elementi jazzati che si contrappongono ai riff potenti di chitarra.
Un riascolto a mente sgombra è senz’altro d’uopo e ci fa scoprire dunque un album che si dimostra ben più interessante di quanto pensavamo dopo il primo distratto approccio. Le 11 tracce di questo debutto discografico sono ricche di sfumature interessanti, alternando momenti decisamente complessi come quello precedentemente descritto, brevi momenti strumentali molto eterei e cinematici, tocchi di jazz ed elettronica che vanno a variare una proposta che comunque, per la sua componente maggioritaria, è fatta da uno heavy Prog non forzato né eccessivo. Il cantato, ad opera del chitarrista Timo Enders, sembra muoversi in modo sinuoso, mantenendosi sempre su tonalità non molto elevate, arrivando spesso a diventare quasi un sussurro o producendosi in una prestazione ricca di melodia come su “A Glimpse of Eternity”, bel brano dai toni malinconici posto quasi in chiusura dell’album, contenente anche pregevoli assoli di chitarra e tastiere.
Un album che riesce dunque ad offrire elementi d’ascolto interessanti e che sembra racchiudere ben più sostanza di quanto possa apparire di primo acchito.

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Alberto Nucci

FABIO GREMO-Don’t be scared of trying -autoprod./Black Widow Records -2018 -ITA -Alberto Nucci
FABIO GREMO Don’t be scared of trying autoprod./Black Widow Records 2018 ITA

Fabio Gremo è tra i fondatori del Tempio Delle Clessidre, della Prog-metal band Daedalus e del progetto folk-rock IANVA, oltre ad aver collaborato ad altri progetti (come La Curva di Lesmo). Nel 2013 ha pubblicato il suo primo album solista, costituito da pezzi per sola chitarra classica e sul finire del 2018 fa uscire questo secondo lavoro a proprio nome, stavolta avendo accanto a sé un set di musicisti tra i quali possiamo ricordare Marco Fabbri (batterista ex The Watch e Audio’m), Giuseppe spanò (tastierista anche negli IANVA) e Giulio Canepa (chitarra nel Tempio Delle Clessidre). Altri ospiti offrono contributi al sax, violoncello e pianoforte. Fabio, che nei suoi gruppi si occupa solitamente del basso, in quest’album imbraccia ancora una volta anche la chitarra classica e, novità assoluta, è titolare di tutte le parti vocali soliste.
“Don't Be Scared of Trying”, che sembra un auto-stimolo per questo suo nuovo lavoro, si configura quindi come un vero album di rock, costituito da 10 canzoni di durata contenuta (non si toccano mai i 5 minuti) ma costruite in maniera non troppo lineare e con una discreta orchestrazione degli strumenti. Il primo aspetto che siamo curiosi di scoprire è la timbrica e l’approccio vocale, considerando anche che tutte le liriche sono in inglese. Mi sento di dire che il risultato non sia proprio da stigmatizzare, nonostante non siamo certo alle prese con un’ugola d’oro: la voce di Fabio mostra di avere qualche difficoltà quando si tratta di salire di tono ma, su note più basse e senza voler sconfinare in territori a lui non congeniali, il risultato non è male e capita spesso (purtroppo) di sentire di peggio.
Ascoltando le 10 canzoni dell’album, tutte caratterizzate da umori positivi ancorché un po’ malinconici, siamo alle prese con una serie di quadretti spesso caratterizzati da chitarra classica ed acustica, con ritmiche che di rado si fanno sostenute. I toni, anzi, sono spesso rarefatti, con frequenti concessioni a tonalità delicatamente enfatiche su cui il cantato si fa lirico ed evocativo (e sono le tonalità su cui la voce dà il meglio di sé). Una piccola concessione a sonorità più moderne (“Dance of Hope”), così come la relativa batteria programmata, non rovina certo l’atmosfera creatasi con le bella e crepuscolare “By the Fire” e già dalla successiva “Ballad for the Good Ones” i toni si fanno di nuovo eterei.
Da segnalare anche “Hypersailor”, un brano aperto da un coro piratesco che prelude ad una canzone veloce e brillante, ma anche la deliziosa, breve e poetica “Lullabite”. Menzione finale per la title-track che chiude l’album, delicato, etereo e delizioso brano in cui la presenza del violoncello aggiunge una leggera velatura di tristezza elegiaca.
Un buon album, alla resa dei conti, dignitoso e sincero, frutto di un attento ed appassionato lavoro da parte di Gremo; non vi cercate fuochi artificiali o funambolismi perché restereste senz’altro delusi.

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Alberto Nucci

IFSOUNDS-An gorta mor -Melodic Revolution Records -2018 -ITA -Peppe Di Spirito
IFSOUNDS An gorta mor Melodic Revolution Records 2018 ITA

Nati semplicemente come If, gli Ifsounds adottano quest’ultima denominazione nel 2009 e, superati vari cambiamenti di organico, arrivano a presentarsi nel 2018 con un classico quintetto (ma anche con ospiti che intervengono con violino, bodhran, parti vocali e integrazioni di tastiere) impegnato nel concept album “An gorta mor”, il cui tema di fondo è di grande attualità essendo basato sulle migrazioni, sulla fuga dalle terre natie alla ricerca di mondi migliori. Da sempre questa band ha mostrato di non voler seguire una strada ben precisa, pronta a cimentarsi in generi diversi anche all’interno di uno stesso disco, ma con le caratteristiche progressive rock sempre in evidenza.
Il primo brano del nuovo parto, “Mediterranean floor”, è subito arrembante, con ritmi velocissimi e chitarra distorta e feroce. Nella parte centrale c’è un cambiamento che porta ad un sound più rilassato prima del finale guidato da un guitar-solo molto bello. Sorprende questa partenza imparentata con il metal e non convince il suono che ne esce, poco limpido e confuso; non si capisce se è una scelta di produzione o se è una carenza della registrazione. La breve “Techno guru” porta in territori diversi, con un jazz-rock stravagante e precede “Violet”, sorta di ballad guidata dalla chitarra acustica. Ancora un cambiamento con “Reptilarium” che spinge verso un hard rock psichedelico dal sapore anni ’70, che vede come muse ispiratrici Jimi Hendrix e i Doors. Si arriva al pezzo forte del cd con la title-track conclusiva, una suite di ventidue minuti. Manco a dirlo, è un altro cambiamento drastico. Un cinguettio di uccelli fa da preludio ad una partenza dai connotati folk, verso i due minuti e mezzo le cose si vivacizzano un po’ con la sezione ritmica che spinge sull’acceleratore e le tastiere che lanciano suoni e timbri da space-rock, un po’ à la Ozric Tentacles. Seguono intriganti impasti di suoni acustici ed elettrici prima di un ritorno ai sapori folk iniziali. La chitarra elettrica porta in territori più floydiani e c’è un’ulteriore variazione quando un riff prorompente spinge verso gli Uriah Heep più progressivi. Ci sono ancora spunti classicheggianti col piano protagonista, ritorni al folk, un intermezzo lirico con tanto di soprano, accelerazioni strumentali vigorose, cambi di atmosfera, fino ad un finale epico. Tanta, troppa carne al fuoco; eppure, nonostante questi continui cambiamenti di stile e di riferimenti, la suite scorre abbastanza bene, si lascia ascoltare con un certo piacere e chiude l’album sicuramente in maniera più che dignitosa.
Le idee, in effetti, non mancano, ma sembra che in più di un’occasione nemmeno la band sia sicura sulla direzione da intraprendere, senza dimenticare che la qualità di registrazione sembra piuttosto carente e dà quell’impressione del “casalingo” che oggigiorno si potrebbe evitare facilmente. Disco sufficiente, con più di un rammarico.

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Peppe Di Spirito

JORDSJØ-Nattfiolen -Dark Essence Records / Karisma Records -2019 -NOR -Jessica Attene
JORDSJØ Nattfiolen Dark Essence Records / Karisma Records 2019 NOR

Credo che il termine “underground” sia il più adatto a definire l'anima di questo gruppo, che poi è un duo, nato nel 2014 dal sodalizio fra il multistrumentista Håkon Oftung (voce, flauto, chitarra, Hammond M100, Mellotron, Clavinet D6, Arp pro Soloist), meglio conosciuto nel nostro universo musicale per una collaborazione con i Tusmørke nell'album “Bydyra”, ed il batterista Kristian Frøland. Non solo la musica ha un impatto di genuinità ed immediatezza che solo un'esibizione dal vivo in un buio scantinato davanti a pochi avventori può offire ma anche il supporto scelto per la sua pubblicazione appare decisamente antiquato. Praticamente tutte le opere realizzate dal 2015 a questa parte prendono vita su cassetta, come veri e propri demo in tiratura limitatissima, per poi giungere soltanto in un secondo momento alla ristampa su vinile e alla diffusione in formato digitale. Parliamo prima di tutto di “Jordsjø I” e “Jordsjø II” (2015 e 2016) ma anche dello split album col gruppo Breidablik che risponde al titolo di “Songs from the Northern Wasteland” ed infine di “Jord” (2017) che viene riproposto finalmente su CD a un anno dalla sua nascita dalla Karisma (vedi relativa recensione su queste pagine). Ma è anche il caso di questo “Nattfiolen”, uscito in prima battuta in formato di amatissima cassetta nel 2018 e poi su CD e vinile.
Perché tanta ansia di ascoltare la musica di un gruppo che sembra non troppo interessato alla diffusione delle proprie creazioni? Senza dubbio per la loro genuinità, come affermato in apertura, ma anche per uno stile musicale particolarmente amato da un'ampia fetta di Proggofili che ci porta direttamente in terre nordiche lungo sentieri già battuti da Landberk, Änglagård, i già citati Tusmørke o i Wobbler. Godiamo quindi di scenari sinfonici dai tratti cupi, con ampie contaminazioni psichedeliche e dalle profonde venature folk di ispirazione nordica. Le sonorità tastieristiche, con bei momenti Mellotronici, sono ben rappresentate anche se mai preponderanti e straripanti ma emergono anche eleganti intarsi di flauto e melodie semplici e brillanti disegnate dalla chitarra. Il cantato è invece qualcosa di gradevole ma spento, che sprofonda quasi dietro agli strumenti. La rimasterizzazione ad opera di Jacob Holm-Lupo sicuramente contribuisce a dare risalto a tutte queste caratteristiche.
L'opera entra in contatto con l'ascoltatore in modo garbato, senza travolgerlo ma avvolgendolo gradualmente con suoni e sensazioni che sembrano ricondurci verso una natura fredda e desolata, affascinante ma impenetrabile al tempo stesso. L'incipit, una brevissima e rarefatta “Overture”, con piano e flauto, ha proprio la funzione di farci entrare in sintonia col mood dell'album e ci connette subito con le atmosfere grigie e sognanti che domineranno l'intera opera. ”Stifinner” appare dapprima sgargiante e sinfonica con le sue colorazioni prevalentemente acustiche attraversate da gocce di elettricità. Il flauto illumina molto gli spartiti brumosi di questo pezzo dalle contaminazioni folk che ci ricordano gli Änglagård nei loro momenti più delicati, anche per i giochi percussivi e gli interventi del Mellotron, con suggestioni che ci trascinano attraverso paesaggi boschivi dove la natura prende il sopravvento. A differenza dei cugini svedesi, ma anche degli altri gruppi di riferimento che ho citato, gli Jordsjø appaiono sicuramente meno energici e generosi nei dettagli, anche se questo brano in particolare ci offre molte variazioni in appena 7 minuti di durata. Una sensazione di freddo e nebbia spira in modo sinistro fra le note di “Solens Sirkulaere Sang” che, con i suoi riflessi etnici, offre scorci dal fascino pagano. Non vale la pena soffermarci troppo su “Septemberbål”, fugace intermezzo per sola chitarra, mentre vale la pena commentare la successiva “Mine templer II” per le sue melodie sinuose e le pennellate lisergiche interrotte da un intermezzo strumentale rigoglioso, dominato da un piano suonato con tocco Emersoniano. Altrettanto interessante si rivela “Till Våren” con i suoi 9 minuti di durata che svelano impasti ruvidi fatti di organo, flauto e Mellotron, innesti folk decisi ed atmosfere descrittive ingentilite da una chitarra limpida. Le sue trame leggere e sognanti ci accompagnano verso la conclusiva “Ulvenatt”, ballad notturna che ci permette di raggiungere 40 minuti di musica complessiva di cui sicuramente sentiremo la mancanza una volta spento il lettore.
Forse la proposta di questo nuovo album è meno densa di chiaroscuri rispetto al precedente ma le caratteristiche per interessare una certa platea di ascoltatori ci sono tutte. Le colorazioni sono piacevoli, gli spartiti sono in ogni caso interessanti, mancano forse i colpi di scena, i passaggi che ti tengono col fiato sospeso e l'effetto sorpresa per chi già conosce questa band ma in definitiva l'ascolto rimane consigliato.

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Jessica Attene

METAPHOR-The pearl -Trope Audio -2019 -USA -Michele Merenda
METAPHOR The pearl Trope Audio 2019 USA

Quintetto di San Francisco attivo dal 1993 come cover band dei Genesis dell’epoca Gabriel, dopo alcuni cambi di formazione nel 1999 incide il proprio debutto, per poi pubblicarlo l’anno seguente. Questo è il loro quarto album, certo non così devoto a Tony Banks e soci come le premesse potevano far pensare. Il loro è un neo-prog classicamente anni ’80, purtroppo anche nella scelta delle sonorità, anche se vi sono comunque dei riferimenti al decennio precedente. La storia è basata sul genere fantasy e parla di un giovane che deve prendere la perla (da qui il titolo) che si trova nelle grinfie di un drago, il cui antro fa paura solo a guardarne l’entrata. Un viaggio pieno di pericoli, come se non fosse bastato il terribile custode del gioiello… I riferimenti possono essere rintracciati in illustri colleghi del (sotto)genere come Iluvatar, Pallas, gli stessi Marillion o gli IQ. Ma soprattutto in quest’ultimo caso si parla di band con una cura del sound nettamente maggiore e – dispiace dirlo – con un vocalist sicuramente più espressivo. Le critiche mosse a John Mabry di essere “monodimensionale” (per non voler dire monocorde!) appaiono decisamente fondate e tutto questo viene aggravato da un suono delle tastiere che potrebbe appartenere a quello di strumenti per ragazzi. Il bassista Jim Anderson ed il chitarrista Malcom Smith, dal canto loro, ci sanno comunque fare e i brani presentano di sovente delle strutture complesse.
“The Mist of Forgetting” è forse il brano più bilanciato, in cui anche la voce di Mabry appare calzante; trattasi di una composizione rilassata nella prima parte – un po’ simile a certe ballad del Santana strappa successi –, che poi si va “oscurando” tramite delle dissonanze con cui comunque non viene intaccato l’aspetto melodico. Almeno fino al sesto minuto… Peccato ancora una volta per i suoni delle tastiere, che somigliano alla suoneria di un telefonino! Anche l’iniziale “The Open Road” faceva ben presagire, grazie anche ad una repentina alternanza di parti elettriche tipicamente neo-prog con altre acustiche, passando poi a partiture abbastanza complicate. Buono anche il senso di sospensione, ricreato grazie al pianoforte e a effetti sonori vari. Ad un certo punto, però, le parti cantate si dilungano troppo, toccando territori molto approssimativi e in questo caso più di otto minuti sembrano decisamente troppi. “Bruisers and Blisters” è la traccia migliore da un punto di vista tecnico, in cui si riesce a ricreare il pathos di chi si mette duramente in cammino. Davvero buoni gli inserimenti del basso di Anderson, tramite i quali effettua ogni tanto delle puntate la chitarra di Smith. Particolare e complessa anche “Lying Down with Dogs”, in cui si alternano momenti differenti, mentre “The Love Letter” avrebbe avuto bisogno di ben altro apporto vocale. Nove minuti e mezzo dove basso e chitarra acustica intessono una buona base di partenza, sfociando anche in una interessante parte strumentale, ma pare ci si sia davvero scordati di come rendere convincenti le parti cantate. Davvero bella “Remembering”, in cui vi sono tracce delle ballate in stile Pink Floyd (senza dimenticare i Genesis) e dove Mabyr potrebbe sembrare vocalmente un novello Roger Waters. Convincente anche “Romancing the Wurm”, ben bilanciata tra parti romantiche con altre più energiche, mentre la più breve “The Eagle, The Voice, The Light” ricorda i primi Genesis, anche grazie ad un approccio vocale simile al vecchio Peter Gabriel. Citando poi paragoni illustri, la conclusiva “Robed in Glory” potrebbe ricordare i Rush del periodo eighties, con un occhio all’ombra dai contorni appena accennati dei soliti Genesis.
Un lavoro discreto, che sicuramente piacerà agli amanti neo-prog. Per questi ultimi, addirittura, si potrebbe trattare di un’uscita ben al di sopra della media. È però molto probabile che tutti gli altri non si ritrovino sulla stessa frequenza di idee, anche se la seconda parte risulta più convincente anche grazie ad una migliore impostazione delle parti vocali.

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Michele Merenda

OVERKIND-Acheron -Andromeda Relix -2019 -ITA -Michele Merenda
OVERKIND Acheron Andromeda Relix 2019 ITA

C’erano una volta i veronesi Fatal Destiny, debuttanti nel 2015 su Andromeda Relix con “Palindormia”, discreto lavoro prog-metal che faceva ricordare la relativa scena italica negli anni ’90. Oggi, gli scaligeri cambiano nome e si ribattezzano OverKind, con il solo cambio di Nicolò Fracca alla batteria. Per il resto, non essendoci più un tastierista di ruolo, il cantante Andrea Zamboni stavolta si occupa anche delle partiture di pianoforte, mentre Riccardo Castelletti e Filippo Zamboni continuano a suonare rispettivamente chitarra e basso. Ben prodotti da Simone Mularoni, chitarrista dei maggiormente noti DGM, gli OverKind – come da monicker – si prefiggono di andare oltre gli stili musicali e lo fanno con un concept che parla della discesa di Dante negli inferi, concentrandosi soprattutto sulla figura del fiume Acheronte. Una vera e propria entità silente su cui si viene irrimediabilmente traghettati, prima di imbattersi in figure emblematiche come Caronte – con cui Dante ha un significativo dialogo – o come Cerbero. Diciamo che stavolta il contenuto musicale suona molto più metal tout-court e il sound risulta molto più compatto. Il voler andare oltre il singolo genere, però, fa sì che l’opera pecchi di omogeneità e a volte risulti un po’ dispersiva.
La title-track si apre con l’acqua inquietante e limacciosa del fiume che viene solcata dalla barca di Caronte. Metal, si diceva… Sì, perché il riff quadrato e massiccio lo è assolutamente ed il ritornello orecchiabile ricorda i Metallica di “Load” (1996) e soprattutto “ReLoad” (1997). Una lezione assimilata piuttosto bene, con l’aggiunta di passaggi strumentali decisamente più complicati rispetto a quelli della band statunitense. Con queste medesime premesse si prosegue verso il secondo cerchio, quello dei Lussuriosi, dove in “Love Lies” ci si imbatte ovviamente in Paolo e Francesca. Pezzo più sofferto, meno lineare e dove alla fine si finisce con l’esagerare sciorinando acuti vocali. Acuti che aumentano man mano che si scende nel terzo girone (i Golosi), dove “Cerberus” mostra un rock stavolta più radiofonico (anzi, da autoradio!) che avrebbe felicemente chiuso qualcuna delle puntate che finiscono bene (perché non tutte si concludono così…) della serie “Supernatural”. Uno stile che si protrae nel breve interludio di “Circle IV”, mentre si attraversa velocemente il cerchio degli Avari, per ritrovarsi repentinamente in quello degli Iracondi; “Angel Fades” somiglia molto al primo pezzo, anche se viene lasciato spazio ad una specie di riflessività, in cui monta la rabbia repressa per l’ingiustizia subita, chiudendo innanzi tutto con dei controtempi in stile primi Dream Theater e poi con una curiosa fase solista di basso che va sfumando.
Si passa così ad un nuovo cambio di registro, seguendo quello delle ballatone; in “Flames” (dovrebbe essere il cerchio degli Eretici) le fiamme crepitano e si prende coscienza della reale natura delle guerre e di chi vi sta dietro, mentre Zamboni canta in modo molto simile a James laBrie e Castelletti si produce in un ottimo assolo che si lascia dannatamente ascoltare. Anche qui la musica va sfumando, proprio come accadeva in quei brani che hanno fatto la fortuna di band dure dal cuore morbido come Tyketto o Gotthard. “Hollow Man’s Secret” ne è la naturale continuazione, anche se già si è arrivati nella zona dei Violenti, un cerchio strutturato stavolta su tre brani. “My Violent Side” persiste sulla medesima linea, dove la presa di coscienza della propria violenza viene narrata sulle note di pianoforte. “All is Grey” torna però a pestare duro e si sale con acuti in stile Andre Matos, oltre a passare in un intermezzo simile a dei Wishbone Ash in chiave metallica. Sarà perché ci si ritrova nel cerchio dei Fraudolenti… ma si segnala che “End of a Souless Thief” suona simile a “Rain” dei Guano Apes in maniera impressionante! Giunti comunque sul fondo dell’Inferno, rimane solo il cerchio dei Traditori e così, dopo “Traitor’s Letter” solo per pianoforte (vengono in mente certe atmosfere solitarie dei Time Machine in “Act II: Galileo”), si torna a pestare e ad arrovellarsi con la conclusiva “The Fiend – Tales of Ordinary Madness”.
Questo (secondo) esordio lo si ascolta piacevolmente. Permangono comunque gli appunti mossi all’inizio, nonostante si tratti di elementi fortemente voluti dalla band stessa per connotare il lavoro in esame. Non volendo scomodare un mosto sacro come Geoff Tate, si potrebbe fare però riferimento al James laBrie di “Scenes from a memory” (2001), cioè a un vocalist noto per le sue note acute ma che in quel contesto – tanto per rimanere nelle tematiche sia ultraterrene che metaforiche – è riuscito a dare varietà alla storia con tonalità diversificate. Oppure, andando oltre il prog-metal, ci sarebbe un certo Brad Delp (rip), che nei suoi Boston, pur caratterizzando le relative canzoni con falsetti acuti, donava colore alle musiche con repentini cambi di tono. Si ribadisce che qui c’è più metal che prog e rispetto a quest’ultimo c’è forse anche più rock mainstream. Detto questo, si saluta con simpatia il ritorno sotto altra forma di questi ragazzi scaligeri.

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Michele Merenda

POCKET SIZE-Immortality: Cleaning the mirror vol. 2 -Mill Hill Productions -2018 -SVE -Francesco Inglima
POCKET SIZE Immortality: Cleaning the mirror vol. 2 Mill Hill Productions 2018 SVE

Quando si pensa al prog Svedese viene in mente il Progg… quello con 2 g, quello che vede i suoi albori con il disco “Monument” di Hanssonn e Karlsson, e che s’è andato via via sviluppando tra psichedelia, jazz rock, folk e hard prog. In questo solco, tralasciando la componente folk e prediligendo la componente jazz rock, si inseriscono i Pocket Size, capitanati dal chitarrista e compositore Peter Pedersen. “Immortality: Cleaning The Mirror vol.2” è il 5 album della band svedese, attiva dal 2010, ed è il secondo di una trilogia che vede nel precedente “Vemod:Cleaning The Mirror vol.1” il primo capitolo.
Come il primo volume anche questo secondo è suonato principalmente live, davanti ad uno sparuto numero di spettatori; a giudicare dagli applausi saranno sì e no una decina. Il disco, come già detto, guarda senza indugio e vergona al passato, a nomi storici del Progg svedese come il già citato Bo Hansson, i Fläsket Brinner e i Kvartetten Som Sprängde, ma anche verso alcuni mostri sacri britannici come King Crimson e Soft Machine. A farla da padrone, oltre alla chitarra di Pedersen, troviamo uno Hammond assassino di Hanssoniana memoria, suonato da Leo Linberg, e il sax di Kristian Brink che spesso si mette in contrapposizione con quest’ultimo, rubandogli più volte la scena (ascoltare ad esempio “Cyclopes and Pine Trees”). Un buon lavoro lo svolge anche la sezione ritmica che, grazie anche alla dimensione live della proposta, mantiene un bel groove molto anni sessanta/settanta. La dimensione live si addice particolarmente al loro sound abbastanza asciutto e non troppo complesso. L’album, interamente strumentale, soffre di una certa ripetitività, in alcuni brani la band svedese tende a perdersi un po’ per strada, tirandola troppo per le lunghe (vedi ad esempio “Clarvoyant”). In linea di massima i musicisti danno il meglio di loro ma è nei brani più tirati come “Thee Who Emerge at Dawn” dove sanno essere molto più coinvolgenti e trascinanti. Mi avrebbe sicuramente fatto più piacere un sound un po’ più sporco ma nel complesso il disco ha un bel sound molto vintage, che farà sicuramente piacere a tutti gli appassionati nostalgici, e si lascia ascoltare con piacere. Rimane il solo dubbio che alla lunga possa venire un po’ a noia.

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Francesco Inglima

RESIDUOS MENTALES-Introspection -autoprod./InsideOut Music Web Promotion -2018 -GRE -Giovanni Carta
RESIDUOS MENTALES Introspection autoprod./InsideOut Music Web Promotion 2018 GRE

Questo dei Residuos Mentales è un progetto in studio concepito da Stratos Morianos, attualmente tastierista della band prog rock greca Verbal Delirium, autori di tre dischi di buon progressive rock che procede su un piano parallelo tra classici come VDGG, il Peter Hammill solista e King Crimson, ed una tipica contemporaneità più patinata alla Steven Wilson/Porcupine Tree, con un tocco di alt rock radiofonico alla Muse; "Introspection" è il frutto di una lunga gestione avvenuta a partire dal 2012, insieme con il chitarrista Alexandros Mantas, con l'idea di produrre un'opera interamente strumentale che approfondisce, sia pur in ambito diverso, le simili ombrose suggestioni che risiedevano anche nella musica dei Verbal Delirium, specialmente tra il secondo disco autoprodotto "From The Small Hours of Weakness", uscito nel 2013, ed il terzo "The Imprisoned Words of Fear" uscito nel 2016 per la Bad Elephant Music. In "Introspection" la musica di Morianos ha una impatto più orchestrale negli arrangiamenti ed allo stesso tempo minimale, senza particolari orpelli o ridondanze: come accade nei Verbal Delirium, c'è una netta propensione a sviluppare melodie e tematiche sonore con un ampio supporto del pianoforte tanto da imprimere una decisa impronta cameristica e neoclassica alle composizioni, con l'impiego in diversi brani di violino e cello ed un soffuso ed efficace utilizzo dei synths... L'impatto sonoro ha un taglio discretamente "cinematografico", ci offre situazioni dalle trame sonore mediamente brevi ma assai avvolgenti, bilanciandosi tra onirica poesia introspettiva crepuscolare talvolta dai tratti folk e riflessioni musicali decadenti e dall'afflato vagamente gotico. "Introspection" nel suo insieme vuole essere un concept sulle memorie più o meno spiacevoli del passato, che riemergono ciclicamente talvolta anche in maniera spietata... Da qui una "introspezione" musicale interamente strumentale che ci mette di fronte contro le nostre paure ed apprensioni aprendo il "Pandora's Box" (per citare il brano d'apertura) del nostro passato... Nei suoi trentasei minuti, durata classica di un lp che riecheggia anche nel fruscio del secondo brano "Alienated" su uno sfondo piovoso ed autunnale, Residuos Mentales oltre alle più austere inclinazioni neoclassiche ci svela un retaggio progressivo che in questo caso passa idealmente dai Camel a Mike Oldfield fino ad arrivare ai nostri Eris Pluvia ed Ancient Veil, accompagnandoci verso un mondo malinconico e sfuggente fatto di ombre e ricordi affiorati nel tempo...

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Giovanni Carta

REVEERS-To find a place -Toks Records / Music Force -2017 -ITA -Peppe Di Spirito
REVEERS To find a place Toks Records / Music Force 2017 ITA

Quattro ragazzi del 1995, con in comune la passione per la musica, si uniscono e formano i Reveers nel 2015. Cominciano a provare puntando su delle jam-session, ma ben presto lavorano a delle composizioni proprie. Nel giro di un paio di anni il repertorio partito da improvvisazioni viene rifinito e la band è pronta all’esordio discografico con “To find a place”. Diciamo subito che si tratta di un disco basato più sull’atmosfera che non sulla tecnica e/o sulle pomposità sinfoniche. In pratica, i Reveers non puntano ad una musica scoppiettante e intricata, ma ad un qualcosa di più indefinito, che può far scattare una scintilla cullando ed avvolgendo l’ascoltatore. L’incipit “Low to the ground” lo mette subito in chiaro con il suo andamento sognante ed un po’ elegiaco, che rievoca entità tipo Pink Floyd e Sigur Ros. Queste sonorità vengono praticamente confermate nel prosieguo dell’album, attraverso brani molto raffinati. Ne è dimostrazione, ad esempio, la seconda traccia “Fortune teller”, con quei lievi ed eleganti contrasti tra pianoforte e chitarra elettrica che rimandano agli Hostsonaten più romantici e di nuovo ai Floyd e con quel finale in crescendo che emoziona non poco. Qualche pezzo up-tempo contribuisce a vivacizzare le cose qua e là (“Thesis, antithesis & synthesis”, “Mosaico”, “Spheres”, “Blind alley”), anche se con costruzioni sempre brillanti e dall’umore variabile. Ad ogni modo si fanno sicuramente preferire quelle composizioni più oniriche e riflessive, come “Music for a silent film”, il cui titolo già dice tutto e che è uno dei momenti più suggestivi del cd, o anche “Waves form the sky”, nel quale si incontrano ancora visioni floydiane e post-rock. La scelta di utilizzare la lingua inglese sembra corretta, visto che con questo idioma il cantato si adatta bene all’impostazione sonora del gruppo, ma bisogna anche dire che nelle parti vocali non è ancora raggiunta la piena maturità e bisognerebbe lavorarci ancora su. Forse si poteva fare qualcosa di meglio a livello di registrazione e di produzione, perché a volte i suoni sembrano arrivare un po’ confusi ed in un lavoro del genere una maggiore “pulizia” avrebbe reso la musica ancora più fluida e godibile. Nonostante queste imperfezioni ci sentiamo comunque di fare un plauso all’esordio di Elia Amedeo Martina, Fabio Tomada, Giulio Ghirardini e Ismaele Marangone, perché analizzando nel complesso “To find a place” restano impressioni più che favorevoli.

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Peppe Di Spirito

BJØRN RIIS-A storm in coming -Karisma Records -2019 -NOR -Valentino Butti
BJØRN RIIS A storm in coming Karisma Records 2019 NOR

Terzo album solista per il fondatore e chitarrista degli Airbag, Bjørn Riis, a due anni dal convincente “Forever comes to an end”. Sei nuovi brani che vedono Riis (voce, chitarre, basso ed altro ancora) confrontarsi con un concept il cui tema portante parla delle relazioni sociali, scritto come si trattasse di un dialogo tra due persone. All’album collaborano Henrik Bergan Fossum (batterista degli Airbag), Simen Valldal Johannessen (tastierista degli Oak), Ole Michael Bjørndal (alla chitarra) e Mimmi Tamba (alla voce).
La prima traccia, “When rain falls”, dopo un paio di minuti “ambient”, si “addentra” in riffoni quasi sabbathiani con la chitarra tagliente di Riis che si arrampica come meglio non potrebbe all’interno di una sezione ritmica possente. Intorno al quarto minuto all’improvviso quasi tutto tace, lasciando spazio ad un languido pianoforte e ad un soffuso cantato vagamente floydiano. La chitarra “liquida” di Riis fa il resto, con interventi incisivi preludio al finale ancora minimalista. “Icarus”, appena più breve (sette minuti circa), inizia come una struggente ballata per poi prendere il volo con un refrain piacevole ed una chitarra sferzante. “You and me” è delicata, dalle tinte smorzate, venata di dolce malinconia. “Stormwatch”, la traccia più lunga della raccolta (poco più di quattordici minuti), è quella più vicina al “modus Airbag”, con intro soffusa, crescita ritmica abbinata ad i vocalizzi di Mimmi Tamba, una breve fase “tellurica” prima che il sopravvento venga ripreso dal confortevole mood iniziale con la chitarra di Riis giudiziosa protagonista. La chitarra acustica e la voce soft dell’artista norvegese ci immergono in “This house”, altro brano malinconico che si mantiene tale per tutta la sua durata e che coinvolgerà emotivamente gli amanti di certe sonorità smorzate che caratterizzano la proposta di Riis. Il breve strumentale ambient “Epilogue” chiude l’album.
Un lavoro complessivamente ben fatto, emotivamente molto intenso e “sentito” che avrebbe avuto bisogno di un pizzico di brio in più, in alcuni momenti almeno, per evitare che il troppo languore possa, a lungo andare, annoiare. Ciò non toglie che Riis il proprio “lavoro” lo sappia fare... e bene anche. L’artista pare essere apprezzato anche alle nostre latitudini tanto che ai primi di settembre sarà tra le attrazioni dell’importante festival di Veruno.

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Valentino Butti

IL SEGNO DEL COMANDO-L'incanto dello zero -Black Widow Records -2018 -ITA -Nicola Sulas
IL SEGNO DEL COMANDO L'incanto dello zero Black Widow Records 2018 ITA

A cinque anni dal precedente "Il volto verde", torna Il segno del comando di Diego Banchero, unico superstite della formazione originaria della band genovese il cui esordio discografico risale addirittura al 1997. E tornano ovviamente le atmosfere cupe di quello che può essere ormai considerato un gruppo storico del dark rock italiano. Inevitabili i confronti con l'album precedente, nel quale la sperimentazione e la ricerca timbrica avevano una discreta importanza. L'impressione al primo ascolto di "L'incanto dello zero" è quella di un "ammorbidimento" generale dei suoni e delle atmosfere, rimasti sempre duri, cupi e ricercati ma in qualche modo meno malsani. Complice anche la produzione, a mio avviso migliore, le atmosfere sono meno inquietanti e sinistre, ma hanno acquisito compattezza e solidità.
L'album è un susseguirsi di brani di media lunghezza intervallati da alcune composizioni strumentali più brevi (in "Lo scontro" è presente Luca Scherani come ospite). Se in queste ultime dominano le tastiere (tranne nella conclusiva "Aseità", suonata dal solo basso di Banchero), in un tripudio di organi, sintetizzatori e suoni da cinema horror, nelle tracce più lunghe tendono a dominare le chitarre elettriche, suonate egregiamente da Roberto Lucanato e Davide Bruzzi. Ci troviamo quindi al cospetto un horror rock dai toni abbastanza hard contaminato da spunti progressivi, che trova la sua massima espressione in "Il calice dell'oblio", "Sulla via della veglia", "Le 4 A", "Il mio nome è menzogna" e "Metamorfosi". Una vena più morbosa è avvertibile in "Al cospetto dell'inatteso" (uno dei due brani che ospitano la voce femminile di Maethelyiahn e le chitarre di Paul Nash), mentre atmosfere più malinconiche e acustiche permeano "Nel labirinto spirituale".
Nel complesso considero "L'incanto dello zero" un ottimo album, sicuramente appetibile per gli amanti di questo tipo di suoni ma accessibile anche per i meno tolleranti al morbo dark. Degni di nota i ricchi arrangiamenti e le liriche, poetiche ed elaborate e cantate egregiamente da Riccardo Morello, nuovo singer la cui voce espressiva e teatrale si sposa alla perfezione con la musica.

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Nicola Sulas