
Numero del mese
Recensioni
| ANGE |
Cunégonde |
Art Disto |
2025 |
FRA |
“Cunégonde” segna il primo passo discografico del nuovo corso degli Ange. Un corso iniziato qualche mese prima con Christian Decamps che ha lasciato il testimone al figlio Tristan per gli spettacoli dal vivo. Con ogni probabilità anche l’attività in studio vedrà lo storico cantante sempre più defilato. In questo nuovo lavoro Christian è ancora ben presente, ma c’è una maggiore alternanza tra lui e il figlio e troviamo anche il nuovo innesto Séraphin Palmeri alle tastiere. Resta invariata la restante line-up, ormai consolidata da anni, con Hassan Hajdi alle chitarre, Thirry Sidhoum al basso e Benoit Cazzulini alla batteria. A sette anni di distanza dall’ultimo parto in studio “Heureux!” gli Ange si ripresentano con nove nuove composizioni come al solito convincenti e coinvolgenti. Rimangono intatte certe caratteristiche strettamente legate alla loro “essenza” più prog, con quella teatralità che è sempre stata un loro marchio di fabbrica e con le tastiere altisonanti che danno un tocco sinfonico e un po’ dark. Sempre attenta anche a proporre linee melodiche intriganti, la band enfatizza per l’occasione anche certe prerogative più dure, che in alcuni frangenti vedono sugli scudi la chitarra elettrica abrasiva ed una sezione ritmica che si fa bella potente per un hard-prog carico di intense vibrazioni (in “Quitter la meute” addirittura non così distante dal prog-metal). Tra brani che seguono la forma canzone e composizioni più articolate gli Ange sfornano un altro lavoro di qualità, anche se l’impressione è che sia leggermente sotto la media rispetto agli standard molto elevati a cui ci hanno abituato. Certo, la classe è sempre evidente e ci sono anche dei picchi particolarmente alti che potranno essere in futuro nuovi pezzi da novanta di un repertorio che si fa sempre più ampio. Ci fa piacere, nello specifico, citare in particolare “Fruits & legumes”, che con sette minuti è il pezzo più lungo dell’album e che tra cambi di tempo e di atmosfera si muove tra venature pop e hard rock e presenta un lungo finale strumentale nel quale Hajdi può lanciarsi in uno strabordante guitar-solo; le suggestioni elegiache che culminano in un crescendo solenne di “Pace nobilis”; “Ennio”, chiaramente dedicata al grande Morricone e con gli Ange sorprendentemente e splendidamente cinematici, che portano in ambito prog quell’indirizzo musicale tipico di alcune colonne sonore western del Maestro capaci di abbinare epicità orchestrale ed un sound evocativo e desertico. |
Peppe Di Spirito |
| BI KYO RAN |
Bloodliners |
June Dream |
2025 |
JAP |
Sono sempre graditi i ritorni di quei gruppi giapponesi che avevano vivacizzato un po’ la scena prog degli anni ’80. Erano oltre venti gli anni di silenzio per i Bi Kyo Ran, fermi al disco “Sakigake!! Cromartie High School” uscito nel 2004 e colonna sonora di una serie televisiva d’animazione. Nel 2025 la band si è ripresentata con formazione rinnovata, che vede al fianco dello storico chitarrista e leader Kunio Suma (impegnato anche al mellotron), Wasei Suma al violino e i nuovi innesti Tatsuno Shiina al basso, Ken Tsunoda alla batteria e alle percussioni e Haromi Saegusa alle parti vocali. Alcuni ospiti arricchiscono la strumentazione utilizzata con tastiere, marimba e percussioni. Per chi non conosce bene i Bi Kyo Ran, ricordiamo velocemente che stiamo parlando di una band che fin dagli esordi ha mostrato una forte influenza dei King Crimson del periodo 1973-74 e che negli anni ’90 ha indurito molto il sound, vagamente sulla scia degli Anekdoten. Con “Bloodliners” si punta sulla continuità con il passato. Anche in questo nuovo lavoro, quindi, incontriamo un heavy-prog impetuoso, a tratti violento, eseguito con perizia e voglia di trascinare l’ascoltatore. Subito il primo brano “Short film” presenta quell’assalto sonoro tipico della musica del gruppo, con ritmi prorompenti e i suoni duri della chitarra elettrica nervosa e del violino elettrificato che si fondono gli uni negli altri. “Lock me” si rifà più ai King Crimson degli anni ’80, ma sempre con quella ruvidezza di base che tanto piace ai Bi Kyo Ran. Decisamente più curiosa la terza traccia “Sand palace”, dai toni più scanzonati e con tentazioni etnico-folkloristiche. I sei minuti e mezzo di “Check 1. 2. 3.” restano forse il picco del disco, grazie ad una serie di interscambi e di momenti solistici tra violino, tastiere e chitarre, mentre “Exit for dreams” sorprende con il suo incedere drammatico e classicheggiante. Seguono una serie di brani che continuano sulla falsariga della derivazione crimsoniana, mettendo comunque in mostra anche una buona personalità, visto che la voglia di una forte emulazione viene fuori solo in pochi pezzi. Il tutto alternando soluzioni più pesanti come quelle adottate con le prime tracce e momenti non così aggressivi, con il mellotron sempre a fare sentire la sua presenza. Gli standard sono discreti, ma senza picchi elevati. Delizioso il finale affidato alla breve (poco meno di due minuti) “Bloodliner I”, incantevole tassello per sola chitarra acustica, molto à la Anthony Phillips. Un buon ritorno. Non sconvolgente. Ma con una band che nonostante i cambiamenti di organico non perde la sua identità. |
Peppe Di Spirito |
| BIG BIG TRAIN |
Are we nearly there yet? - Live around the world |
English Electric Recordings |
2025 |
UK |
Il nuovo doppio cd (o triplo vinile) dal vivo dei Big Big Train dà una serie di conferme. Con una prima parte sottotitolata “The lives of us” e che ripropone per intero il disco “The likes of us”, il primo con Alberto Bravin nel ruolo di vocalist, si nota come il materiale eseguito sia molto valido e che non ci siano stati passi indietro della band rispetto al passato. Altra conferma sta proprio nella prova del citato Bravin, che ha raccolto un’eredità sicuramente pesante, ma che continua a mostrare una forte personalità e che la scelta di puntare su di lui sia stata pienamente ripagata. Nel secondo cd (sottotitolo: “The lives of others”) c’è la riprova, invece, che la band ha una vasta scelta di repertorio e può pescare brani molto interessanti anche puntando su quelli meni gettonati. E conferme arrivano anche dalla performance immortalata, che raccoglie tutte le caratteristiche già mostrate in passato, dalla ricchezza timbrica garantita dall’ampio parco strumenti, alle dinamiche sempre ben articolate, agli equilibri interni trovati dalla band. Al solito, la coesistenza della classica strumentazione elettrica del prog e di violino, chitarra acustica e fiati dà quella sensazione di eleganza che da parecchi anni ormai è una delle peculiarità dei Big Big Train. Certo, stiamo sempre parlando di una proposta a cavallo tra il rock sinfonico e il new-prog, nella quale ogni composizione è rigorosamente strutturata e dal vivo non c’è molto spazio per variazioni e/o reinterpretazioni. Resta comunque un piacere riascoltare anche in questo live momenti “alti” del genere, come “Light left in the day”, la splendida suite “Beneath the masts”, “The fire rebreather”, “Snowfalls”, “A mead hall in Winter”, “The transit of Venus across the Sun” e la bellissima strumentale “Apollo”, che chiude splendidamente il lotto. “Are we nearly there yet?” è stato registrato in varie tappe tra Europa e Nord America tra il mese di marzo del 2024 e maggio 2025, ma appare compatto e scorrevole. Ovvio che con le caratteristiche descritte e con le conferme cui facevamo cenno all’inizio si parla di un live destinato ad un preciso target. Per cui si può dire che si tratta di un altro acquisto imperdibile per i die hard fans della band, ma anche occasione per chi non li ha seguiti costantemente (o per chi li ha persi di vista), per capire gli sviluppi degli ultimi anni. |
Peppe Di Spirito |
| HALLOWEEN |
Psy-ko |
Musea Records |
2025 |
FRA |
Un ritorno a sorpresa. Sono stati ben ventiquattro gli anni di silenzio. Era il 2001, infatti, quando gli Halloween realizzarono “Le festin”, quello che è rimasto fino a poco tempo il loro ultimo album. Nel 2025 quel silenzio si è rotto. Ed ecco “Psy-ko”, doppio cd con circa settantadue minuti di musica nuova (chissà perché non metterla su un unico supporto). Il gruppo si ripresenta con un’ossatura forte della vecchia formazione, visto che ritroviamo Jean-Philippe Brun al violino e alla voce, Géraldine Le Cocq alla voce, Philippe Di Faostino alla batteria e alle percussioni e Gilles Coppin alle tastiere. A completare la line-up ci sono i nuovi innesti di Cédric Monjour alle chitarre e Romain Troly al basso. “Transe” apre l’album con nove minuti che dimostrano subito la direzione che vuole prendere la band. Il sound è più ruvido, soprattutto per l’uso di una chitarra che va in direzione metal. Eppure gli Halloween sono bravi a non perdere la loro identità. Il violino, la voce della Le Cocq, le tastiere sinfoniche, l’atmosfera misteriosa, le dinamiche ben studiate tra cambi di tempo e alternanza di parti irruente con altre più pacate sono tutti punti di forza che si ritrovano intatti in questo interessante pezzo di apertura. Nella successiva “Crise de foi” si comincia a notare qualche cambiamento, soprattutto per mezzo di qualche innesto elettronico particolare e di melodie vocali un po’ stravaganti; alla fine, risulta non troppo convincente. “Plume de plombe” (che con cinque minuti e mezzo è la traccia più corta del lotto) riporta invece pienamente a quel prog sinfonico teatrale e dark che caratterizza quel gioiello che è “Merlin”, con, in più, curiose sovrapposizioni vocali della Le Cocq che creano intriganti armonie. Il quarto d’ora di “Nostalgie” è l’apice dell’album ed è la composizione in cui la musica si fa più tetra e oscura. C’è persino un passaggio dopo i quattro minuti che sembra un non troppo velato omaggio ai Goblin. Il lento crescendo della sezione centrale porta pathos e intensità non indifferenti; chitarra, violino e tastiere seguono ognuno una parte differente per poi arrivare ad un insieme fortemente emotivo; i cambiamenti ritmici creano ulteriore tensione; il resto lo fa il canto drammatico, con alcuni momenti recitati tipicamente francesi. Il secondo cd contiene altri quattro brani che si muovono maggiormente tra alti e bassi. “Frustration” si apre con nuovi temi gobliniani, ma ben presto suoni di mellotron, ritmi marziali, la sei corde che ruggisce e qualche soluzione cinematica spingono verso altri lidi. “Gnomes” è forse il pezzo più stravagante e pieno di continui mutamenti, tra singhiozzi ritmici, tecnicismi, un’esibizione canora bizzarra, a volte quasi cantilenante. Sembra quasi che la band abbia voglia di forzare le soluzioni inaspettate. Le sorprese non mancano, ma anche se è chiara la voglia di stupire degli Halloween, forse in questo caso è maggiore la confusione. A concludere “Psy-ko” ci sono altre due tracce che superano i sette minuti. “Cochon de laid” è veemente e piena di virtuosismi, sembra quasi una versione prog-metal di Frank Zappa. Meglio il finale magniloquente di “Igor S.”, epica pièce lirica e classicheggiante con tanto di cori maschili imponenti e testo in lingua russa in onore, immagino, a Igor Stravinsky. Terminato il disco, le sensazioni sono strane. “Psy-ko” è bello, anzi, cresce anche ascolto dopo ascolto, eppure non raggiunge le magie dei tempi migliori e presenta anche qualche calo qualitativo che denota una certa incostanza, come se neanche la band abbia ben chiara la direzione in cui andare. Pensandoci bene, forse era lecito non aspettarsi di più e ci si può accontentare del risultato finale. |
Peppe Di Spirito |
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