
Numero del mese
Recensioni
| DWIKI DHARMAWAN |
Anagnorisis |
Moonjune Records |
2025 |
INDN |
Quinto album su Moonjune Records per il tastierista indonesiano, che torna a distanza di cinque anni dal decisamente complesso e non facile “Hari ketiga”. La strada della sperimentazione era già stata abbondantemente intrapresa e stavolta si sceglie di affidarsi a quello che appare come un processo di sintesi. Si tratta di un lavoro in gran parte sostenuto dall’ambasciata indonesiana ad Atene, la parola che dà titolo a questa nuova uscita è per l’appunto greca, che tradotta significa “riconoscimento”. E si tratta infatti di riconoscere determinate culture, evidenziando così la propria identità etnica e al contempo creare un confronto multiculturale, proprio come se la musica fungesse da ambasciatrice nel mondo. Come accennato, non vi sono gli estremismi dell’immediato passato, anche dal punto di vista del minutaggio, sebbene i brani vadano quasi sempre oltre i tempi ritenuti standard; in compagnia di un sassofonista israeliano e di altri musicisti ellenici, il tastierista del Sud-Est asiatico attinge alla tradizione popolare per calarla in composizioni ed improvvisazioni jazz, ridando così lustro all’originario termine Fusion. I dodici minuti abbondanti di “Gambang Ney” si aprono con un tema indonesiano ormai abbastanza inflazionato dai musicisti di quella terra, per poi lasciare spazio all’intervento dei singoli, soprattutto a quello di Harris Lambrakis col suo flauto ney – che peraltro dà nome al brano – e al sax di Gilad Atzmon (visto anche con Robert Wyatt e i Pink Floyd, tra gli altri). Un intreccio che, una volta terminato, si scopre esser stato capace di creare col suo andamento lento uno stato quasi ipnotico, grazie anche agli inserimenti del bassista Kimon Karoutzos. Decisamente più sperimentale la seguente “Ya Kita Bisa”, dove emergono gli echi spigolosi ed elettrificati ad opera del chitarrista Vironas Ntolas. E quando poi entra il titolare ai tasti d’avorio, i contrasti creati dagli altri strumenti diventano base per le sue digressioni improvvisate sul momento. “Pacu Javi” denota un andamento cangiante e malinconico, sentimento in cui si immedesimano perfettamente prima il sassofono e poi la chitarra. Dopo, subentra il pianoforte e quindi nuovamente il sax, seguendo quest’ultimo tanto la strada principale quanto i “sentieri secondari” rispetto all’andamento principale. “Perjuangan”, che vorrebbe essere una sorta di tributo al defunto pianista e maestro John Taylor, oscilla ancora di più tra le nebbie del caos, in uno stato d’animo che a volerlo controllare crea invece maggiore instabilità emotiva. Vi sono delle connotazioni jazz più marcate in “Kereta Keren” e soprattutto su “Jazz For Freeport”; in quest’ultima si sviluppa anche una vena free-bop che per fortuna si mantiene ascoltabile, in cui tutti i musicisti coinvolti danno un contributo. “Timus Mas” ripiomba nella foschia, sviluppandosi pian piano come qualcosa di interessante, dove le note di pianoforte si muovono agili tra le rullate della batteria di Nikos Sidirokastritis, fino ad arrivare ad una conclusione molto più brillante di quanto le note iniziali facessero immaginare. Ancora più suggestive le nebbie (sempre loro…) da cui emerge lentamente “Lima Dadakan”, con questo flauto che sembra respirare, lasciando scorrere i tasti d’avorio, il sax – ancora attore principale, seppur in un ruolo molto discreto – e poi le note di chitarra. Tra le composizioni meglio riuscite, capace di ricordare stilisticamente i nostrani Pensiero Nomade. “Toledo Trane”, di contro, è molto più vibrante, riuscendo a far suonare coerente quello che è un vero andamento libero. Infine, la title-track, nei suoi otto minuti e mezzo sembra riprendere lo stile “contemplativo” di buona parte dell’album, salvo poi recuperare verve e lasciare briglia sciolta a Dharmawan col suo pianoforte. Anche questo è un album non facile, come del resto la label ha da tempo abituato, ma con un ascolto attento può dimostrarsi molto più fruibile di quanto si possa immaginare dopo una prima impressione, rivelando infine tutto il suo valore. |
Michele Merenda |
| EXIT |
Dove va la tua strada |
Black Widow Records |
2025 |
ITA |
Curiosamente, questo album vede la luce grazie alla chiacchierata tra due amici. Al festival Prog di Trieste 2021, infatti, l’appassionato Roberto Spataro viene a sapere da Mauro Degrassi – anch’egli esperto di prog ed impegnato in prima persona nella relativa diffusione del genere, soprattutto riguardo a compagini poco conosciute – di un gruppo triestino sconosciuto, autore di un nastro datato 1973. Rovistando nei ricordi e cercando online, soprattutto sui social, viene fuori qualcosa che fa parte di quel materiale. Loro sono gli Exit, che in quei fatidici anni ’70 esprimevano un abrasivo hard-prog chitarristico sulla scia di nomi illustri come i Garybaldi, gli Spettri (che sarebbero anch’essi tornati alla ribalta decisamente postumi, grazie sempre alla qui presente label genovese) e soprattutto Il Rovescio della Medaglia dei primi due album. Un quartetto formato da musicisti molto attivi in quel periodo, a partire dal chitarrista sloveno Goran Tavčar, che oltre ad aver suonato con i connazionali Kameleoni e Boomerang era presente sull’album “Il mare” di Gino D’Eliso, anch’egli di Trieste. Ma occorre citare anche il bassista Paolo Bassi (nomen omen…), presente nei circuiti jazzistici ed oggi residente alle Canarie dove continua a suonare, senza dimenticare il batterista (e in seguito anche cantante) Euro Cristiani, affermato come session man e poi come solista sia a livello nazionale che internazionale. A loro, dietro al microfono, si affianca Ilario Sfecci, che ad oggi sembra non abbia proseguito a tempo pieno nel medesimo contesto dei compagni di avventura. Sì, ma la musica? Beh, chi ci ha lavorato sopra – proprio Degrassi, a quanto pare – ha operato una gran pulizia e alla fine ha riproposto i brani come suonavano all’epoca. Certo, la timbrica non è proprio eccezionale, testimonianza comunque dell’opera di ricostruzione a cui si deve essere andati incontro, perché i pezzi sono comunque ascoltabili. Volendo glissare sui testi, che come in molti altri casi non superano la prova dei decenni, la proposta strettamente strumentale è di quelle toste, che ricorda molto i gruppi sopra nominati, oltre ai Flea che uscivano nel 1972. Gli strumenti si intrecciano tra loro, sostenendo partiture sempre ruvide, intricate e al contempo vibranti. L’iniziale title¬-track ne è il degno manifesto, con le linee di basso che spiccano nel rutilare degli altri due strumenti. Su questa strada, decisamente hard, si collocano le partiture di “Ti Risvegli”. Dodici minuti in cui i primi tre risultano composti da intrecci continui, dove però il cantato urlato suona davvero fastidioso. Poi, l’atmosfera si stempera di colpo. Il canto è più discreto, in un contesto quasi liturgico, ma i cori vanno ad inficiare decisamente il risultato. Poi, pian piano, il motore va salendo sempre più di giri e si torna ai ritmi ubriacanti di partenza. C’è qualcosa di vagamente Hendrixiano nell’attacco quieto della finale “Grandi regni”, che subito dopo vira più verso una sorta di semi-ballad hard rock, per poi rilanciarsi nuovamente in una corsa forsennata, senza sdegnare il “rumorismo” vero e proprio per creare riempimento tra una fase e l’altra. Un altro pezzo dove si pesta duro è “La sfera”, ma è al contempo uno di quegli episodi meglio bilanciati nonostante i momenti caotici, con una seconda parte senza dubbio meglio organizzata e compatta. C’è poi anche “Corri e fuggi” come esempio di virtuosismo ritmico, anche se le urla dietro al microfono continuano a risultare deleterie. Un totale di sei pezzi, che – nel bene e nel male – fanno davvero tornare indietro nel tempo. Chi ha vissuto in prima persona quel periodo, molto probabilmente proverà delle particolari emozioni. Magari rivivendo davvero momenti di fermento e di rivolta, di creatività e sperimentazione. Questo album richiama tutto ciò, dando la precisa sensazione di stare assistendo ad una di quelle sessioni che si tenevano di sera tardi in qualche stanza, dove si improvvisava cercando di creare qualcosa di alternativo ai propri idoli. E dove, a volte, usciva qualcosa di veramente buono. Doveva essere pura magia. Però, oggettivamente, su quelle fasi c’era parecchio da lavorare. Come ci sarebbe stato da lavorare anche su queste canzoni, che non danno certo un senso di completezza. Una felice riscoperta di un ulteriore elemento di quello che fu il sottobosco musicale italiano, quindi; proposta che magari oggi potrebbe essere risuonata, arricchita e diventare qualcosa che possa interessare non solo chi scopre con merito le rarità. |
Michele Merenda |
| SIGMUND FREUD |
Risveglio |
Black Widow Records |
2025 |
ITA |
Era l’estate del 1972 (qualcuno parla del ’71), quando ai Castelli Romani si formavano i Sigmund Freud. Rock progressivo che si mischiava a quella che era allora la musica d’autore, formando qualcosa di sinfonico e romantico nello stile italico del periodo, in compagnia di band come Orme, PFM e tante altre. Concerti e raduni fino al 1978 – fuori tempo massimo, potrà dire qualcuno –, acquisendo a quanto pare molti consensi, tanto che nel ’75 avevano firmato per la RCA e la EMI, senza però arrivare ad incidere quell’album che ormai sembrava alla loro portata. Vengono riscoperti dalla genovese Black Widow Records, che dà loro la possibilità di riesumare e reinterpretare i vecchi brani, vedendo finalmente la luce con questo emblematico “Risveglio”. C’è però un piccolo mistero: in rete, è possibile leggere che nel 2013 i nostri hanno dato alle stampe “Illusioni”, di cui però non si trova traccia… Comunque, dal 2023 ad oggi la band risulta composta da Claudio Ciuffa (chitarre, flauto, sax soprano), Marco Cavaterra (basso elettrico), Claudio Carbonetti (tastiere, pianoforte, voce), Evandro Gabiati (batteria, percussioni), Dino Pacini (chitarre), Luca Allori (voce solista, chitarra acustica), Laura Castroni (voce, coro e devices). Apre “Fiori di Polvere Bianca” con i suoi dodici minuti, il cui titolo avrà ricordato a molti “Profumo di colla bianca” della Locanda delle Fate; in questo caso ci potrebbero essere delle attinenze con la band sopra citata (non col pezzo, ma con lo stile generale) nel momento in cui entra il flauto, a cui poi segue la successiva parte vocale. Come si può facilmente immaginare, si parla della scoperta della droga da parte di un ragazzo, con tutta una serie di elucubrazioni, dove l’atmosfera non viene comunque resa particolarmente catastrofica se non nelle liriche finali. Molto ben costruiti gli intrecci strumentali, che vedono dominare i sintetizzatori e proprio il flauto. Gli undici minuti di “Giochi d’ombra” riportano con la mente a quando si era più piccoli, una fase della vita che con le sue fantasie rendeva magica la realtà. Dopo un bell’intermezzo strumentale, il brano diventa ancora più poetico, il testo davvero ben recitato, che riporta alla presa di coscienza, all’incanto che si spezza tornando nel presente da adulti, dove risalgono i ricordi in modo decisamente amaro. La parte finale diventa di colpo più vivace e le parole – divenute ancora più drastiche nei confronti della propria esistenza che viaggia verso la vecchiaia – acquisiscono ancora più verve, per poi lasciare spazio alle sei corde elettriche. Gli otto minuti e mezzo che compongono “Palla di Neve” (la più breve del lotto!) parla di violenza e schiavitù, esseri umani che mettono in vendita e brutalizzano altri esseri umani come neanche fossero oggetti. La musica prende sempre più slancio, lasciandosi ascoltare con molto piacere. “La quiete dopo la tempesta” è una sorta di suite che sfiora nuovamente gli undici minuti, in cui i seventies trovano degno tributo in chiave hard-prog. Anche qui un (breve) testo nostalgico, cantato con rabbia, che fa da collante in un lungo flusso strumentale attraverso il quale possono essere riconosciuti parecchi riferimenti dell’epoca, tra cui anche i King Crimson con dei contorni però molto ma molto smussati, oltre a varie realtà nazionali. Ma intorno ai sette minuti la musica cambia e – per l’appunto – dopo la tempesta arriva la quiete; una quiete che però non porta pensieri tranquilli, preludio al finale ad effetto, ancora strumentale. “Epilogo” continua su frequenze simili, tra note di tastiere ed intrecci di chitarra, viaggiando quindi verso successive partiture maggiormente romantiche. Altri dieci minuti, che parlano di immagini sfocate appartenenti a strane libertà e in cui il flauto si conferma come l’elemento portante che fa da spina dorsale a questo album, creando così una struttura dove le altre strumentazioni riescono a trovare la strada per ritagliarsi in maniera misurata i propri spazi. Vi sono dei momenti onirici, sospesi, che non possono non ricordare ad un certo punto le battute inziali del primo storico album omonimo che lanciò il Banco del Mutuo Soccorso, per poi tornare proprio alla Locanda delle Fate. La chiusura è poi affidata ad un medley di oltre un quarto d’ora, in cui vengono messi insieme spezzoni di registrazioni originali eseguite negli anni ’70; interessante dal punto di vista prettamente storico, con qualche sprazzo di interesse che può riguardare anche i contenuti, ma che poi non rappresenta tutta questa “magnificenza” lodata in altre sedi. Molto meglio la resa e l’esecuzione attuale. Un debutto da salutare con simpatia, rendendo più che mai attuale il detto: “Meglio tardi…che mai!”. C’è curiosità adesso per il nuovo album, che dovrebbe contenere delle nuove composizioni. Staremo a vedere e soprattutto ad ascoltare. |
Michele Merenda |
|