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Recensioni

AIRBAG-A day at the beach -Karisma Records -2020 -NOR -Mauro Ranchicchio
AIRBAG A day at the beach Karisma Records 2020 NOR

Il quinto lavoro in studio per la band di Oslo giunge a quattro anni di distanza dal precedente “Disconnected”, periodo che vide però la pubblicazione del primo album solista del chitarrista Bjorn Riis, dallo stile non troppo dissimile da quello della band madre, ossia un rock dalle tinte post-psichedeliche riconducibile a quanto i Porcupine Tree proponevano negli anni di “The sky moves sideways” o “Signify”, tenendo sempre presenti i Pink Floyd di “The division bell”. Le note che accompagnano il promo parlano di canzoni ispirate dalla riscoperta dell’elettronica anni ’80, dalla new wave e dalle colonne sonore: se è vero che possiamo rintracciare alcune di queste influenze (soprattutto la prima, nella scelta di certe timbriche), la continuità con quanto proposto fino ad oggi è garantita, nel bene e nel male. Dal punto di vista concettuale, l’album racconta la storia di un uomo che si allontana dalla sua famiglia per inseguire un futuro ignoto, evidenziando il contrasto tra la disperata lotta personale per la sopravvivenza e l’osservazione a debita distanza di da parte di chi detiene il potere.
La band si configura stavolta come un trio, avendo perso nel frattempo i servigi del bassista Anders Hovdan e del tastierista Jørgen Grüner-Hagen. Le tastiere sono appannaggio del vocalist Tostrup e di Riis e per quanto onnipresenti, non bisogna immaginare un loro ruolo solistico, bensì costituiscono lo sfondo su cui voce e chitarra intessono le loro melodie.
“Machines and men” apre il lavoro in maniera lenta ed ipnotica, non senza accelerazioni controllate; la voce di Asle Tostrup è perfetta per queste atmosfere malinconiche, il basso pulsante di Kristian Hultrgren degli Wobbler (anche coautore di alcuni brani) aggiunge organicità ad un suono altrimenti fin troppo levigato e condito da sequenze ritmiche e samples, la chitarra di Bjorn Riis esplode infine in un solo dal sapore floydiano, ma anche i Riverside sono dietro l’angolo; il lungo brano è costruito per addizioni e sfocia in un finale energetico, pur denotando una certa monotonia di fondo. La prima parte della title track “distribuita” è un brano strumentale breve, lento e senza sorprese, quasi fosse una coda del precedente.
“Into the unknown” si apre ancora con una sequenza di synth, stavolta quasi in stile tardi Tangerine Dream, ma si capisce presto che la protagonista sarà la voce di Asle, adagiata su un backdrop atmosferico, finché qualche arioso accordo di chitarra non strizza l’occhio a brani come “Coming back to life” o “Take it back” degli ultimi Pink Floyd (ancora loro), il tutto coronato dal solito pregevole solo di Bjorn, in tutto e per tutto conforme al sound che ha reso famoso Gilmour, dal fraseggio al tono agli effetti. Personalmente, trovo che il risultato finale sia tanto piacevole alle orecchie quanto già sentito… ma come si è detto in passato a proposito degli Airbag, ben pochi sanno rievocare certi suoni accompagnandoli (giustificandoli?) con una scrittura di livello eccellente.
“Sunsets” vede in veste di special guest il chitarrista Ole Michael Bjørndal (Oak, Gentle Knife) e si apre in rottura con i brani precedenti: basso e batteria (ricordiamo il terzo membro fondatore, Henrik Bergam Fossum) in tempi dispari dominano la scena fino a che l’entrata della voce e degli altri strumenti portano il tutto verso lidi battuti dagli ultimi Anathema, addirittura con una rara, breve sezione di synth solista. Essendo uno degli episodi più movimentati, spezza con successo la funerea atmosfera che sin qui aveva pervaso il disco.
“A day at the beach (part 2)”: esordisce ancora in odore di synth-wave anni ’80, ma più tardi si rivela un pretesto per consentire a Bjorn di sfoggiare ciò di cui è più capace, grazie alla sua chitarra liquida: pensate a brani come “Marooned” o “Terminal frost” e non sarete lontani da quanto proposto.
“Megalomaniac”, infine, è un altro brano dall’incipit malinconico, la cui lunghezza gli permette però di essere rivitalizzato da interventi heavy da parte di una chitarra elettrica stavolta più sporca che, scrollandosi di dosso le similitudini con altri solisti illustri, rivela la personalità di Riis, che sarebbe altrimenti ingiusto qualificare come un imitatore: stavolta ascoltiamo influenze di rock alternativo (d’altronde il loro monicker è preso in prestito dai Radiohead), feedback ed anche... rabbia, prima che lo svolgimento circolare del brano lo faccia morire sullo stesso arpeggio d’apertura.
Non saprei dire se abbiamo a che fare con il migliore album degli Airbag, certamente si tratta di un lavoro ben ponderato e senza riempitivi, grazie anche alla durata contenuta (48 minuti) e costituisce un ascolto appagante per chi è in cerca di rock atmosferico di classe. Continuo a credere che ci sia ancora margine di miglioramento sul fronte della personalità (ed apprezzerei una minore uniformità nell’andamento dei brani), ma dopo tredici anni dall’EP d’esordio è ormai innegabile che i nostri norvegesi si siano ritagliati un meritato spazio tra gli appassionati anche più esigenti. Aggiungo che grazie all’eccellente lavoro di produzione da parte della band stessa, coadiuvata da Vegard Sleipnes e di masterizzazione (Jacob Holm-Lupo, il deus ex machina dietro White Willow, The Opium Cartel e Telepath), la qualità sonora dell’album risulta certamente sopra la media.

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Mauro Ranchicchio

APAIRYS-Vers la lumière -Les Amis d’Apairys -2019 -FRA -Peppe Di Spirito
APAIRYS Vers la lumière Les Amis d’Apairys 2019 FRA

Esordio per questa band transalpina che si presenta nel mondo del progressive rock, con un album dalla struttura dal vecchio stampo, con quattro brani di media-lunga durata ed una suite di oltre sedici minuti. L’inizio è con un sound molto moderno: basso pompato in evidenza a dettare ritmi sincopati, entra poi la chitarra elettrica a mostrare potenza di fuoco e tecnica sopra le righe, ma già verso il primo minuto si stemperano i toni e tocchi acustici fanno da preludio all’entrata della parte cantata in madrelingua che spinge verso una classica teatralità tipicamente francese. E si va avanti così per quasi sei minuti con un heavy prog ben suonato, ma anche un po’ freddo e privo di fantasia. Molto più interessante la seconda traccia “La machine”, nove minuti e mezzo di rock sinfonico energico con qualche spunto più vicino al metal e qualche ottima apertura d’atmosfera create dalle tastiere. Per questo brano si potrebbe pensare ai bravissimi Versailles che abbiamo conosciuto negli anni ’90 in una versione a tratti più muscolare. Durata praticamente identica per la title-track, strumentale che parte con una bella introduzione del piano elettrico, raggiunto dopo un po’ dalla chitarra acustica. Dopo un minuto e venti secondi di grandissima eleganza, ecco l’esplosione e la virata verso un sound pieno di stravolgimenti ritmici che abbraccia il prog-metal più classico à la Dream Theater ed una heavy-fusion vibrante, ma di maniera. Nei sei minuti di “Sur le bitume” si avverte sempre il vigore della proposta degli Apairys, ma si denota anche una maggiore ricerca melodica, soprattutto nelle parti vocali. Il pezzo dà però l’impressione di essere senza infamia e senza lode. E veniamo alla cavalcata finale di “Recueil”. Anche in questa occasione c’è un bell’inizio acustico e dopo un minuto dall’indirizzo pastorale le cose si vivacizzano e si va in crescendo di intensità, con ritmi composti e bei dialoghi chitarra-tastiere. Verso i quattro minuti ecco la spinta metallica e per tutta la durata della composizione sarà un continuo alternarsi di momenti prog-metal ad altri di rock sinfonico, con un piacevole risultato finale. Gli Apairys sono un terzetto formato da Benoit Campedel, impegnato alle chitarre al basso, da Silvain Goillot alle prese invece con batteria e tastiere e dal cantante Christophe Bellières. I tre hanno talento, su questo non c’è dubbio, ma la qualità del lavoro proposto è altalenante. Non ci sentiamo di bocciare la band, che nel complesso sforna un debutto al di sopra della sufficienza, ma non possiamo dimenticare che tra le sempre più numerose uscite discografiche che inflazionano il mercato si possono trovare tante cose ben più interessanti.

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Peppe Di Spirito

ASGARD-Ragnarøkkr -Pride & Joy -2020 -ITA -Alberto Nucci
ASGARD Ragnarøkkr Pride & Joy 2020 ITA

Vent’anni di distanza dall’ultima prova in studio e ventisette rispetto alla penultima… questo dopo che il gruppo (ex) trevigiano aveva sfornato 4 album in 3 anni, agli inizi degli anni ’90. Solo Alberto Ambrosi (tastiere e flauto), da tempo oramai trasferitosi nei boschi della Germania, rimane oramai della formazione iniziale… ed è pure giusto, dato che da sempre ha rappresentato non solo l’anima della band ma proprio l’incarnazione della stessa. Accanto a lui, per questo nuovo capitolo, c’è un gruppo di musicisti completamente nuovi tra i quali spicca senza dubbio il nome di Franco Violo, ex voce degli Helreidh, altra band che aveva tra le proprie fonti d’ispirazione la mitologia nordica. Completano la line-up Andrea Gottoli (chitarre), Kikko Rebeschini Sambugaro (batteria) e Paolo Scandolo (basso).
Gli inizi della band, lo ricorderanno i lettori non di primo pelo, erano votati ad un new Prog di stampo Genesis / marillioniano, benché dai toni spesso mistici e pieni di pathos, in linea con le tematiche delle canzoni. Poi ci fu la virata verso il Progressive Metal… e con questo nuovo lavoro la band (o Ambrosi) sembra voler tirare le fila di tutte le proprie esperienze ed influenze. Abbiamo quindi un susseguirsi ed un continuo intreccio di vari generi, dal folk metal al Progressive Metal debitore di Dream Theater e soci, dal Prog sinfonico sulla linea degli esordi al folk rock tout court…
Esempi di questo continuo alternarsi sono disseminati ovunque all’interno dell’ora e passa di quest’album, alla lunga sicuramente meno muscolare di quanto farebbe presupporre il video promozionale, tratto dalla traccia d’avvio “Trance-Preparation”, di certo la più fiammeggiante delle 11 qui presenti, ma comunque anch’essa timidamente ingentilita da tenui linee di flauto. La componente folk-metal è preponderante anche per le successive “Rituals” e “The Night of the Wild-boar” e sembrerebbe che anche agli oltre 7 minuti di “Visions” sia riservato questo destino. Note più eclettiche non tardano però a farsi largo e la traccia si sviluppa, specie nella seconda metà, con belle variazioni più tipicamente Prog.
Dopo la breve ed energica “Kali-Yuga”, la lunga “Shaman” è senza dubbio, oltre che la traccia centrale dell’album, anche quella che maggiormente si attirerà il gradimento di chi ancora si ricorda dei vecchi Asgard, quelli di “Arkana” e “Götterdämmerung”. L’altro brano di elevato minutaggio dell’album, ovvero la title track, posta in chiusura dello stesso, sebbene nelle intenzioni probabilmente dovesse rappresentare anch’essa un episodio il cui eclettismo trascinasse la musica in direzioni decisamente Prog, alla resa dei conti risulta non molto convincente, quanto meno perché le varie situazioni musicali sembrano avvicendarsi con poca efficacia.
La seconda metà dell’album è contraddistinta dalla presenza di alcuni brani cantati in tedesco, spesso proprio caratterizzati da una muscolarità teutonica, sebbene mai con il piede dell’acceleratore completamente affondato.
Sinceramente nutrivo all’inizio non molte aspettative per quest’album (visto anche il video promozionale) ma bisogna ammettere che la band non si è lasciata andare troppo in direzioni energiche, conservando sempre la capacità di inserire elementi non troppo convenzionali anche all’interno di brani, caratterizzati questi dalle usuali atmosfere che richiamano leggende e ambientazioni nordiche. Un buon album, curato sia dal punto di vista musicale che da quello (ma questa non è certo una sorpresa) -diciamo così- ideologico.

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Alberto Nucci

LARS BOUTRUP'S MUSIC FOR KEYBOARDS-The great beyond -Ex’cess Records -2020 -DAN -Michele Merenda
LARS BOUTRUP'S MUSIC FOR KEYBOARDS The great beyond Ex’cess Records 2020 DAN

Si tratta del quarto album per il tastierista danese Lars Boutrup, a cinque anni di distanza dalla precedente pubblicazione. Già attivo in compagini come Big Bang, Supernova ed Evil Masquerade, Boutrup è stato anche coinvolto nelle colonne sonore di alcuni film scandinavi. Per questo nuovo lavoro si è affiancato al batterista Spike Nior (anche lui nei Big Bang) e al bassista Niels Wilhelm Knudsen, insegnante di musica e in altri contesti anche jazzista. I riferimenti apertamente dichiarati da Lars sono Keith Emerson e John Lord, ma non si può certo negare l’influenza anche di Ken Hensley degli Uriah Heep, oltre a guardare al prog di realtà olandesi come i Trace o gli Ekseption più rockeggianti, gruppi in cui militava il tastierista Rick van der Linden. Vi sono sicuramente spunti divertenti come quelli di “Mr. T”, in cui il classico trio formato da tastiere-basso-batteria dà il meglio quando il lungocrinito leader si cimenta col caloroso suono dell’organo, anche se la produzione risulta fin troppo “perfettina” e tutta l’atmosfera risuona decisamente algida, quasi da automa, tipo la disco-music di fine anni ‘70/primissimi anni ‘80. Certo, i contenuti musicali sono comunque di altro livello e non si vogliono far paragoni, ma le sensazioni sono spesso analoghe. Un qualcosa che emerge sempre di più man mano che passano i pezzi, a partire dalle successive “Whatever Mama Said” e “Dripping Cycles”. Peraltro, le varie fasi sembrano costantemente sommerse da se stesse; non si fa in tempo ad abituarsi ad un determinato passaggio che subito si passa repentinamente ad un altro, magari già ascoltato in precedenza all’interno dello stesso brano. Un peccato, perché in alcuni momenti sembra si possa davvero toccare punti emozionalmente alti, almeno sotto un piano potenziale. Andando oltre “Jerry and the Suitcase” e “Invenzio” – volutamente scanzonata la prima e tendente all’effetto sinfonico senza alcun picco di intensità la seconda –, ci sono “Ich Will Tanzen” e la title-track che acuiscono quanto detto fino ad ora, forse addirittura con una maggiore estraneazione asettica vicina ai lavori elettronici di Jean Michele Jarre. Ma si può dire ancora di più: “Ich…” vorrebbe probabilmente avere una tale giocosità che, inserita com’è in questo contesto quasi da trasmissione televisiva presunto-avveniristica, finisce per somigliare a musica da videogico, in alcuni tratti persino irritante. Nel mezzo, “Klavier Stück Für Freude” solo per pianoforte. Forse, il pezzo più convincente.
In definitiva, nonostante non vi sia nulla da dire sulla preparazione tecnica, ai brani sembra manchi qualcosa. Potrebbe magari servire una chitarra elettrica o qualche strumento a fiato, anche se vi sono state famose e/o amate band (Emerson, Lake & Palemer, Quatermass, ecc…) che hanno reso valida la propria proposta adoperando solo i succitati strumenti, esprimendo energia, calore e soprattutto capacità compositiva. Oltre ad un uso sapiente delle voci, questo va anche detto, perché in questo caso si sta trattando di un album esclusivamente strumentale. Probabilmente, i super appassionati delle tastiere prog lo apprezzeranno comunque, anche se non vi sono momenti davvero topici. Peccato, perché le potenzialità ci sarebbero tutte.

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Michele Merenda

KOSMOS-Ajan peili -autoprod. -2019 -FIN -Francesco Inglima
KOSMOS Ajan peili autoprod. 2019 FIN

Con “Ajan Peili” i finlandesi Kosmos, a 15 anni dal loro esordio, giungono al loro 6° album in studio. Per chi conosce già i precedenti lavori, questo album non sarà una sorpresa, proseguendo con l’ormai collaudata ricetta di un folk prog con venature psichedeliche profondamente nordico nell’ispirazione. Anche la line-up non cambia, con gli ex Viima (ottima band di prog sinfonico) Päivi Kylmänen alla voce e Kimmo Lähteenmäki alla batteria e alle tastiere con l’aggiunta di Kari Vainionpää al basso, Ismo Virta alla chitarra e tastiere, Olli Valtonen allo shruti box e altri strumenti indiani.
Chi si approccia per la prima volta ai Kosmos troverà l’album molto piacevole, con quelle sonorità pacate e quelle atmosfere soffuse e un po’ misteriose che rievocano le notti boreali e con l’inserimento di percussioni indiane che danno quel tocco di esotico che certo non guasta. Chi invece già li conosce, potrebbe forse storcere un po’ il naso nel ritrovare una band che non ha minimamente voglia di proporre qualcosa di nuovo oppure essere felice di ritornare in un porto sicuro. Purtroppo, da qualunque prospettiva lo si voglia vedere, il problema principale e cronico di questa band è la voce di Päivi Kylmänen, che ahinoi, non ne azzecca quasi una, stonando ogni volta che viene chiamata in causa. Onestamente faccio fatica a comprendere come un gruppo attivo da così tanto tempo e con diversi album sulle spalle possa ancora insistere su una cantante che è oggettivamente il loro punto debole e inficia quanto di buono proposto a livello musicale dal resto della band, in alcuni frangenti ti verrebbe voglia di prendere il cd e lanciarlo dalla finestra come nel secondo brano “Eilinen”. Ad ogni modo tutto ciò è un vero peccato, perché quando la voce riesce ad essere accettabile, i Kosmos riescono a farci immergere completamente nel loro mondo sonoro con quintalate di Mellotron e arrangiamenti seppur semplici abbastanza originali con la presenza di strumenti particolari come lo xilofono (vedi il brano “Aina lähellä”).
Il gruppo si lascia preferire nei momenti più delicati, raggiungendo picchi di magia assoluta (voce permettendo). Il primo omonimo brano ne è un ottimo esempio, “Salainen oppi”, il mio preferito in assoluto, ancora di più grazie ad un pianoforte sublime, alla presenza di un sax che arricchisce di molto il sound e dove anche Päivi diventa quasi piacevole. Un discorso a parte merita la mini suite finale “Minä olen” (Io sono), il brano più sinfonico dell’album, che, continuando a soprassedere sul cantato, è un gran pezzo prog, molto epico e con forti venature esoteriche.
Che altro aggiungere… se riuscite a non farvi infastidire dalla voce e non conoscete i precedenti lavori è un album da consigliare vivamente, se già avete qualcosa non aspettatevi novità e siate consapevole che l’album non aggiunge e non toglie nulla a quanto già fatto in precedenze, ma rimane un ascolto estremamente piacevole. Se infine, come me, non riuscite proprio a digerire la voce, incrociate le dita e attendete fiduciosi in un futuro cambio di line up, alla fine anche nei Viima dopo il primo album Paivi è stata sostituita.

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Francesco Inglima

MAGIA NERA-Montecristo -Ma.Ra.Cash Records -2019 -ITA -Valentino Butti
MAGIA NERA Montecristo Ma.Ra.Cash Records 2019 ITA

La storia del gruppo spezzino dei Magia Nera inizia sul fine degli anni ’60, mentre dei primi anni ’70 sono i concerti ed i vari festival pop minori. La band non riesce, però, a pubblicare alcun LP e si scioglie. Nel 2017, su interessamento dell’Akarma Records (pure di La Spezia), la band si riforma con la line up quasi inalterata dalle origini: Emilio Farro alla voce, Bruno Cencetti alla chitarra, Pino Fontana alla batteria e Lello Accardo al basso. Con questa formazione, a cui si aggiunge il tastierista Andrea Foce, il gruppo pubblica nel 2017 “L’ultima danza di Ophelia”, con buoni riscontri da parte della critica specializzata.
Sul finire del 2019, il sospirato bis con “Montecristo”, concept album incentrato sul romanzo di Alexandre Dumas. Nel frattempo Fabio D’Andrea (basso-chitarre-Hammond-cori-percussioni) ha sostituito Andrea Foce ed anche Accardo ha abbandonato il progetto. La proposta della band però non cambia: uno hard rock sanguigno, molto anni ’70 (in fondo QUELLA è la loro origine), con chitarre taglienti, ritmica rocciosa, Hammond veemente. I nomi di riferimento? Presto detti: Uriah Heep, Deep Purple, Led Zeppelin, Black Sabbath, Rovescio della Medaglia…
L’album, di durata adatta al “vecchio” vinile, supera di poco i quaranta minuti ed è diviso in quattro tracce, a loro volta frazionate in tre parti ognuna. “Il tradimento”, la prima delle “macro-tracce”, si apre con lugubri campane ed arpeggi di chitarre che anticipano il cantato enfatico di Farro. La ritmica possente, i riff hard dell’elettrica, le sventagliate di Hammond si alternano a momenti più lirici. Anche “La prigionia” prosegue con questo trend con lo hard rock di “Ricordi” (la prima sezione), guidata dall’elettrica di Cencetti, mentre la fisarmonica di Dante Severino introduce la più soft “Tempo”; la voce narrante di Farro e lo Hammond purpleiano dirigono le danze in “Voci nella mente”. Si continua con grinta nelle tre sezioni di “La Fuga” (“La Galleria”, “Requiem per l’abate Faria” e “Il salto nel sacco”), con importanti momenti strumentali a supportare la voce (a volte solo “narrante” di Farro come nel “Requiem…”).
L’album ed il romanzo si concludono con “La Vendetta” (“Montecristo”, “Il duello”, “La fine”), sempre all’insegna dello hard-rock d’annata, con ritornelli azzeccati come nella prima sezione (“Montecristo”), riff elettrici imponenti (“Il duello”) e delicati momenti acustici (“La fine”).
Come già per il precedente “L’ultima danza di Ophelia”, anche con “Montecristo” i Magia Nera convincono, senza dubbio. Un lavoro sanguigno, che cola passione da ogni nota, energico, senza compromessi e del buon appeal. Promossi. In presenza.

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Valentino Butti

THE OPIUM CARTEL-Valor -Apollon Records -2020 -NOR -Alberto Nucci
THE OPIUM CARTEL Valor Apollon Records 2020 NOR

Fin dal primo album, risalente all’ormai remoto anno 2009, questo sembrava essere più che altro un progetto solista di Jacob Holm-Lupo che si differenziasse dai suoi White Willow per un approccio più leggero e tendente al pop. Accanto a lui, ad ogni uscita -e siamo qui arrivati alla terza- sotto questo monicker, c’è un novero di compagni d’avventura sempre diverso. L’unica presenza costante è quella di Lars Fredrik Frøislie, ormai facente quasi coppia fissa con Jacob, che tuttavia questa volta si dedica unicamente alla batteria, tralasciando le sue amate tastierone che lo hanno fatto conoscere ed apprezzare all’intero consesso Prog. Oltre a lui, tra i collaboratori riconosciamo sicuramente Bjørn Riis, che offre la sua preziosa chitarra su un paio di tracce, e poco più, visto che i nomi provengono da ambienti non proprio attinenti al Progressive Rock. Il buon Lupo si occupa tuttavia di gran parte della strumentazione.
L’impostazione poco affine al Prog non è proprio una sorpresa per questo progetto, come abbiamo già accennato, ma accogliamo comunque con un certo sconcerto il pop, elegante e sofisticato quanto si vuole, che ci avvolge fin dalla prima traccia, con la voce di Silje Huleboer che si muove delicatamente su ritmiche ed atmosfere affabili e melodiche che ben poche attrattive riservano per chi apprezza White Willow e altri gruppi similari.
La terza traccia (“A Question of Re-entry”), con la presenza di Riis, riporta le sorti dell’album in alto di un paio di tacche, muovendosi su terreni non troppo dissimili ai suoi Airbag nel corso di sei minuti interamente strumentali, un po’ inquietanti e psichedelici ma sicuramente apprezzabili.
La figlia di Lupo, Ina A, si occupa delle parti vocali della successiva “Nightwings”, più orientata verso un pop anni ’80 ma con bei suoni spaziali e ben arrangiata, con minori artifizi elettronici rispetto alle due canzoni d’avvio; un brano che ho decisamente apprezzato, benché anche stavolta, ovviamente, di Prog ci sia poco.
La Huleboer ritorna a farsi sentire su “Fairground Sunday”, bel brano delicato ed etereo, e sulla successiva, vagamente odiosa (per me) “Under Thunder”, con certe ritmiche tunz tunz che proprio non riesco a digerire.
Leah Marcu, proveniente da una band Prog-metal israeliana, si occupa delle parti vocali di “The Curfew Bell”, brano caratterizzato anche dagli archi (viola e violino) di Maria Grigoryeva, arrangiati da essa stessa. Il risultato è oggettivamente delizioso, benché la canzone sia quasi minimalista e piuttosto lineare.
L’album in teoria si conclude con la successiva “A Maelstrom of Stars”, altro brano strumentale che vede la presenza di Riis e che si muove anch’essa su atmosfere tra il sinfonico e lo psichedelico. Forse meno accattivante di “A Question of Re-entry” ma comunque buona conclusione di album…. anzi no: l’album si chiude effettivamente con una bonus-track, una cover dei Ratt, “What’s It Gonna Be”, cantata da Alexander Stenerud, giusto per confermare fino in fondo la devozione ad atmosfere e sonorità anni ’80 che quest’album sembra voler ricercare, esplorandone vari filoni, dai Roxy Music ai Camel di quegli anni. Il risultato è un po’ altalenante, a dir la verità, anche tenendo presente lo spirito che anima questo progetto; alcuni episodi decisamente apprezzabili affiancati da altri che quasi vorrei già dimenticare.

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Alberto Nucci

SECTILE-Falls apart -autoprod. -2020 -IRL -Michele Merenda
SECTILE Falls apart autoprod. 2020 IRL

Suonano parecchio arrabbiati questi cinque ragazzi di Dublino… Nelle note allegate al dischetto scrivono che il loro prog-metal prevede l’abbinamento tra il suono melodico del prog classico con il tradizionale heavy metal, ma non è affatto così. Tutto sembra incentrato sulla copertina, dove si coglie una inquietante sensazione di paganesimo legato a tempi davvero antichi, in cui la Natura veniva vissuta come un’entità ferina, possibilmente a sua volta condizionata da creature ultraterrene per nulla benevole e anzi vicine alla dimensione della morte più cupa. Niente tastiere, soppiantate dalle due chitarre suonate da Mark O'Reilly e Marcelo Varge, che tranne in alcuni casi non si lasciano andare a duelli sulle sei corde ma a riff che macinano rabbiosi, continuamente, sui controtempi del bassista Cormac Hennigan e del batterista Zachary Newman. Su tutti, svetta la voce acuta, spesso in falsetto e anche in questo caso rabbiosa, del cantante Gabriel Gaba.
Formatisi sul finire del 2016, esattamente un anno dopo il quintetto esordiva sul mercato discografico con un EP omonimo. Un paio di anni all’insegna delle esibizioni live, contestualmente dedicati alla stesura dei nuovi brani di questo full-length, la cui inziale “The Hunt” è stata lanciata come single che rispecchia il contenuto della pubblicazione. È vero, qua e là vi sono dei brevi sprazzi di quiete, fattore che indubbiamente nella dinamica generale ha il suo effetto convincente. Ma questo perché vengono creati degli attimi in cui si respira e si smorza l’arrabbiatura. Lo si coglie in “Archetypes” e poi nella successiva “Black Cloud”, dove finalmente le chitarre sfoggiano una parte solista sfruttando l’acuto di Gaba in dissolvenza. Assolo classicamente metal, senza particolari novità sul tema. Le chitarre torneranno con un lavoro analogo su “Daggers”, composizione comunque più complessa e sicuramente tra le cose migliori di questo album. Da segnalare poi i dodici minuti della conclusiva “Dying of The Lights: Purpose/Silence/Aethernity”, che come da titolo è divisa in tre parti. Qui, per esigenze compositive, la quiete giunge improvvisa e permane molto più a lungo, fluendo poi in una fase finale decisamente più ispirata rispetto a tutto il resto.
Ecco, probabilmente i Sectile dovrebbero partire proprio da questo lungo pezzo finale, anche per una maggiore varietà che possa interessare non solo gli heavy metal fans più oltranzisti ma anche quelli che apprezzano il prog-metal, nonostante anche in quest’ultimo genere sia ormai parecchio difficile sfornare qualcosa di davvero originale. Quanto qui proposto potrebbe essere ricondotto allo stile dei Leprous o a una sorta di Dream Theater molto giovani che ancora stanno decidendo che strada prendere, rigorosamente senza i tasti d’avorio che poi avrebbero invece caratterizzato il loro sound. Sarebbe lecito chiedere ai musicisti maggior varietà nella scelta stilistica… e magari tener presente che cantare costantemente su certi toni alti e indiavolati non è sempre apprezzabile. Almeno al di fuori di una ristretta cerchia di ascoltatori.

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Michele Merenda

SUBSIGNAL-A song for the homeless - Live in Rüsselsheim 2019 -Gentle Art Of Music -2020 -GER -Michele Merenda
SUBSIGNAL A song for the homeless - Live in Rüsselsheim 2019 Gentle Art Of Music 2020 GER

C’erano una volta i Sieges Even, band tedesca che dopo alcuni demo esordì con un techno-trash decisamente evoluto. Poi – grazie anche all’innesto via via di (finalmente) validi cantanti – lo stile di partenza si sarebbe evoluto in un prog-metal che non puntava sulla spettacolarizzazione e che, pur nella sua non semplice fruibilità, si poneva nel genere in questione come la vera e propria strada alternativa a tutti i cloni generati dal fenomeno Dream Theater. Sette album, che hanno visto anche sostanziali avvicendamenti; per un periodo anche quello del chitarrista fondatore Markus Steffen, assieme all’altro “dimissionario”, il cantante Arno Menses. Nel 1997 il gruppo madre avrebbe pubblicato l’ottimo “Uneven” con line-up rinnovata, in cui vi era sempre l’eccezionale sezione ritmica formata dai fratelli Holzwart. Nuova reunion nel 2005, altri due gran bei lavori, ma nel 2008.
Markus Steffen e Arno Menses formano i Subsignal, mentre i fratelli Holzwarth danno vita ai Brutal Godz con Uwe Lulis e Charly Steinhauer.
Rimanendo ai Subsignal, si può parlare di un neo-prog sicuramente ben suonato (non potrebbe certo essere altrimenti), che a tratti tende verso il prog-metal… e a quel punto non si può non pensare alla vecchia compagine. Sei gli album pubblicati dal 2009 al 2018, con questo live a Rüsselsheim che ne fa un discreto resoconto. In apertura è posta “Touchestones”, dall’album omonimo del 2011, il cui inizio atmosferico quasi da colonna sonora è spezzato da timbriche dure, solenni e congestionate, per l’appunto sulla falsa riga dei Sieges Even. Sensazione ancora più evidente ascoltando i controtempi che seguono l’intricato assolo di tastiere ad opera di Markus Maichel. Dal canto loro, il bassista Ralf Schwager ed il batterista Dirk Brand non saranno i fratelli Holzwarth, ma garantiscono sicuramente un apporto adeguato in tutte le varie esigenze ritmiche che si vanno man mano presentando. È il caso dell’immediatamente successiva “Ashes of Summer”, unico estratto da “The beacons of somewhere sometime” (2013), che sembra continuare a pestare duro ma che nei ritornelli melodici e negli intermezzi strumentali è chiaramente neo-prog. Bravo Arno Menses a dar colore con acuti mai inappropriati, ben supportato dai cori. La fase accattivante prosegue con “The Bells of Lyonesse” dall’ultimo “La muerta” (2018), ancora con Menses sugli scudi. Dal primissimo “Beautiful & monstrous” del 2009 vengono riproposte “The Sea” e “Walking with Ghosts”, entrambe ammantate da un’aura particolare. Nel primo caso fa la differenza il lavoro di batteria con gli arpeggi ed effetti di chitarra, a cui seguono fasi di basso pulsante e poi l’assolo creativo (seppur non molto lungo) di Markus Steffen, senza dimenticare il solito Menses nel finale; nel secondo pezzo citato, invece, c’è quasi un’atmosfera da zona nebbiosa, caratterizzata da improvvise dissonanze e controtempi che all’epoca stavano ancora a sancire la prossimità verso un passato abbastanza recente. Si riprende a riproporre l’ultimo album, suonando in sequenza “Even Though the Stars Don't Shine”, “The Passage” e la title-track. “Even…” ha quasi il sapore di un brano anni ’80, senza però quella pesante coltre effettata e sterile tipica del periodo, in questo caso sicuramente più solare. Il pezzo successivo pare ancora viaggiare con la spensieratezza, intramezzato però da un gran assolo ai tasti d’avorio e poi concluso da un altro di batteria. “La muerta” continua in stile neo, stavolta però la parte del leone a livello solista la fa Steffen. Tra i brani finali, ci sono da menzionare la title-track di “Paraíso” (2013) – dura e ritmicamente intricata, ma con ritornelli da stadio in visibilio, grazie al mattatore Menses – e la conclusiva “Paradigm” di nuovo dal loro esordio discografico. Un pezzo abbastanza tosto, con partiture tra una strofa e l’altra che sanno tanto di viaggio nella tempesta, ma che non rinuncia mai ai ritornelli scaltri e in cui Steffen si lascia piacevolmente andare.
La musica e i suoni risultano perfettamente equilibrati e tutta la band suona in maniera assolutamente organica, con il più volte citato Arno Menses che canta libero e aggiunge valore alla proposta. Oltre ai suoi acuti, occorre parlare nuovamente dei cori, basi su cui lo stesso vocalist può spaziare e volare alto. Si pone il dubbio se vi siano stati o meno dei ritocchi significativi in studio… Comunque, per gli amanti del neo-prog che tende alla durezza pur senza andare a ritmi eccessivamente veloci, questo sarà un piacevole ascolto. Probabilmente, per tutti gli altri, alla lunga potrebbe stancare, soprattutto se usufruito tutto di un fiato. L’album è dedicato alla memoria di Tiziana Flavioni e Teun Menses, quest’ultimo deceduto proprio nel 2020.

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Michele Merenda

VOLVOX-Universo expandido -Viajero Immovil Records -2018 -ARG -Antonio Piacentini
VOLVOX Universo expandido Viajero Immovil Records 2018 ARG

La seconda prova in studio dei Volvox, quartetto che proviene dall’area metropolitana di Buenos Aires, è estremamente godibile, mai sopra le righe in tutti la durata del disco. “Universo Expandido” è un lavoro totalmente strumentale che spazia dal progressive sinfonico allo hard prog fino ad arrivare alla fusion. Come capita per tutti i lavori strumentali, i quattro componenti hanno un ottimo background tecnico che viene mostrato in tutte le nove tracce di questo cd.
Gli sprazzi di vivacità e di originalità son dovuti quasi totalmente al lavoro chitarristico di Cristian Violante che, senza mai eccedere in virtuosismi esagerati, riesce attraverso molti cambi di stile a rendere più originale e colorato il tappeto sonoro creato dal bravo Marcelo Pijachi alle tastiere.
I cinquanta minuti di “Universo Expandido” rappresentano la lunghezza ideale per un lavoro esclusivamente strumentale. Né troppo corto, consentendo al gruppo di mostrare tutte le notevoli dote tecniche, né troppo lungo, rischiando di annoiare un ascoltatore non troppo attento.
Ricordiamo tra tutte le tracce “Otro dia en el infierno” dove echi jazzistici, a tratti addirittura gershwiniani, si mischiano a una base hard rock, permettendo alla sezione ritmica basso e batteria di ritagliarsi il proprio momento di gloria.
”Degeneración en generación - Parte II” è forse il momento più canonicamente progressive di tutto il lavoro, belle linee melodiche e bel lavoro chitarristico.
“Tiempo de cambios “è la traccia che apre il lavoro con una bella carica energetica ed è stata scelta dal gruppo per creare un videoclip che si può trovare sui social più importanti. Per qualcuno potrebbe risultare un brano troppo “ruffiano” e costruito ma la qualità comunque viene fuori alla distanza.
Concludendo, siamo di fronte a un gruppo che sa suonare, cosa non sempre scontata e come tutti coloro che conoscono i propri strumenti”; i Volvox sanno dosare bene il fragilissimo rapporto che c’è tra tecnica fine a sé stessa e melodie che possono risultare scontate.
Alla fine un lavoro più che discreto.

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Antonio Piacentini