
Numero del mese
Recensioni
| ATOMIC ROOSTER |
Circle the Sun |
Esoteric Antenna |
2025 |
UK |
Erano addirittura più di quarant’anni che gli Atomic Rooster non pubblicavano un disco in studio e precisamente dal 1983, anno di uscita di “Headline news”. C’era ancora Vincent Crane, ma il decesso di quest’ultimo nel 1989 sembrava aver messo fine alla storia del gruppo. Da allora sono stati realizzati diversi live inediti e numerose compilation, ma nel 2016 qualcosa si è iniziato a muovere. Risale a quella data, infatti, una reunion della band, avvenuta con il consenso della vedova Crane. La storia del gruppo è sempre stata turbolenta, con numerosi cambi di line-up, ma in quel momento il chitarrista Steve “Boltz” Bolton e il cantante Pete French, pur non essendo membri della primissima ora, prendono in mano la situazione e cominciano a far girare nuovamente il nome Atomic Rooster con una discreta attività live. Tra nuovi cambi di formazione, la perdita per strada di French e l’uscita di un singolo venduto solo ai concerti, si giunge al 2025 e alla pubblicazione di “Circle the Sun” per la Esoteric Antenna. Con Bolton impegnato anche alle parti vocali, troviamo il giovane talento Adrian Gautry (voce, organo Hammond, pianoforte, tastiere), che raccoglie la non facile eredità di Crane, Paul Everett (batteria) e Shug Spencer (basso), più Phil Wilson alle percussioni. Il nuovo album contiene dieci brani inediti, dura trentotto minuti e riprende alla perfezione quell’hard rock progressivo sanguigno che è sempre stato un marchio di fabbrica per gli Atomic Rooster. I pezzi sono concisi, ma ben costruiti, tra riff velenosi, il caldo suono dell’Hammond sempre sugli scudi, la chitarra acida al punto giusto, ritmiche solide. La vena dark non si è persa e non è mai eccessiva, divagazioni blues e psichedeliche non mancano, ma la produzione brillante fa capire che è un disco dei giorni nostri. Insomma, nostalgia degli anni d’oro sì, ma senza esagerazioni. Se qualcuno aveva timori di un ritorno raffazzonato e privo di quell’energia e di quella verve che caratterizzavano i lavori storici si dovrà ricredere. E molto è merito di Gautrey che sforna una performance maiuscola, omaggiando sì Crane nello stile, eppure sfoderando una personalità forte e impregnando ogni composizione col suo estro. Ma tutta la band è su di giri e convince pienamente con una prova solida. In definitiva, “Circle the Sun” è un ritorno che recupera una forte identità; gli Atomic Rooster non si reinventano, ma mostrano la voglia di consolidare il loro nome attraverso una proposta sonora in cui c’è ancora sudore, grinta e che è sorprendentemente vitale. Un lavoro che magari non sorprende, ma è credibile, sincero, cresce con gli ascolti, trascina dal primo all’ultimo minuto e valorizza lo spirito di un nome storico importante che a quanto pare ha ancora qualcosa da dire. |
Peppe Di Spirito |
| EVRAAK |
Requiem for lost tides |
Arcangelo |
2024 |
JAP |
I giapponesi Evraak avevano debuttato con un EP autoprodotto nel 2020, poi nel 2021 uscì il primo full-length omonimo, ristampato dopo due anni con una distribuzione migliore grazie all’etichetta italiana WormHoleDeath. Questi primi passi facevano intravedere delle potenzialità, ma erano ancora un po’ acerbi. “Requiem for lost tides”, seconda prova su lunga distanza del 2024, ci fa ascoltare una band molto più matura e che ha fatto un deciso salto di qualità. Pubblicato dalla Arcangelo, questo nuovo album non sposta di molto lo stile proposto, sempre legato a certe asprezze crimsoniane, con qualche puntata più robusta vicina a certo heavy-prog. Nell’apertura affidata a “Eclipse”, in realtà, si comincia con un coro ecclesiastico, ma dopo mezzo minuto il gruppo parte in quarta, con distorsioni chitarristiche ed un sax squarciante, sulla scia di certi King Crimson, ma in un formato più moderno. Cambi di tempo a go-go, intrecci articolati, ma non manca qualche oasi più melodica quando interviene la cantante (in madrelingua). Questa prima traccia si protrae per quasi dodici minuti e mette subito in chiaro le cose, mostrando gli Evraak grintosi, tecnici e ispirati. Nel prosieguo, con “Fata Morgana”, la musica si fa più veemente, mantenendo intatte le spinte virtuosistiche; “Sanctuary” recupera le caratteristiche dell’opener; “Call of hierophany”, parte con un piano classicheggiante e dark, dopo un po’ contrappuntato dalla chitarra elettrica, poi pian piano la sezione ritmica spinge verso un progressive rock che tra melodie, dissonanze e aggressività è pronto anche ad incursioni verso certo jazz-rock. Quello che colpisce maggiormente in questi quattro brani è la capacità della band di impegnarsi continuamente in molteplici variazioni senza perdere minimamente il filo logico in composizioni costruite alla perfezione. C’è poi il vero pezzo forte, rappresentato dalla composizione che dà il titolo al disco, pièce de résistance di quasi diciassette minuti. L’inizio è molto delicato, con pianoforte e voce, l’entrata di basso e batteria mantiene quest’indirizzo romantico, chitarra e sax, poi, portano nuove tinte cremisi. Poco prima dei sei minuti c’è uno stacco e il pianoforte introduce una breve sezione per chitarra elettrica e voce; entrano in seguito lenti ritmi quasi marziali e verso gli otto minuti un’esplosione solenne guidata dal sax ed un crescendo di intensità emozionante. Un nuovo break c’è verso i nove minuti e mezzo e qui inizia una parte recitata accompagnata da docili e reiterati arpeggi di chitarra, un basso ipnotico ed un drumming à la Michael Giles. Si va ancora in crescendo, con gli ultimi due minuti altisonanti ed esaltanti. Il disco si chiude con “Enkei”, leggermente sperimentale, con partenza docile grazie al cantato, al pianoforte effettato in sottofondo, alla chitarra distorta in secondo piano, in un secondo momento i ritmi si fanno stravaganti e si aggiunge un sax che viaggia libero, mentre nel finale si ascoltano le onde del mare. Un gran bel disco, costruito e suonato con estrema perizia, che merita un giudizio estremamente positivo, anche se chi ha difficoltà ad approcciarsi al cantato in giapponese potrebbe avere qualche difficoltà nelle parti cantate e recitate. |
Peppe Di Spirito |
| IQ |
Dominion |
Giant Electric Pea |
2025 |
UK |
Ormai gli IQ sembrano essersi instradati verso un percorso molto chiaro: hanno raggiunto una maturità con la quale continuano a portare avanti quel new-prog partito dagli anni ’80 e che nel ventunesimo secolo viene eseguito con schemi consolidati, continuando a raggiungere risultati apprezzabili. La band britannica non vuole più sorprendere, vuole rassicurare, vuole essere fedelissima al proprio stile e vuole comunicare attraverso un linguaggio sonoro che i fan e i musicisti stessi conoscono a menadito. “The unknown door” è la suite che apre il nuovo album “Dominion” e che ne rappresenta il pezzo forte. La partenza è fortemente sinfonica, con le tastiere solenni a dare una bella spinta classicheggiante. Dopo un minuto la voce sofferta di Nicholls inizia a mostrare un alone malinconico che si manterrà per tutta la durata della composizione. Il pianoforte offre un ulteriore tocco di eleganza e per oltre tre minuti si prosegue con questo andamento austero. Solo verso i tre minuti e mezzo entrano timidamente la sezione ritmica e la chitarra e dopo un ulteriore minuto c’è l’esplosione vera e propria che ci fa immergere nel più classico sound portato avanti dal gruppo dagli esordi ad oggi. È, quindi, un new-prog che non si smuove dallo stile con il quale si sono fatti apprezzare gli IQ nel corso degli anni. Ci sono i soliti interscambi tra chitarra e tastiere, i soliti cambi di tempo, le solite melodie aggraziate, la solita atmosfera dark, i soliti spunti solistici di bell’effetto, il solito passaggio un po’ più duro inserito al momento giusto. Tutto già sentito, eppure tutto funziona benissimo al punto che questi primi ventidue minuti e mezzo sembrano volati in un baleno. A seguire, c’è una breve ballad raffinata (“One of us”) che stempera un po’ i toni; poi gli altri tre brani in scaletta sono più di “ordinaria amministrazione”, per così dire. Nel senso che non raggiungono la qualità della suite, ma nemmeno deludono, mantenendosi su standard sicuramente apprezzabili. Giusto in “Far from here” si cerca qualche soluzione leggermente più particolare, con qualche spinta un po’ più heavy ed un pizzico di elettronica non troppo invadente. Eppure, anche in questa occasione, si avverte quel senso di forte identità che non fa perdere la coerenza stilistica mostrata. Confermate in pieno, quindi, le buonissime sensazioni che aveva già trasmesso il precedente “Resonance”: nessuno scossone e nessuna deviazione, proposta immediatamente riconoscibile, ottima produzione e qualità buona della musica, per la gioia dei fan che agli IQ non chiedono nulla di diverso. |
Peppe Di Spirito |
| MIGUEL KERTSMAN |
Paradoxes |
Aurua Sounds |
2025 |
BRA |
Nato in Brasile, ma statunitense di adozione, Miguel Kertsman da New York è attivo da tanti anni con svariati progetti. Compositore, tecnico del suono, produttore, tastierista, ha legato il suo nome a tantissimi lavori che spaziano dalla classica contemporanea (la sua musica è stata anche eseguita dalla London Philharmonic Orchestra) alla fusion, dalla world music alle colonne sonore per film e videogiochi e tra le numerose esperienze non mancano capatine in ambito prog. Prendiamo il suo ultimo disco intitolato “Paradoxes”, concept album incentrato sulle tastiere e sul talento di Kertsman, principale protagonista, anche se ha chiamato a sé altri musicisti a dargli man forte con batteria, chitarre, basso e parti vocali. Tredici le composizioni presenti ed oltre sessantasei minuti la durata totale del cd. Se nella parte iniziale del brano d’apertura “Enclosed pathways” siamo assaliti da effetti elettronici e d’atmosfera come introduzione, dopo quasi un minuto e mezzo arriva l’esplosione che spinge subito verso classici territori sonori cari agli Yes. Quindi intrecci strumentali, cambi di tempo e tecnica in bella mostra, ma sono le tastiere ad emergersi fin da subito come protagoniste principali. Durante l’ascolto queste caratteristiche restano praticamente immutate in ogni pezzo. Kertsman suona piano, organo a canne, clavicembalo, sintetizzatori e tastiere analogiche, spaziando tra mellotron, Minimoog e Prophet 10, per il piacere di chi si lascia sempre ammaliare da certe sonorità vintage. Poi ci sono una serie di postludi più classicheggianti con pianoforte in evidenza (“Letting go”, “Waterverse” e “Nostalgic future”, mentre “De-clocking”, che chiude il disco, ha toni più ambient), o situazioni in cui può venire in mente più il Wakeman solista (“Still currents”, “Fanfare in quietude”), o, ancora, qualche soluzione melodica vagamente floydiana (“Red blue sky”), ma di base resta un prog sinfonico molto classico. Da segnalare che nel cd sono presenti due bonus tracks, che sono delle versioni editate di due brani in scaletta. Nel complesso si tratta di un album valido e interessante, nel quale Kertsman mostra senza indugio le sue doti di compositore ed esecutore. Certo, non stiamo parlando di qualcosa di sconvolgente, perché siamo di fronte pur sempre ad un lavoro molto derivativo, che prende molte cose “in prestito” dagli anni ’70, ma la gradevolezza d’ascolto resta alta. |
Peppe Di Spirito |
| PÄR LINDH PROJECT |
Nagelfar |
Crimsonic Label |
2025 |
SVE |
Quinto disco del Pär Lindh Project, Nagelfar prende il nome dalla mitologia norrena: è una nave infernale costruita con le unghie dei morti. Quando la sua costruzione verrà completata avrà inizio il Ragnarǫk, cioè la fine del mondo. Qualche analogia c’è con la carriera di Pär Lindh, fra i padri del prog scandinavo, perché Nagelfar è inteso come il suo ultimo addio al prog e ai suoi fans. Sicuramente l’album, registrato nei Crimsonic Studios di Enköping, è molto retrospettivo e dichiaratamente ancora influenzato da ELP e a loro dedicato. L’ispirazione compositiva di Pär ha avuto un primo intenso periodo con i primi (notevoli) tre dischi del suo Project in sette anni, che considerando anche le tre positive collaborazioni “soliste” con Björn Johansson (comprendendo anche Discus Ursi), diventano sei dischi in dieci anni. Poi dal 2001 solo due dischi del PLP: nel 2011 Time Mirror, il più debole, e quattordici anni dopo ecco Nagelfar: un silenzio molto lungo, in cui il prog è cambiato: il genere sinfonico-strumentale non è più quello centrale, anche se sta avendo nell’ultimo periodo dei sorprendenti successi, per esempio con Lars Fredrik Frøislie. Intanto in questi 34 anni dall’inizio della Scandi prog wave, oggi la maggior parte dei gruppi di quella generazione è sciolto (Landberk), in fase dormiente (Änglagård), o pubblica musica con tempi molto rarefatti (Anekdoten e White Willow). Nell’album figurano collaboratori storici di Pär, come Mattias Olsson, che fece parte anche del primo PLP “Gothic Impressions”, William Kopecky e Svetlan Råket, oltre alla compianta Magdalena Hagberg, ed una quantità smisurata di batteristi: ben sei per nove tracce totali, contando anche lo stesso Pär che suona la batteria. In Nagelfar c’è materiale nuovo, alternato a materiale di archivio come le due belle cover emersoniane: la “Jerusalem” nella versione di Parry, e la danza dei cavalieri tratta dal Romeo e Giulietta di Prokofief, nota anche come Montagues and Capulets. La suite che dà il nome all’album ha molti elementi di qualità: atmosfera, sound vintage, potenza, mistero, ma con i suoi “soli” 13 minuti non sembra pienamente sviluppata, o forse quella di mantenere il brano entro tale durata è una libera scelta artistica del Maestro Lindh. “Very Nice” è chiaramente ispirata ai Nice e al rimpianto di Pär per non essere riuscito a riformare la ex band di Emerson in un esperimento del 1995 senza successo. Momenti di pura melodia per “Splendid View” e “I Believe”, mentre si ripiomba nel 1977 con “Tres Vieux Jeu”, con imponenti suoni brass, molto probabilmente dello Yamaha GX1, che Lindh vanta nella sua importante collezione di tastiere analogiche. Si va ancora più indietro nel tempo con “Medieval Dream”, un solo di clavicembalo con una serie di variazioni di “Greensleeves”, che la leggenda vuole composta da Enrico VIII d'Inghilterra per la sua futura consorte Anna Bolena. Nel disco, ancora un altro riferimento al maestro ispiratore: un ragtime con “Pubcrawl”. Il giudizio complessivo sul progetto è positivo, ma l’operazione avrebbe avuto maggior successo se intanto Pär non fosse quasi scomparso dalle scene, con un lungo silenzio di 14 anni e l’ultimo concerto all’estero ormai circa 18 anni fa. Vanno qui menzionati gli ottimi lavori classico-sinfonici di Pär, pubblicati nel 2018 sempre per la sua etichetta Crimsonic: “25 Pieces For Organ Harpsichord & Piano” con composizioni sue e di Bach, Scarlatti, Beethoven, Brahms e altri, e “Three Christmas Concertos”, con un suo concerto barocco in quattro movimenti, proposto insieme ai due classici concerti di Natale di Manfredini e Corelli. |
Sergio Lombardi |
| SBB |
Zwiastun dobrej nocy |
Gad Records |
2025 |
POL |
Continuano le ristampe da parte della Gad Records di materiale degli SBB edito originariamente sui box set “Lost tapes”, da tempo fuori catalogo. Stavolta è il turno di “Zwiastun dobrej nocy” che raccoglie i contenuti di quello che nel primo cofanetto era il primo cd, all’epoca denominato “Impresje”. Si tratta di incisioni risalenti al gennaio del 1975. Nel 1974 la band era stata molto impegnata con l’attività live e con la realizzazione del debutto discografico e il nuovo anno si apriva già con l’impegno per la produzione del secondo lavoro “Nowy horyzont”, ma Jozef Skrzek, Apostolis Antimos e Jerzy Piotrowski non esitarono a entrare negli studi di registrazione della Katowice Radio per queste session recuperate e pubblicate solo diversi decenni dopo. Era stata la WFDiF a commissionarle, visto che, occupandosi di documentari, film e serie TV, cercava nuova musica per l’accompagnamento dei suoi programmi. I risultati degli SBB furono così apprezzati che il trio fu invitato in seguito per nuove sessions. Gli undici brani presenti nel cd sono abbastanza variegati nello stile. Ci sono pezzi molto sanguigni e esuberanti, come “Dia egona”, “Pamietnik rudigera”, “Zwiastun dobrej nocy”, la lunga cavalcata “Wyatek z “Wolnosci” e “Obciety”, carichi di quella esuberanza che era caratteristica anche dei contenuti dell’esordio (che, ricordiamo, era un live), con ritmi intensi, il suono sporco del sintetizzatore Davoli e una bella chitarra distorta. “Impresje”, l’intimismo di “Kala” tra una chitarra leggera e percussioni ad accompagnare, “Motyw popoludniowy” (che è una primissima versione di “Going away”) sono momenti in cui si respira un po’, con tempi più lenti e spunti melodici che non fanno perdere minimamente l’identità della proposta. “Dziwne zwierze” è l’unico brano cantato, ma è un curioso esperimento in cui le parti vocali vengono effettate con il wah wah. Splendido il crescendo conturbante di “Szalony grzes”, già testata dal vivo in quel periodo, con un inizio minaccioso d’atmosfera e una bella impennata dove spicca il gran lavoro alla chitarra di Antimos, che non solo si esibisce in un solo fantastico, ma “gioca” anche sperimentando con quei pochi effetti a disposizione per il suo strumento, mentre il synth di Skrzek rende più roboante il finale. Il pezzo da novanta è rappresentato da “360 od tylu” (curiosamente recuperato e riarrangiato in quello che è attualmente l’ultimo disco in studio della band, “Za linia horyzontu” del 2016), quasi quattordici minuti fantasiosi e brillanti nella loro alternanza di parti solistiche. Anche grazie a qualche citazione di temi vecchi e con piccole anticipazioni del futuro, si tratta di sessantuno minuti inediti di gran valore, da annoverare sicuramente tra le gemme migliori dei succitati cofanetti “Lost tapes” e che fotografano un momento di iperattività e di grande creatività della più importante prog band polacca. Per cui, se vi eravate persi i cofanetti, questa è una ghiottissima occasione per rimediare. |
Peppe Di Spirito |
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