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WICKED MINDS Visioni, deliri e illusioni Black Widow 2011 ITA

Dopo due belle prove come “From the purple skyes” (2004) e “Witchflower” (2006) edite sempre sulla label genovese Black Widow, i Wicked Minds immettono sul mercato un lavoro che può essere sicuramente definito ambizioso… e rischioso allo stesso tempo. I tribute album, come quest’ultima fatica, lo sono sempre. Anche perché, la maggior parte delle volte si finisce per dire: “Tanto valeva ascoltare gli originali”.
In realtà, “Visioni…” (grande già dal titolo) non è un semplice tributo, bensì IL tributo al progressive italiano degli anni ‘70; un’operazione che dovrebbe servire come esempio a tutti coloro che desiderano cimentarsi in lavori del genere o che intendono semplicemente inserire delle cover nei propri album. Quando si eseguono pezzi altrui, infatti, è facile imbattersi in mere copie (ecco quindi il consiglio di ascoltarsi i pezzi originali) oppure in rifacimenti che non hanno nulla a che vedere con la matrice principale, magari nascondendo evidenti limiti degli esecutori. I nostri, invece, prima di tutto rispettano le composizioni e poi ci mettono del proprio (grazie, comunque, ad un enorme bagaglio tecnico).
Eppure questa band aveva iniziato a suonare metal estremo… Pare che un concerto degli americani Monster Magnet li abbia fatti interessare a ben altre scene ed altri contenuti. Così, un gruppo che ora sembra parecchio influenzato dallo hard rock enfatico degli Uriah Heep, ma che ha il merito di smussarne l’eccessiva teatralità che ad oggi sarebbe anacronistica, pone l’accento sulle parte maggiormente prog del proprio stile e con una buona produzione (che sa tanto di analogico e vintage) rende attuali grandi classici della scena nostrana. Ma non solo, ad impreziosire ancor di più il progetto è d’obbligo registrare la presenza di numerosi ospiti importanti, molti dei quali erano i protagonisti diretti di quei brani e che in questa sede reinterpretano loro stessi.
I pezzi sono stati elaborati tra il 2007 ed il 2010, periodo in cui vi sono stati un paio di cambi line-up. Al posto del batterista Andrea Concarotti oggi c’è Ricky Lovotti, mentre la tanto bella quanto brava Monica Sardella sostituisce il vocalist J.C. Cinel, che con la sua timbrica era diventato un marchio di fabbrica della band. Ecco perché i quattro musicisti citati sono comunque tutti presenti nell’album; anzi, Cinel canta addirittura su quattro pezzi e la Sardella su tre.
La strumentale “Caronte I” dei The Trip è la degna introduzione, con un lavoro d’organo di Paolo “Apollo” Negri che conferma il tastierista come degno erede di Joe Vescovi. La versione suona meno arcana rispetto all’originale, ma sicuramente più potente. Andando in ordine sparso, possiamo citare “L’Uomo” degli Osanna con Lino Vairetti alla voce o la bella “Figure di Cartone” delle Orme, con il canto di Aldo Tagliapietra. Nel primo caso non vi sono più i fiati, sostituiti da tastieroni settantiani ed incisivi interventi di chitarra del sempre ottimo Lucio Calegari; nel secondo, tratto dallo storico “Uomo di pezza”, l’ennesimo commento sonoro di Negri impreziosisce un brano già di per sé molto bello, assieme ad un ottimo arrangiamento ritmico.
“Dio del silenzio” dei Delirium (unico brano del ’74, tutti gli altri vanno dal ’70 al ’73) ospita Martin Grice al flauto e al sax, il cui pregevole intervento fa il paio poi con l’ottimo assolo di Calegari, il quale, con le sue pause ad effetto, conferma come la musica sia fatta anche di silenzi.
Siccome la scelta precisa del gruppo è di fornire un prodotto che non sia mai banale, ecco spuntare la voce di Sophya Baccini dei Presence in “Io, la strega” dei Circus 2000 e addirittura in “La prima goccia bagna il viso” dei New Trolls! Se nel primo brano la scelta, anche per la figura della Baccini, appare naturale (forse sarebbe stato davvero troppo scontato chiamare la diretta interessata, Silvana Aliotta), nell’altro nessuno se lo sarebbe potuto aspettare. La cantante napoletana ben si adatta ad una versione decisamente più lirica, capace di raggiungere delle note altissime, cosa che nell’originale sembrava parecchio sforzata. Ma la preparazione tecnica dei ‘Trolls era comunque molto alta, quindi si tratta di un gran bel duello tra i due gruppi (ancora una volta eccellenti gli assoli). Forse, però, la Baccini nelle sue esecuzioni risulta a volte troppo tecnica; per questo la prova della nuova cantante della band appare completa in ogni senso: energica, grintosa, limpida e soprattutto comunicativa. La Sardella canta in “Un posto”, brano del periodo Hendrixiano del Balletto di Bronzo, facendo nettamente capire da quale retroterra possano provenire band attuali come Il Bacio della Medusa; si ripeterà in “Un villaggio, un’illusione”, gran bella canzone di Quella Vecchia Locanda, qui spogliata dagli elementi folk, dal violino e dal flauto, per essere resa in una versione hard prog modello Atomic Rooster dei tempi d’oro, con un buon lavoro del bassista Enrico Garilli.
In “Zarathustra” dei Museo Rosenbach, perfetta sintesi dello storico concept, canta proprio Stefano “Lupo” Galifi, facendo rivivere le stesse emozioni di quell’album seminale, mentre in “Dentro me” dei Dietro Noi Deserto, l’assolo di chitarra è eseguito da colui che ne era la mente, cioè quell’Antonio Bartoccetti che sarebbe diventato famoso per essere il leader di formazioni oscure come Jacula ed Antonius Rex. Un solismo davvero evocativo, incisivo e ben studiato.
Rimangono da citare il medley “Un’isola/Illusione da poco/Clessidra” dei Nuova Idea e “Farfalle senza pois” dei Gleemen, pre-Garybaldi, in cui l’ex J.C. Cinel, che ci aveva abituato sempre ai cantati in inglese, mostra tutta la sua comunicatività anche nella nostra lingua.
Dulcis in fundo, si conclude con un altro medley eccellente: “La carrozza di Hans/Impressioni di settembre” della Premiata Forneria Marconi. La prima parte vede ancora protagonista Monica Sardella alla voce, accompagnata da un’ottima interpretazione dell’intera band; la seconda, invece, si snoda lungo la storica melodia portante del brano, andando poi a variare su un tema che incredibilmente ne sembrerebbe la naturale evoluzione. Un’operazione a prima vista quasi dissacrante ma che invece riesce a meraviglia, con l’ennesima ottima prova di Neri e Calegari, per un finale da applausi a scena aperta (peccato solo che non ci fosse nessun ospite della PFM).
Che dire ancora? L’immagine di copertina è meravigliosa e ricorda tanto i bei vinili di una grande etichetta come la Vertigo, in modo particolare l’album degli Affinity, e questo già spiega tante cose. Certo, si potrebbe dire che manca un brano del Banco, ma forse Di Giacomo & c. non hanno mai avuto uno stile consono ai Wicked Minds. Magari mancano altri, come Il Biglietto per l’Inferno o i Cervello, ma si spera che tra qualche anno, tra un album e l’altro, possa esserci anche un secondo capitolo.
Fate vostra questa fatica, ne vale la pena. È uno di quei rari casi in cui bisogna iniziare un processo in senso contrario, cioè dalla fine. Infatti, se ancora non li conoscete, vi verrà voglia di andare ad ascoltare gli originali e scoprire quel glorioso mondo che fu la scena progressive italiana.


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Michele Merenda

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