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INDREK PATTE Thank and share Strangiato Records 2014 EST

Il nome di Indrek Patte è scritto a caratteri indelebili nella storia del Progressive Rock Estone, terra che, lo ribadisco volentieri, ha una grande tradizione alle spalle in questo ambito musicale. Sua è la voce nello storico album dei Ruja “Kivi veereb” (1987) ed sempre lui a ricoprire il ruolo di cantante solista nei leggendari quanto underground Linnu Tee. Nel 2011 Indrek è tornato a sorpresa col suo primo album solista, “Celebration”, rivelando uno stile sinfonico ed assai moderno col quale ha dimostrato di avere sì una profonda ammirazione verso i classici del passato ma anche di essersi brillantemente aggiornato sulle ultime evoluzioni del nostro non genere musicale.
La scena estone appare in questo nuovo lavoro come un ricordo ben presente ma decisamente lontano che si pone al livello più profondo delle radici di un album che è molto più vicino a Neal Morse o ai Flower Kings che ad altro. Indrek torna ovviamente a coprire un ruolo centrale: oltre ad una voce molto piacevole ci offre infatti un apporto tastieristico a dir poco rigoglioso, con una performance scenografica e virtuosistica, e suona inoltre la chitarra acustica e a 12 corde ed il mandolino. Alla sua corte ci sono poi diversi ospiti, alcuni dei quali davvero illustri, come il chitarrista Kalle Vilpuu, ex Pantokraator e Ultima Thule, anch’egli uscito di recente con un suo disco solista intitolato “Silver Lining”, Raul Jaanson, ex Linnu Tee, anch’egli chitarrista, e Robert Jürjendal, altro chitarrista con innumerevoli progetti alle spalle, fra i quali menzioniamo i Fragile ed il Weekwnd Guitar Trio. Che non vi salti però in mente che questo sia un album dominato dalle chitarre! Le chitarre ci sono e come ma i vari axemen si alternano di traccia in traccia fornendo brillanti spunti solistici e non ammassandosi mai in un contesto musicale sempre arioso ed assai melodico. Mi pare giusto a questo punto completare la rassegna degli ospiti con Andrus Lillepea e Jüri Mazurtshak alla batteria, Vladislav Reinfeldt al basso e alla chitarra, Hendrik Soon al violino e alla chitarra (tanto per cambiare), Priidik Soon al flauto e, per finire, Edward Soon al violoncello.
Non posso dire che l’album si apra nel migliore dei modi: “Light Ship” sfoggia riferimenti fra i Boston e Bon Jovi con atmosfere impregnate di un trionfante ottimismo. Si innestano in questo ambito castelli di tastiere che possono ricordare gli Asia ed il pezzo trotterella su un ritmo regolare con i suoi canonici ritornelli, le strofe e gli assoli di chitarra piazzati al punto giusto. Indrek non è nuovo a questi exploit tutti all’insegna dell’AOR e se siete amanti del genere direi che potreste trovarvi a vostro perfetto agio. Fra gli episodi più sfacciati posso inoltre citare “Promises”, un brano sgargiante, tirato e radiofonico, che ricorda un po’, se mi passate il termine, il “pomp” degli Styx. Ma non è qui, secondo me, che l’artista trova la sua massima realizzazione: “Dance in Livland”, ad esempio, è qualcosa di tutt’altro spessore. Il mandolino in apertura ha quasi un sapore rinascimentale e le sue corde risuonano libere e limpide, come se avessimo l’orecchio delicatamente poggiato alla sua cassa armonica. La sua stessa melodia viene ripresa dal violino e dagli altri strumenti ed ecco che il brano si apre in un melodico prog sinfonico, con tanto di Mellotron sullo sfondo. Le incursioni tastieristiche alla EL&P sopraggiungono a vivacizzare il tutto, con lunghe concatenazioni di assoli e sequenze melodiche classicheggianti.
In fin dei conti gli arrangiamenti sono un po’ ovunque leggeri ed ammiccanti ma quando le tastiere prendono il sopravvento controbilanciano questa fruibilità di massima con il loro generoso virtuosismo. Fra i pezzi più particolari troviamo senz’altro “In memories”, uno strumentale solenne col flauto e tastiere dal sapore quasi liturgico, mentre colpisce per la sua delicatezza “In your arms”, una ballad priva di percussioni, con un violoncello sognante. Riferimenti più mirati agli Yes, ma con un retrogusto marcatamente anni Ottanta, li troviamo invece in “The Servant Soul”. Gli stessi sapori si percepiscono più o meno in “Heaven’s Truth” con le sue colate di Moog ed i disegni melodici ben delineati. La conclusiva “Share” infine può ricordare qualcosa dei Rush. Insomma è difficile che ritroviate qui dentro qualcosa che non abbiate mai sentito altrove ma non fate comunque l’errore di banalizzare troppo un album che cerca di conquistare gli ascoltatori con un linguaggio sì semplice ed edulcorato ma che è e anche frutto di grande esperienza e perizia.


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Jessica Attene

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