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LUCIFER’S FRIEND Awakening Lucifer’s Records 2015 GER

A distanza di oltre quarant’anni dal loro esordio, i Lucifer’s Friend si riformano e tornano con un doppio che comprende una raccolta più quattro nuove canzoni. Una storia da raccontare, la loro. Correva l’anno 1969 ed il cantante inglese John Lawton, dopo un tour con la sua vecchia band chiamata Stonewall, decideva di trasferirsi in Germania. Sarebbero accadute diverse cose importanti nella sua vita, come ad esempio l’incontro con la futura moglie ad Amburgo, che lo avrebbero convinto a stabilirsi nella vecchia Alemagna in pianta stabile. Qui conosce un gruppo di musicisti, con i quali si sarebbe inteso praticamente al volo. Vengono fondati gli Asterix e nel 1970, dopo un 45 giri in cui lui non compariva, ecco la pubblicazione del primo album omonimo. Un hard rock non particolarmente fantasioso, anche se oggi risulta molto ricercato. In quel periodo i compagni d’avventura di Lawton compaiono in diversi progetti, spesso e volentieri tutti al completo: Brother T & Family, Electric Food (per un motivo o per un altro, autentico crocevia per diversi musicisti tedeschi dell’epoca), Pink Mice, tutti preceduti dagli Hell Preachers Inc. nel 1968…
In quel fatidico 1970, il nome viene cambiato in Lucifer’s Friend. Tematiche oscure che in futuro avrebbero anche influenzato il doom metal, vertendo su una musica vicina ai Deep Purple e agli Uriah Heep, magari in forma più grezza. Presenti richiami anche ai Led Zeppelin e ai Black Sabbath, con un moniker che li avrebbe marchiati per sempre, nel bene e nel male (inevitabile l’accostamento al satanismo, anche se del tutto fuori luogo). Da lì in poi, il loro stile sarebbe cambiato praticamente ad ogni album. Nel 1976, sorpresa delle sorprese: John Lawton torna in patria e lascia il gruppo. Era stato infatti chiamato a sostituire l’ingombrante figura di David Byron proprio negli Uriah Heep.
Doppio album, si diceva. Il primo dischetto contiene dieci pezzi nuovamente masterizzati (in tal senso, si sarebbe potuto fare di meglio…), che a detta del gruppo sono stati votati sul web dai propri fans. Una scelta che ha portato ad una pubblicazione decisamente sbilanciata verso il primo lavoro, da cui vengono estrapolate e piazzate di seguito in apertura la nota “Ride The Sky” che apriva con forza proprio quell’album, “In The Time Of Job”, “Keep Going” e soprattutto la bella “Toxic Shadows”. Da “Where the groupies killed the blues” dell’anno seguente, dai contenuti più psichedelici, viene chiamata in causa la sola “Burning Ships”, che qui diventa la ballatona con cui poter rifiatare, cantata alla grande da Lawton e con un bel finale ad effetto. Si passa di colpo al quinto e complesso “Mindexploding” del ’76, con “Fugitive” e “Moonshine Rider”. Ultimo lavoro nei Seventies assieme al cantante albionico, che per alcuni consiste in una specie di accostamento tra i due album che lo avevano preceduto. “Dirty Old Town” è un passo indietro nel tempo, al quarto “Banquet” del 1974, lavoro che ha spaccato la critica. Per alcuni il loro punto più alto, con sezione fiati e numerosi ospiti, che tramite dei pezzi lunghi richiama realtà come Chicago o Traffic (con un pizzico di Santana); per altri, il momento in cui il vecchio sound era sparito definitivamente e quindi da non prendere in considerazione. Constatato che il terzo “I’m Just A Rock & Roll Singer” (1973) è stato saltato a piè pari, si chiude con “Fire And Rain” e “Hey Driver” da “Mean machine”, che nel 1981 sancì il ritorno di John Lawton.
Il secondo cd, contenente materiale nuovo di zecca, si apre con “Pray”, una sorta di “Ride The Sky” dei giorni nostri, memore comunque dei viaggi nei vari territori musicali eseguiti durante tutto l’arco della carriera. Seguono le più cadenzate “Riding High” e “Did You Ever”. Più ritmata la conclusiva “This Road”, confermando l’apertura verso un certo rock radiofonico americano, comunque sempre dignitoso, che però necessiterebbe di una produzione molto più dinamica. Della formazione originaria, oltre al singer inglese, restano lo storico chitarrista Peter Hesslein (qui anche alle tastiere; Peter Hecht non ha desiderato continuare) ed il bassista Dieter Horns. Le pelli passano a Stephen Eggert (il vecchio batterista Addi Rietenbach era purtroppo già defunto nel 1974).
Che dire? Sicuramente bentornati, ma si consiglia vivamente di andarsi ad ascoltare i primi cinque album, che presentano nel loro complesso ottimi pezzi qui tralasciati. C’è però da riconoscere a questa raccolta la potenzialità di poter suscitare parecchia curiosità a chi ancora non li conoscesse…



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Michele Merenda

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