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SEVEN STEPS TO THE GREEN DOOR Fetish Progressive Promotion Records 2015 GER

Sembra che in Germania si stia delineando un movimento prog in cui diverse band e progetti si trovano a intrecciare legami in continuazione, con musicisti pronti a lanciarsi in più avventure contemporaneamente o a collaborare con altri colleghi. Gruppi come Project Patchwork, Toxic Smile, Flaming Row, Cyril e Seven Steps To The Green Door sono lì a dimostrarlo e la Progressive Promotion Records è sempre pronta a supportarli con nuove pubblicazioni in cd. Prendiamo quest’ultima fatica dei Seven Steps To The Green Door, la quarta della loro carriera; si tratta di un lavoro catalogabile sicuramente nell’ambito del new-prog, eppure riesce ad essere qualcosa di ben diverso da un clone delle opere storiche di Marillion e soci, probabilmente proprio per merito delle varie esperienze che hanno nel curriculum i musicisti del gruppo e i numerosi ospiti che hanno partecipato alle registrazioni. Il nucleo dei Seven Steps To The Green Door è formato da Marek Arnold (piano, tastiere, sax, flauto), Ulf Reinhardt (batteria, voce recitata), Martin Schnella (basso, chitarre, voce) e dai cantanti Lars Köhler e Anne Trautmann, ma, come accennato, sono tanti gli ospiti intervenuti, con molti vocalist presenti. E veniamo ai contenuti, partendo dalla prima traccia “Possible delayed”, brevissima, con trentanove secondi di armonie vocali in cui i tedeschi strizzano l’occhio ai Gentle Giant prima di cedere il passo a “Porn!”, caratterizzata dall’alternanza tra tempi bizzarri e linee melodiche più accattivanti, in cui si intravedono sia un spinta new-prog, sia squarci di Van der Graaf Generator quando interviene il sax. “Still searching” è un altro brano emblematico del modo in cui si propongono i Seven Steps To The Green Door: un orientamento new-prog marillioniano che occupa la maggior parte dei quasi dieci minuti della composizione, ma anche una parte centrale in cui si passa da nuovi incastri vocali à la Gentle Giant (e qui “Knots” e “On reflection” sono ancora più vicine), a un intermezzo di piano classicheggiante per poi accelerare improvvisamente e rientrare nei canoni iniziali fino al finale epico. Le spinte più dure e tecniche di “Inferiour” e “Imprisoned” non sfociano in un banale prog-metal, mentre “Bound in chains”, “Last lullaby” e “Set in motion”, con i loro minutaggi elevati non fanno altro che confermare quanto avevano già dimostrato le tracce precedenti e cioè la capacità del gruppo di inserire, in situazioni dalla base new-prog, elementi di varia natura, spaziando da richiami alla maestosità di Emerson, Lake & Palmer a melodie floydiane. La suite di sedici minuti “Ordinary maniac”, con il suo rock sinfonico classico infarcito di cambi di tempo e di atmosfera, è la ciliegina finale di un album che appare convincente e in alcuni frangenti con intuizioni davvero pregevoli, nonostante si intravedano dei difetti risiedono in una prolissità che porta “Fetish!” a sfiorare gli ottanta minuti e in quella che sembra una pretenziosità, tra tecnicismi e soluzioni compositive che sembrano a volte autocompiacenti, in cui si ha quasi l’impressione che i musicisti pensino innanzitutto a mostrare la propria bravura sia a livello di composizione che di esecuzione. Proprio la lunga durata del lavoro tende a far calare l’attenzione man mano che l’ascolto va avanti, ma tirando le somme si può dire che i Seven Steps To The Green Door hanno sfornato un disco ispirato e, nel complesso, valido.



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Peppe Di Spirito

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