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URIAH HEEP Totally driven Uriah Heep Records 2015 UK

Difficile riuscire a parlar male degli Uriah Heep. Per la loro storia, per la loro importanza e influenza musicale, per la loro longevità sulle scene.
Difficile non riconoscerne l’importanza al livello delle band storiche degli anni 70, perché gli Uriah Heep non avevano (e non hanno) nulla da invidiare a mostri sacri come i Deep Purple, Black Sabbath, etc etc.
Gli Uriah Heep, fregandosene altamente di mode e classifiche, hanno nel corso della loro carriera mantenuto una loro integrità musicale anche cambiando varie volte le formazioni, non risparmiandosi mai in tour che hanno toccato svariate volte i quattro punti cardinali del globo terrestre.
Difficile riuscire a parlarne male anche quando mandano in stampa (autoproducendosi) una compilation di ventisette brani storici, sotto il nome di “Remaster”, con in pratica tutti i classici della band (anche se qualche chicca è rimasta fuori) uscita nel 2001 dopo “Acoustically Driven“ e “Electrically Driven” ma che fu ritirata quasi subito dal mercato.
La line-up che troviamo in questo curatissimo doppio cd non è quella storica degli anni settanta ma quella con il mitico Mick Box alla chitarra, Lee Kerslake alla batteria, il compianto Trevor Bolder al basso, il cantante canadese Bernie Shaw e il tastierista Phil Lanzon entrati in pianta stabile in line up da metà degli anni ottanta. Gli arrangiamenti dei ventisette brani con l’inserimento di sezioni di archi, flauti e ammennicoli vari risultano molto interessanti dando una visione della band fresca e non datata anche nelle interpretazioni dei veri classici della band come “Gipsy”, ”Look at yourself”, “Easy Livin”. Versioni che comunque mantengono la loro identità e forza anche allontanandosi dagli stilemi anni settanta, cosa che spesso non succede a tutti quei mostri sacri del passato che provano a rielaborare i loro grandi successi con risultati spesso discutibili.
Visto che stiamo comunque parlando di una compilation, non sappiamo se questa vorrà essere la strada che vorranno intraprendere gli Uriah Heep nel futuro o solo un momento per chiudere un ennesimo capitolo di una storia importante per aprirne un altro. Di certo il risultato che ne viene fuori è molto godibile, con un suono curatissimo e uniforme in tutte le composizioni che in questo modo non risentono della differenza di età nella composizione tra un brano e l’altro ma che sembrano tutte composte recentemente. Un modo come un altro per “smarcarsi” dalla storia gloriosa degli Uriah Heep di Ken Hensley e David Byron senza infangarne il nome né rinunciare a quei brani che hanno reso il nome degli Uriah Heep uno dei più importanti del mondo rock mondiale.
Disco non solo per collezionisti.



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Antonio Piacentini

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