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CAIRO (UK) Say Heavy Right Food Records 2016 UK

Da non confondere con l’omonima band statunitense prog-metal autrice di tre album, l’esordio del gruppo inglese in questione segna il ritorno del tastierista Rob Cottingham dei Touchstone. Se in quest’ultimi vi era dietro il microfono la vocalist Kim "Elkie" Seviour, qui Cottingham ripete in parte la vecchia formula con Rachel Hill. In parte, sì, perché le parti lasciate interamente alla cantante non sono poi molte, in quanto a cantare ci si mette lo stesso leader, sia da solo che in compagnia della già citata singer. Per quel che riguarda i contenuti, qualcuno ha voluto azzardare che si tratti di hard-prog. Mah… Di sicuro i riff duri ci sono ed anche la batteria viaggia a ritmi belli spediti, ma tutto l’insieme sembra più tendere al new-prog e persino al pop. Dopo l’intro “Cairo”, oscura ed esotica tipo una notte egizia semi-cinematografica, occorre attendere la quarta “Wiped Out” per poter cominciare ad ascoltare davvero qualcosa. Un intrigo di suoni tecnologici, i succitati riff di chitarra, controtempi veloci e soprattutto la conferma che il batterista Graham Brown risulta il migliore, spiccando su tutti. Un fattore confermato nei nove minuti e mezzo di “Nothing to Prove”, sbandierata dagli addetti al marketing come una grande prog song. Gli spunti buoni ci sarebbero, anche se troppo spesso strozzati da continui stop ed uso di effetti, probabilmente per sottolineare lo stato di tensione del brano. Anche qui, come si diceva, un ottimo Brown, che nel finale dà il meglio di sé sugli spunti del chitarrista James Hards. Questi si dimostra valido da un punto di vista ritmico, mentre non è dato sapere cosa possa essere realmente capace di fare a livello solista.
La title-track allude al bombardamento mediatico e alle relative notizie fuorvianti, con tastiere in stile Moon Safari, anche se purtroppo non vi è la medesima capacità di elaborare melodie e ritornelli che facciano immediatamente presa, restando a lungo nella mente. Se si parla delle interpretazioni della Hill, si può rimandare a “Katrina”, canzone dall’afflato nostalgico, con una seconda parte decisamente più viva; ma anche a “Back from the Wilderness”, anche qui con una seconda metà decisamente migliore. “Katrina” verrà poi riproposta nel finale, a cui seguirà un lungo silenzio e poi una ghost-track strumentale dominata discretamente dalle tastiere.
Questo è uno di quegli album pompati mediaticamente (tanto per tornare a uno dei temi qui presenti) prima ancora della loro uscita. Di sicuro, ci sarà chi apprezzerà il prodotto con sincerità e la cosa non può che far piacere. Per tutti gli altri, si potrebbe avvertire l’esigenza di eliminare quelli che dovrebbero essere i due protagonisti e stare quindi a sentire cosa sarebbero capaci di fare gli altri tre senza certi vincoli formali. “Say” procede nonostante tutto su ritmi non velocissimi, spesso si interrompe, presenta tematiche non certo allegre, di sovente sembra sussurrato e dà la sensazione di essere una continua e costante introduzione a qualcos’altro che sta per arrivare. Ma questo qualcosa… arriverà mai?


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Michele Merenda

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