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DRIFTING SUN Safe asylum autoprod. 2016 UK

Nati a metà anni ’90 per volontà del tastierista francese Pat Sanders e del bassista Manu Sibona, i Drifting Sun pubblicarono nel breve volgere di 3 anni i loro primi due album, in bilico tra tentazioni metal e new prog. Poi una pausa di 17 (!!) anni e nel 2015 il ritorno di Sanders con una band profondamente rinnovata ed il piacevole “Trip the light fantastic”. Siccome poi l’appetito vien mangiando e, ritrovato l’amico Manu, ecco il pronto bis con “Safe asylum”. Album più articolato dei precedenti e che si avvale di un terzetto d’archi e di un flautista (Brian Wolfe) che si aggiungono al “classico” quintetto rock.
Il new prog che talvolta sconfina nel metal non viene del tutto dimenticato, ma la proposta risulta ora più variegata di quanto un frettoloso ascolto potrebbe erroneamente suggerire. Le tastiere di Sanders sono, neanche a dirlo, sovente in primo piano sia nei panni “solisti” ricchi di gusto e pathos, sia più defilate e di valido contorno agli altri strumentisti. Talvolta l’accento viene spostato in ambito più heavy (abbastanza stereotipato in verità…) ed in questi casi una ritmica possente è pronta a dettare legge. Nell’un caso e nell’altro offre una buona (se non ottima) prova delle sue capacità il vocalist Peter Falconer (già apprezzato nel precedente lavoro), dall’ugola piuttosto duttile e abile a destreggiarsi sia nei momenti più soft che in quelli più “tirati”.
Il brano di apertura “King of hearts” è abbastanza paradigmatico in questo senso con l’alternarsi di chitarre arpeggiate e riff corposi in una liaison che si ripeterà in altri pezzi dell’album. Notevole il lungo “solo” di synth di Sanders, mentre il finale è ancora appannaggio della chitarra acustica. Molto bella “The hidden truth”, più delicata e raffinata e anch’essa con lunghi “solos”, prima di Storey e poi di Sanders, molto melodici. La lunga “Intruder” riesce a conciliare una ritmica decisamente heavy con aperture sinfoniche ed il risultato è soddisfacente con Storey, prima, e Sanders, poi, autori di due pregevoli interventi. “Alice” si stacca completamente dagli episodi appena descritti: pianoforte, la voce di Falconer, gli archi ed il flauto dipingono una tela a tinte color pastello, una ballata suadente e di ottima fattura. “Wonderland” fluttua tra momenti bucolici ed altri “metropolitani” ed aggressivi, in cui cerca di porre rimedio qualche arioso passaggio melodico che il duo Sanders-Storey ha comunque nel proprio DNA. “Gods” inizia come una ballata acustica e con un bell’uso dei cori per poi inasprirsi sul finale. L’incontro-scontro soft-hard caratterizza “Desolation” tra cori eterei e “riffoni” heavy. Il brano successivo “Retribution”, collegato a “Desolation” con un breve stacco di batteria, si apre con un Falconer “da urlo” (nel vero senso della parola) e si dipana poi in un deciso heavy-rock senza troppi fronzoli.
C’è ancora spazio per un paio di bonus-track entrambe brevi strumentali: “Emphasis” dominato dalla chitarra elettrica e “Vagabond”, più complesso e dinamico con spazio per gli interventi solisti di chitarra e tastiere. “Safe asylum” sancisce un deciso passo qualitativo in avanti per i Drifting Sun con brani ben confezionati ad esaltare, anche, le doti di Falconer, veramente notevoli. La strada intrapresa pare quella giusta, la creatività ritrovata (due album a breve distanza temporale lo dimostrano appieno…) e aggiustando, di poco, la mira il bersaglio sarà ben presto centrato.


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Valentino Butti

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DRIFTING SUN On the rebound 1999 

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