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AUDIO'M Audio'm Amis 2016 FRA

Appena parte il cantato faccio un po' di fatica a focalizzare se si tratti di un falsetto maschile o di una profonda e particolare ugola femminile, soluzione quest'ultima che presto diviene la più probabile. Allora tuffiamoci nel booklet per fare un po' di chiarezza: la voce appartiene a una lei che risponde al nome di Emmanuelle Olmo-Cayuela e rappresenta forse l'elemento che fa più discutere di questo magnifico debutto discografico. Alcuni non hanno apprezzato il fatto che, pur essendo francese di nascita, abbia scelto di esprimersi in inglese. Questo, che io stessa considero un elemento a volte fastidioso, qualora l'accento nativo intacchi pesantemente quello che dovrebbe avere la lingua albionica, nel nostro caso non ha un impatto spiacevole, forse perché, paradossalmente, non si riesce neanche tanto bene a capire cosa effettivamente dica la nostra Emmanuelle dando quasi l'idea che il suo sia un linguaggio inventato. Questa scelta poi collima con uno stile molto British che poco o nulla ha a che fare con la scena francofona. Non manca chi rimane semplicemente spiazzato dal timbro della sua voce che ricorda forse un po' quello di Annie Haslam ma che è difficile da inquadrare bene. La voce, qualcuno ha detto, è un po' ingombrante e finisce col depotenziare gli splendidi momenti sinfonici di cui quest’opera è maestosamente imbevuta. Non concordo affatto con tali critiche e anzi, credo che Emmanuelle riesca a creare delle suggestive alchimie che la rendono simile a una enigmatica fattucchiera che si muove su scenari sonori tetri, dal fascino gotico e folkish. La musica, veniamo a lei, è davvero interessante e non riesco ad immaginare come potesse configurarsi nella sua forma più immatura, in fase di composizione, che avveniva attraverso il piano (strumento suonato da Michel Cayuela e da Mathieu Havart) e la viola da gamba (Emma Boudeau). Il risultato che possiamo apprezzare fin dalle primissime note di “Stolen Love Bite”, il lungo pezzo di apertura che supera i 14 minuti, è qualcosa di squisitamente sinfonico, ma di una sinfonicità buia e allo stesso tempo molto ricca, i cui particolari si infittiscono germinando progressivamente da una penombra impenetrabile. Bella sul piano puramente melodico ed arrangiata con incommensurabile gusto, grazie anche agli interventi preziosi di Moog e Mellotron, essa non nasconde minimamente un profondo amore per i Genesis, rivisitati nei loro aspetti meno eclatanti. Sicuramente il drumming esperto e particolareggiato di Marco Fabbri, che ricordiamo nella line-up dei The Watch, coadiuvato dal bassista Simon Segura, aiuta molto a creare certe suggestioni, ma accanto a queste chiare influenze ne percepiamo altre che ci riportano ai King Crimson o a volte anche ai Mellow Candle, quando prevalgono i particolari di matrice folk. Altre volte non facciamo fatica a creare associazioni mentali con certi gruppi di provenienza nordica, White Willow in primis, o anche collegamenti ai Black Widow, quando le incursioni hard blues si fanno più concrete, come accade ad esempio in “Run Away”, episodio dal cantato tormentato illuminato sinistramente dagli interventi del flauto traverso di Lyse Mathieu. Da ricordare sicuramente “Mourning Dove”, il secondo brano nella scaletta ed il secondo per lunghezza (13 minuti e mezzo) per le parti di Mellotron ombrose, per gli imponenti barocchismi e per le sue potenti spinte sinfoniche. Si tratta di un pezzo drammatico, interpretato da una voce solista assai teatrale, che lascia il segno con i suoi momenti evocativi e solenni. Altrettanto bella ed enigmatica è la successiva “The Human Race” con le sue note da notte stregata, gli intermezzi folk ben delineati e dal sapore medievale, la chitarra ed il clavicembalo che seguono una cadenza da salterello, i vividi intarsi gotici e gli intermezzi classicheggianti dalle colorazioni anticate con riferimenti che potrebbero farci pensare in parte agli Shub Niggurath. Vorrei ancora citare “Dead Quiet”, un brano davvero particolare con echi di Genesis e VdGG, le sue trame quasi orrorifiche, i suoni tetri ed opachi e gli inusuali intarsi flamenco. Emerge qui uno splendido lavoro alle chitarre suonate da Gary Haguenauer (quella solista), Dominique Olmo (quella ritmica) con il sostegno di Christophe Fernandez. Tutte queste chitarre non vi facciano pensare ad un disco tutto tarato sulle sei corde che sono ben presenti e sfruttate al meglio ma che non dominano spazi gestiti con equilibrio e discrezione. Le composizioni sono sei in tutto ma poco altro aggiungerebbe un'analisi completa e sistematica di tutti i pezzi che vi risparmio. Non mi risparmio invece di consigliarvi l'acquisto di questo che, ascoltato al termine del 2016, colloco fra le migliori uscite di questo anno. Il disco che non ti aspetti.



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Jessica Attene

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