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GOBLIN REBIRTH Goblin rebirth Relapse Records 2015 ITA

Negli ultimi anni è davvero complicato muoversi nel mondo dei musicisti dei Goblin. Similmente a quanto avvenuto per i New Trolls, ci siamo infatti ritrovati di fronte ad una serie di progetti con diverse denominazioni. Claudio Simonetti’s Goblin, Back to the Goblin, New Goblin, Goblin 4 e Goblin Rebirth sono le sigle che si sono viste su diverse copertine a partire dal 2005. A quanto pare, l’uso esclusivo del nome Goblin appartiene solo alla line-up che incise “Non ho sonno” nel 2002. Non ci addentriamo oltre, però, in quella che sembra una vera e propria telenovela e concentriamoci sui Goblin Rebirth, formazione portata avanti dalla sezione ritmica “classica” con il bassista Fabio Pignatelli e il batterista Agostino Marangolo coadiuvati dai tastieristi Adam Zammit e Danilo Cherni e dal chitarrista Giacomo Anselmi, oltre che da qualche ospite alle percussioni, alle parti vocali e al violoncello. Dopo aver puntato inizialmente sull’attività live, riproponendo brani del passato dei Goblin, questa band ha deciso di entrare in studio per registrare un disco di inediti, che vede la luce nel 2015. Affermiamo subito che l’impressione è quella che siamo di fronte nettamente al più bel disco di questo microuniverso fatto di tanti nomi diversi. Si parte subito in pienissimo stile Goblin con “Requiem for X”, aperto da un bel tema di tastiere, misterioso, che dopo un minuto circa cresce di intensità portando man mano il brano, complice la fantasiosa sezione ritmica e le divagazioni di una chitarra hackettiana, verso una vera e propria esplosione. Ci sono già ottimi ingredienti che ritroveremo con una certa continuità durante un ascolto che rivelerà un lavoro molto omogeneo, a partire dalla successiva “Back in 74”, con il titolo che è già tutto un programma. Anche in “Book of skulls” e “Mysterium” notiamo che i tempi sono per lo più spediti, l’interplay tra i musicisti è brillante e denota una grande amalgama e la qualità musicale si mantiene alta. In questa prima parte siamo assaliti esattamente quella stessa inquietudine che riusciva a trasmettere il gruppo storico negli anni ’70 ed emergono in pieno quelle suggestioni horror rock che hanno fatto storia con “Profondo rosso” e “Suspiria”. La presenza in organico di due tastiere fa sì che la musica si sviluppi soprattutto lungo le coordinate sinfoniche dettate da queste ultime, attraverso timbriche a volte vintage, a volte più futuristiche. La chitarra, dal canto suo, interviene cesellando con grande perizia e non manca qualche sporadico spunto più aggressivo. Poi iniziano a venire fuori curiosità davvero interessanti: si segnalano una “Evil in the machine” in cui viene utilizzato il vocoder per rendere le cose più tecnologiche, e la meravigliosa “Forest”, che parte con note ecclesiastiche di tastiera, supportate poi da una celestiale voce femminile, che si fa epica con il solo à la Gilmour della sei corde e che sembra spingersi in quei territori sonori esplorati da Angelo Badalamenti quando curò la musica di “Twin Peaks”. Merita una citazione particolare anche “Dark bolero”, una vera e propria cavalcata, in cui è impareggiabile il lavoro della coppia Pignatelli-Marangolo, che con i loro strumenti gettano le basi per delle soluzioni ardite e per degli sviluppi melodici davvero originali. “Rebirth” porta a conclusione il disco in uno stile che più classico non si può: sette minuti e mezzo strumentali ricchi di sfaccettature e di pura magia prog. Dopo un ascolto di tre quarti d’ora (durata contenuta che favorisce anche la scorrevolezza del lavoro) bisogna tirare le somme e non abbiamo timore a dire che, nonostante sia chiara l’eredità raccolta (in alcuni brani, soprattutto nella prima metà del disco, stiamo proprio ascoltando i “veri” Goblin), non siamo di fronte ad un’operazione nostalgica. Vedremo solo in futuro se questa rinascita porterà a nuovi episodi inediti, per il momento ci limitiamo ad elogiare senza remore “Goblin Rebirth”.



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Peppe Di Spirito

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