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ALAN SIMON Big bang Babaika Productions 2018 FRA

Sicuramente nel nostro immaginario Alan Simon rimane il menestrello bretone di “Excalibur”, la celebre opera rock celtica giunta lo scorso anno al suo quarto capitolo con la pubblicazione del volume intitolato “The Dark Age Of The Dragon”. Per non parlare poi di “Anne de Bretagne”, “Tristan & Yseult” o dell'esordio “Le Petit Arthur”, risalente quest'ultimo al lontano 1994, tutti titoli che dimostrano l'amore profondo di questo artista per la storia e per le antiche leggende. Vederlo proiettato fra le stelle, alle prese con l'astrofisica e le teorie sull'origine dell'Universo, nel pieno dominio della Scienza, mi ha spiazzato non poco. La NASA addirittura ha fornito al nostro poeta le sonorità cosmiche che ritroviamo calate in questi nuovi spartiti, fatto questo che d'istinto ci farebbe pensare a certi esperimenti di musica elettronica. La poesia non viene meno, e lo dimostrano le tante citazioni poetiche, da William Blake ad Antoine de Saint-Exupéry, poste a corredo di ciascun brano ma questa volta siamo ben lontani dai miti e dalle leggende e ci proiettiamo verso qualcosa di più ambizioso.
Come al solito Alan Simon si fa accompagnare da numerosi artisti, fra i quali segnalo, giusto per citare i più celebri, il connazionale Alan Stivell, con la sua leggendaria arpa celtica, il sassofonista John Helliwell dei Supertramp, il cantante ligure Roberto Tiranti e la voce solista dei Saga Michael Sadler. E, come se non bastasse, in loro aiuto interviene un'orchestra sinfonica in piena regola.
Date le premesse non è facile fare pronostici sul contenuto musicale di questo album anche se non è fuori luogo aspettarsi qualcosa di sinfonico, melodico ed aulico. Se poi pensiamo che questa musica è stata scelta per accompagnare i visitatori della Città dello Spazio di Tolosa allora possiamo ben capire quale impatto possano avere queste 14 canzoni sul grosso pubblico.
Ma rompiamo ogni indugio e facciamo finalmente chiarezza su ciò che vi aspetta. Effettivamente i suoni siderali ci sono e la loro provenienza cosmica è chiara alle nostre orecchie, questi però rappresentano poco più che graziosi spunti, piccoli ricami che ci introducono verso melodie dal taglio molto terreno e profondamente sinfonico, di natura squisitamente orchestrale e di grande impatto emotivo. Gli astrattismi e le sperimentazioni della musica elettronica insomma qui c'entrano pochissimo e le forme musicali rientrano in una sensibilità artistica che ben conosciamo, avvezza a soluzioni rassicuranti e di grande effetto. La pulizia dei suoni è come al solito strabiliante e le melodie sgorgano in modo sicuro e sgargiante. Già l'apertura “Prologue of the First Day” traccia scenari da colossal con archi imponenti e parti corali Orffiane.
Se le porte della percezione fossero purificate, tutto apparirebbe all'uomo come in effetti è, infinito” i celebri versi di Blake vengono scelti per rappresentare la successiva “Chaos”. I suoni spaziali donano una aura di mistero che si integra perfettamente nel contesto melodico del brano. Il sapore è quasi Oldfieldiano ed i disegni sono chiari ed accattivanti e su di essi si staglia elegante il sax di Helliwell. I brani, in prevalenza strumentali, hanno tutti una durata abbastanza contenuta e questo aiuta a non appesantire troppo un album che vuole apparire grandioso ma al tempo stesso estremamente leggero, digeribile e scorrevole. Colori acustici ed elettrici si compenetrano con naturalezza così come elementi di ispirazione diversa confluiscono con semplicità nello stesso tessuto musicale.
Alcune tracce sono molto classicheggianti talvolta impreziosite da nuance folk, alle quali il nostro Alan non rinuncia mai e in altre occasioni la matrice è più chiaramente rock, come in “Seven Moons in the Sky”, nella cui struttura ripetitiva entra una batteria ben scandita o come in “Starlight”, melodica ma al tempo stesso squadrata e diretta. Cito ancora “The Soul of the Stars” con una chitarra elettrica Floydiana e momenti orchestrali struggenti, l'oscura “Space Time” con i suoi accenti jazzy ed il sax che domina ancora la scena e la conclusiva “The Waltz of the Universe”, un valzer in piena regola molto cinematografico, dominato dalle gelide note del piano. Talvolta l'esigenza di creare qualcosa di coinvolgente ed accogliente per l'ascoltatore determina a mio parere soluzioni fin troppo semplificate ma l'opera appare tutto sommato equilibrata e mai tronfia, rischio questo più che concreto quando ci si lancia in certi progetti musicali. Ma Alan è ormai un veterano del genere e sa bene dove può calcare la mano e in che territori può spingersi senza creare troppo disagio.
Se conoscete già l'artista questo nuovo e piacevole album, nonostante la novità tematiche e le contaminazioni elettroniche, seppure molto all'acqua di rose, non vi farà perdere certamente la strada di casa.



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Jessica Attene

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