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TONOCHROME A map in fragments Bad Elephant 2018 UK

Nella presentazione sul sito dei Tonochrome si parla di art rock, di grunge, di jazz, di classica contemporanea e di altro ancora. Forse è il caso di fare un po’ di ordine parlando di “A map in fragments”. Si tratta, in effetti, di un lavoro dalle molteplici sfaccettature, ma è ben lontano dalla confusione che si può generare accostando certi generi e termini. Né ci va di adottare un’espressione come “eclectic prog”, molto usata negli ultimi anni, che però vuol dire tutto e non vuol dire nulla… Per questo loro primo full-length i Tonochrome puntano su un sound che sia al passo con i tempi e scelgono punti di riferimento molteplici pescando da più fonti e da più archi temporali. Alle orecchie più aperte di chi ama la buona musica farà sicuramente piacere avvertire la capacità di creare un’opera ricca di intuizioni acute, per le cui influenze potremmo andare a scomodare esponenti importanti di post-rock e dello shoegaze ed affiancare nomi quali Japan, XTC, Porcupine Tree, Knifeworld e tanto altro.
Canzoni brevi, concise, dirette, ma articolate al punto giusto, con una ricetta sonora che abbina timbri puliti e arrangiamenti raffinati; questi, in estrema sintesi, i contenuti del cd. L’incipit “The ridge” ci mostra una band capace di incantare con una sorta di pop sognante nel quale fanno breccia squarci strumentali elegantissimi caratterizzati dalla presenza di archi e fiati. Il primo breve interludio strumentale, guidato dalla chitarra, segue la scia della prima composizione e, in pratica, la porta verso la terza traccia, in cui fanno capolino compassati ritmi elettronici ed un’atmosfera rilassata che può ricordare i Cocteau Twins inizialmente, ma con un netto cambio di direzione nel finale, in odore di Porcupine Tree/Steven Wilson. Questo tipo di sviluppo, che si ripete durante l’ascolto, sembra quasi andare a costruire delle minisuite molto ingegnose. Non pensate a “Supper’s ready”, “Tarkus” e compagnia bella; qui il discorso è diverso, anche perché i cambi di tempo e di atmosfera sono molto meno repentini, eppure i Tonochrome fanno sicuramente bella figura. In quest’andazzo non sorprende, mentre scorrono i minuti, trovarsi con naturalezza di fronte a pezzi che evocano i Radiohead (“Tighter”), ad assoli di chitarra intriganti e che denotano personalità, a scenari che si avvicinano allo space-rock (“Disputed area”), allo stravagante andamento ritmico, con tanto di tempi dispari, di “Just like us” e si possono menzionare persino i King Crimson degli anni ’80, per “Humbled and broken”. Da evidenziare anche l’indirizzo jazz che si avverte in più di un passaggio, o quei legami con la classica contemporanea quando intervengono il quartetto d’archi e quello di fiati in maniera non così distante da quanto fatto dagli After Crying degli esordi (ascoltate la conclusiva “Missing piece” e diteci…), o, ancora, la capacità della band di mostrarsi sempre orecchiabile e diretta (soprattutto per le parti cantate), anche quando si mette in mostra con stravaganze varie. Il problema è che qualsiasi descrizione e qualsiasi parola utilizzata non rendono davvero chiaro il percorso stilistico seguito dai Tonochrome, che è molto più lineare di quanto possa apparire per quello che abbiamo detto finora. Se però vi abbiamo incuriosito provate a dare una possibilità a questo lavoro, nel quale potrete trovare ulteriori sorprese, oltre a quelle già evidenziate.
La mente principale dietro questo progetto è quella del cantante Andres Razzini, che si dimostra compositore valido. Ovviamente fanno bella figura anche i suoi compagni di avventura Charlie Cawood (chitarra), Jack Painting (batteria) e Steve Holmes (tastiere, programmazione), tutti ben coadiuvati dagli svariati ospiti che danno il loro contributo al basso, alla voce, agli archi, ai fiati e al vibrafono.
Vogliamo concludere ribadendo che “A map in fragments” è un disco molto bello, che forse incontrerà qualche ritrosia ad essere accolto con calore da chi ama le forme più “tradizionali” di prog, ma che può ricevere parecchi apprezzamenti da chi è interessato a quei lavori più borderline, che flirtano molto con il progressive rock pur senza addentrarsi per bene in qualche sottogenere preciso.



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Peppe Di Spirito

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