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ALGEBRA Deconstructing classics Andromeda Relix / BTF 2019 ITA

Un disco enorme, 154 minuti divisi su due CD, composto quasi integralmente da cover di brani ultra-famosi, ultra-ascoltati, straconosciuti a memoria.
Loro sono gli Algebra di Mario Giammetti, ben noti, nonostante soli tre album in venticinque anni. Il primo, “Storia di un Iceberg” discreto album, un successivo e migliore “JL”. Una band abbastanza abituata alle cover, visto che anche nel loro primo album coverizzarono i Genesis con “Firth of Fifth” in medley con “Afterglow”.
La maggior parte delle cover inserite in questo album arrivano proprio da precedenti pubblicazioni di tributi, soprattutto editi da Mellow Records, quindi stiamo parlando di una compilation di cover, derivata da altre compilation di cover. E questo vale per l’intero primo disco. Per il secondo troviamo invece brani inediti. Per molti si tratta ancora di cover, ma eseguite dal vivo, altri sono brani originali della band in parte dal vivo, in parte in studio. C’è poi un altro (quasi) inedito, “Il crepuscolo” un arpeggio eseguito da Mr. Anthony Phillips basato sulla sua originale composizione di Dusk.
Quando una band deve preparare la cover di una brano famoso o famosissimo, ha a disposizione due strade. O ne fa una rappresentazione fedele, anche ricercando maniacalmente i suoni, gli arrangiamenti, le tessiture armoniche oppure la personalizza, poco, tanto o tantissimo, arrivando anche a stravolgere totalmente l’originale utilizzando la composizione di riferimento a mo’ di canovaccio. Giammetti e Co. in questo lavoro pare si siano orientati verso il “tantissimo” e il titolo del disco dovrebbe confortare questa linea. Gli arrangiamenti, infatti, sono tutti molto personalizzati, con cambi di strumenti, inserimenti di assolo in sostituzione o in aggiunta alle strutture iniziali. Ad ogni modo che nelle cover si cambi nulla, poco o tutto, quello che rimane assolutamente intoccato e inevitabile è il confronto con l’originale. E non è che l’allontanamento pressoché totale potrà evitare il paragone. Questo detto è limitato all’ortodossia. Ora parliamo un po’ dei paradossi. Quello principale esce fuori nel tentare di capire a chi possa essere indirizzato un disco così. Mi si permetta di citare un caso personale, ma supportato da confronti con molti altri ascoltatori accaniti. Possiedo, credo, tutti gli album di cover prodotti negli ultimi vent’anni, per alcuni, con mia totale insoddisfazione, vi ho anche preso parte, quindi posso dire con certezza quasi matematica, che gli album di cover nella stragrandissima maggioranza dei casi vengono ascoltati una sola volta. Di conseguenza, un album che raccoglie cover, già presentate in altre raccolte non può avere speranze migliori, anzi, porta ad un generale calo di interesse e curiosità. Insomma, un lavoro così non può, in ogni caso, risultare intrigante, appassionante e coinvolgente. Quindi, torniamo al filo del discorso per capire a chi possa essere indirizzato. Il fatto è che dischi come questo, per funzionare, dovrebbero (teniamo ben fermo il condizionale) essere indicati a chi non abbia mai ascoltato nessuno dei brani originali, il paradosso, invece, ci dice che il disco sia proprio indirizzato ai soli amanti del genere, a quella piccola nicchia che vi si identifica in maniera ancora decisa e quei brani li conosce già a menadito.
Quindi? Quindi non lo so. Io l’ho ascoltato tutto, diverse volte per dovere di cronaca, anche i brani che già conoscevo per le precedenti compilation. Poi lo risentito ancora e poi ancora una volta, mi è piaciuto? No. Mi sono piaciuti gli arrangiamenti? No. Ho provato ad estraniarmi ed ascoltare come se fosse la prima volta, per quei brani? Ho tentato, ma riuscirci sarebbe fantascienza, quei brani sono come DNA nel mio corpo è come provare a sollevare un bicchiere pensando che il braccio sia di un altro.
I brani, tanto per citarne qualcuno con le loro peculiarità. La prima menzione per “La Cura” di Battiato con ospiti Steve Hackett e Anthony Phillips, unico brano inciso appositamente per questa uscita e quindi il più recente della raccolta, essendo del 2018/2019. Buono il sapore particolare che dona la 12 corde di Phillips, perfettamente calato nel suo stile e nelle sue metodologie il lungo assolo di Hackett, non alla stessa altezza il cantato. “Dusk” dei Genesis, abbastanza fedele la parte di cantato, troppo personale e sbilanciata la parte di intro e soprattutto l’inserimento di un assolo di sax alto su ritmo cadenzato e un saporaccio alla Fausto Papetti. Meglio l’inserimento del solo di violino e della ripresa più percussiva. “Song within a song” dei Camel, alti e bassi, interpretazioni e inserimenti non pienamente azzeccati, anche qui, soprattutto, il sax alto stile “notte fonda in balera”, ma anche l’arrangiamento pianoforte/fisarmonicistico/ritmico della sezione strumentale ha davvero un andazzo al limite del disturbante. “Funny Ways” dei Gentle Giant, discrete le parti strumentali, troppo povere quelle vocali che risultano come deprivate di ricchezza melodica. Comunque, tra le cose migliori del CD. “Felona e Sorona” delle Orme, complessivamente non male, ma il tentativo del 1997 di “svecchiare” il brano inserendo tastiere del momento, ha l’effetto di ancorare la cover negli anni ’90, problema che ritroviamo in molti brani, ovviamente non solo degli Algebra, anche qui, mi perdoni Maria Giammetti, ma il sax ha un arrangiamento piuttosto fuori luogo, ottimo invece è il lavoro alla batteria di Enzo Del Basso. “Take a Pebble” degli Emerson, Lake and Palmer, la miglior del disco, un po’ debole il cantato, ma buone le scelte e gli arrangiamenti strumentali. Decisamente in discesa il resto del primo CD, con una tediante, noiosa e quasi offensiva “Old Rottenhat” di Wyatt, rendiamoci conto che certe espressioni vocali le si concedono solo a Wyatt e a nessun altro. Poi una spigolosa e troppo cadenzata “Up to me” dei Jethro Tull e tre brani alquanto discutibili sia per scelta, sia per arrangiamenti. Chiude il primo CD, anche qui con alti e bassi, “Sleepers” di Hackett.
Il secondo CD è una raccolta ulteriore di frammenti live, di ritagli della primissima fase della carriera della band, il sapore generale è un po’ quello del: “dai infiliamoci pure questa”.
Cosa salviamo tra questi brani. Poco, pochissimo e, nel tentativo di salvare il salvabile, si può raccogliere qualche minuto qui e là, una buona parte dello strumentale “Straight” e qualche (breve) momento di “Russian suite” degli stessi Algebra, discreta la riuscita di “Open door” dei Genesis. Davvero pesanti se non indigeribili altri momenti come la versione live di “Ripples” dei Genesis o le forzature ritmiche di “Lobster” dei Fairport Convention. Mi fermo qui ed evito di commentare altri particolari - mi si perdoni - quasi vergognosi.
In generale, per tutto il disco, quello che gli arrangiamenti fanno avvertire, è una privazione. Un sottrarre professionalità per inserire un certo infantilismo musicale, una frequente banalizzazione melodica, ritmica, armonica in generale. Gli inserimenti di sax alto sono forse i più negativi, donando al tutto un andazzo leggero da sala da ballo alle tre del mattino, quando tutto è stanco e offuscato e si ha più voglia di andare a dormire, piuttosto che stringere qualcuno nell’ultima danza.
Quello che ancora non ho capito è il senso finale del tutto, non lo trovo. Non trovo neppure spunto per un consiglio d’ascolto, se non a quei pochi che non abbiano mai ascoltato le raccolte da cui questi brani sono stati estratti, ma la vedo difficile. Come sempre dare un giudizio negativo su un lavoro costato fatica e sudore è difficile, ma proprio non sono riuscito a trovare spunti migliori. La raccolta, concludendo, ha il sapore dell’album di memorie di vita vissuta, dove vuoi trovare spazio anche per quell’unica fotografia che hai fatto con quella prima fidanzatina, che era venuta maluccio, forse era pure un po’ sfocata e il tempo l’ha ingiallita, invecchiata, l’ha quasi resa illeggibile, ma è un ricordo unico e lo terrai nel cuore comunque e per sempre. E qui di fotografie di vecchie fidanzatine ce ne sono parecchie e i loro difetti non sono semplici sfocature o qualche orizzonte storto sui quali si possa chiudere un occhio. Qui si tratta di provare a condividere dei ricordi estremamente personali con tutti e sperare che possano scatenare gli stessi ricordi, le stesse emozioni e rievocare le stesse sensazioni agli altri. Può funzionare?



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Roberto Vanali

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