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MANGALA VALLIS Lycanthrope Ma.Ra.Cash 2005 ITA

La PFM ci riprova coi vampiri, gli emiliani Mangala Vallis, con il loro secondo album, puntano tutto sul licantropo, mettendo in piedi un concept che mostra tutto il loro impegno per l'ottima riuscita del progetto. Uno degli assi nella manica è Bernardo Lanzetti (già ospite nel debutto discografico) che compare questa volta a pieno titolo nella formazione della band ed è inoltre l'artefice di tutte le liriche. Occorre premettere che la voce di Lanzetti è in perfetta forma e si esprime, nel suo stile caratteristico, con grande slancio emotivo nell'interpretazione di testi introspettivi e teatrali, come nel toccante pezzo di atmosfera "Call Me Alias". Non abbiamo certamente un gruppo che deve dimostrare di saper suonare: si tratta di musicisti navigati che sanno addomesticare i suoni in funzione delle emozioni che si prefiggono di trasmettere. Fra gli attori invitati troviamo anche David Jackson, che negli ultimi anni sta collezionando presenze eccellenti in molti album Prog. Lo spettro sonoro impiegato è volutamente vintage e derivativo, con ampie partiture strumentali ed un buon equilibrio nell'inserimento delle parti cantate: il gruppo sembra quasi volerlo mettere in chiaro già dai primi quattro accordi che inequivocabilmente ricordano "Watcher of the Skies" (e di suoni alla Genesis l'album è colmo) come a voler dire con forza: "questa è la musica che ci piace e vogliamo suonare, senza compromessi, se vi piace accomodatevi pure, altrimenti l'uscita è da quella parte"... E noi volentieri ci accomodiamo in galleria per dare un'occhiata allo show. Le tonalità sono spesso oscure e tenebrose, come la trama impone, con ottime prestazioni vocali (il cantato di "Cosmotraffic jam" ci riporta la mente direttamente a "Chocolate kings") e delle tastiere che talvolta sembrano voler soffocare tutti gli altri strumenti. Ci si potrebbe chiedere che senso abbia ancorarsi così profondamente ai luoghi comuni del prog (i tratti caratteristici del prog nostrano dei bei tempi non mancano) ma in fondo questo ci avvelenerebbe soltanto lo spettacolo che non è privo di belle atmosfere e scenografie. I suoni sono ricchi ma presentano una scala cromatica piuttosto omogenea per tutta la durata dell'album ma, a dire il vero, non è solo la scala cromatica ad essere omogenea, bensì un po' tutte quante le atmosfere delle 8 composizioni che compongono "Lycanthrope". Pochi brani si elevano sugli altri, non tanto a livello qualitativo, quanto dal punto di vista dell'attenzione che richiedono durante il loro scorrere: un ascolto distratto difficilmente riuscirà a non confondere un brano con l'altro (anche perché quasi tutti sono legati fisicamente tra loro, formando la "Werewolf suite") e ritenere nella memoria le varie situazioni musicali. Intendiamoci: l'album è divertente all'ascolto e, in generale, tocca le note giuste per farsi piacere da un ascoltatore Prog. Tuttavia solo in qualche episodio la musica riesce a catturare veramente l'approvazione di un ascoltatore smaliziato, indifferente, più che infastidito, ad un Prog fatto di stilemi riconoscibili e frutto di una passione per una tipo di musica ben definito. Come per ogni rappresentazione teatrale tutto sembra finire quando si chiude il sipario e ben poco rimane, a parte qualche bella emozione che abbiamo provato durante la rappresentazione. Ma in fondo lo scopo dell'album sembra proprio quello di intrattenere senza troppe pretese di evoluzionismo ed originalità. E' ovvio che al termine dello spettacolo c'è sempre qualcuno che vorrebbe farsi restituire i soldi del biglietto, è anche vero che chi si avvicina a quest'album sa benissimo cosa aspettarsi. Quindi chi condivide lo spirito ed un certo modo di intendere la musica si accomodi pure, gli altri restino senza rimpianti fuori della sala.

 

Alberto Nucci & Jessica Attene

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