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IL PARADISO DEGLI ORCHI Il paradiso degli orchi autoprod. 2011 ITA

Un nome bello e molto “prog” è stato scelto da questo quartetto proveniente dall’area bresciana e formato da Marco Degiacomi (chitarra, xilofono e voce), Andrea Corti (basso), Iran Fertonani (percussioni) e Michele Sambrici (chitarra, tastiere e voce). E i lettori di Pennac avranno subito drizzato le antenne, riconoscendo ne “Il paradiso degli orchi” uno dei più famosi romanzi dell’autore francese. Eppure, anche se riconoscono di avere preso il nome dal libro, i musicisti non vogliono narrare le gesta di quel fantastico personaggio che è Benjamin Malaussène, che di professione fa il capro espiatorio (sic! Leggete la sua saga se non l’avete già fatto) e che ben si presterebbe a riletture sonore orientate al progressive. Poi scopriamo anche che ascoltando il disco la percentuale di progressive in esso contenuta non è così elevata… Insomma, a questo Paradiso degli Orchi sembra proprio che piaccia mescolare bene le carte, ma questo mi sembra anche uno di quei casi, lo dico subito, in cui l’imprevedibilità va premiata. Il nome sarà pure adatto ad essere accostato a tutta quella schiera di gruppi italiani che dagli anni ’70 ad oggi hanno scelto una sigla molto particolare per presentarsi, ma nei settantaquattro minuti dell’omonimo esordio vengono a galla indie-rock, psichedelia, i Primus, i CSI, i Mars Volta, i Radiohead, i Talking Heads, i Rush, i Cure più allegri, ma anche qualche cantautore malinconico (Jeff Buckley, Ray Lamontagne), il post-rock, l’immancabile Zappa… Eppure, l’attitudine del gruppo mi ha riportato alla mente un’altra band emersa pochi anni fa, seguita molto dagli addetti ai lavori in ambito prog e che purtroppo non ha dato ancora nuovi segni di vita. Sto parlando dei J’Accuse e di quella loro capacità di unire più stili e di guardare avanti pur partendo da basi solide di un passato musicale non troppo remoto. Il Paradiso degli Orchi, così, dimostra di saper essere sanguigno eppure elegante, corrosivo, ma senza dimenticare di usare tanto il cervello, in un viaggio musicale che corre lungo quaranta e passa anni di rock. Dodici le tracce presenti, che sembrano ricchissimi collage sonori, a volte ricercati e bizzarri, a volte più diretti (c’è persino un techno-pop gradevolissimo che sembra uscito dagli anni ’80, rimodernato un po’ e intitolato “Pig war”). I pezzi sono stati registrati quasi in presa diretta, proprio a mostrare che sono pensati già per la dimensione concertistica, che i musicisti devono amare molto. Su ritmi spesso veloci e insistenti, la chitarra diventa il più delle volte protagonista con un sound abrasivo, ma è capace anche di orientarsi verso uno stile Gilmouriano. Molto curioso anche l’apporto delle percussioni, che hanno un che di tribale e acido allo stesso tempo. Si rischia effettivamente di perdersi in questo pot-pourri infinito proposto dalla band, che però sa coinvolgere, sa indirizzare i brani in maniera tale da risultare credibile, sa mostrare di tanto in tanto delle caratteristiche del prog che mantengono interessante e brillante l’evoluzione di alcune composizioni (cambi di tempo e di umore, passaggi strumentali intriganti, strutture di una certa complessità, qualche passaggio un po’ solenne). E’ lo stesso Paradiso degli Orchi, in effetti, a spiegarci che il cd è il frutto di dieci anni di passione musicale e ci fa sapere che oggi questa passione vede spingere la sua musica verso lidi sempre più progressive. Intanto ci godiamo questo lavoro, ma siamo davvero curiosissimi di gustare il bis per vedere dove sarà indirizzata la proposta della band.


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Peppe Di Spirito

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