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MIRIODOR Cobra fakir Cuneiform Records 2013 CAN

Per gli affezionati il 2013 rappresenta l’anno atteso per l’uscita del nuovo lavoro: è ormai dal 1991 che le uscite dei Miriodor arrivano, immancabili, ogni quattro anni esatti e questo conferma.
Attesa sì, ma da loro sai sempre cosa aspettarti, sai che non ci sarà delusione e pur nella loro forte e determinante coerenza sai anche che avrai belle sorprese, qualche idea nuova, qualche momento splendido più degli altri, qualche sequenza che oltre a sapere di inedito è condita e velata di cose note e rassicuranti e qui la seconda conferma.
Ora sono rimasti in tre, frase un po’ ripetitiva nel mondo progressive, ma qui si tratta in realtà di un ritorno, perché in sostanza è la stessa formazione del 1995 di “Jongleries Elastiques”, con il trio base Pascal Globensky, Rémi Leclerc, Bernard Falaise, tutti giganti del polistrumentismo, per una ricchezza sonora che davvero notevole.
Quello che propongono con questa nuova uscita è quella classica mescolanza di cose sublimi che derivano dal Canterbury Sound, dal R.I.O., dal jazz, dal minimalismo, dalla musica cameristica e un po’ da tutte le forme di avanguardia e sperimentazione della musica moderna, passando, ovviamente, anche da Frank Zappa.
Abbiamo così da ascoltare undici brani inediti, molto variabili nelle forme, ma estremamente riconoscibili nella loro natura pienamente Miriodor. Ciascun brano è un dipinto completo e, anche se gli avvii sono spesso semplici bozzetti, si arriva alla fine dove la compiutezza e definitiva, sempre.
Le chitarre di Falaise si spingono spesso verso l’acustica come nell’opener “La Roue” dove pulizia e dinamica vanno rotolando sul 5/4 del tema principale, per variazioni continue. O come nel finale di “Cobra Fakir”, splendido affresco canterburyano che pare uscito dalla penna dei migliori Hatfield, a tratti sinfonico, spettacolare nelle sue poliritmie che raggiungono persino temi gentlegiantiani. “Paris-Roubaix” è la più breve della set-list. Con poco più di due minuti è una pennellata rapida ed emozionante, dinamica, vignettistica e si muove ciclica come all’interno di una lampada magica Trousselier. Talvolta l’intensità sale a livelli parossistici, è il caso di “Titan” e di “Tandem” crimsoniane, ma non solo. Ci sono echi di sperimentazione elettrica hammilliana, contorcimenti gotici e classici nei quali le note di organo sembrano voler gridare in spazi distorti e racchiusi. I paesaggi terrifici di “Speed-dating sur Mars” si mischiano a parvenze melodiche che aprono il cuore, ed è il caso di “Maringouin”, un jazz rock raffinato e coinvolgente che però presto devia in ansiogene partiture alla Univers Zero. Un finale di disco fantascientifico con “Expérience 7”, poderoso nei suoi silenzi e nei suoi minimalismi dai quali escono mostruose note di synth che sembrano ruggire al deserto stesso che le ha partorite.
Mi pare tutto e mi pare anche inutile sottolineare più di tanto che la band è, come sempre, in una piena compositiva ineguagliabile. Non so, ogni volta credo di poter dire di essere di fronte al miglior disco dei Miriodor. Ogni volta ho questa sensazione, così ascolto e riascolto per trovare quelle parti che lo possano elevare a tale rango e qui ce ne sono a iosa. Poi penso che sia bene aspettare il prossimo, magari sarà ancora meglio.


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Roberto Vanali

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