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VEZHLIVY OTKAZ 1985 – 1995 FEELEE 1995 (Geometriya 2015) RUS

Dieci anni di vita artistica non sono pochi e nel 1995 rappresentarono per i Vezhlivy Otkaz l'occasione ideale per ripercorrere un repertorio ricco e variegato. Il leader, cantante e chitarrista, Roman Suslov, non si limitò a selezionare i brani più significativi ma volle eseguirli nuovamente in studio con una formazione arricchita che comprendeva numerosi strumenti a fiato con Andrey Solovyov e Konstantin Mikheev alla tromba, Yury Shubin all'oboe, Sergey Batov al sax, e Arkady Shilkloper al flicorno. La sezione ritmica era sempre a carico dei veterani Mikhail Mitin (batteria) e Dmitry Shumilov (basso, contrabbasso e fisarmonica) mentre alle tastiere notiamo ancora Maxim Trefan che qualche anno più tardi sarà costretto ad abbandonare il gruppo in seguito ad un incidente.
Il repertorio dei Vezhlivy Otkaz, che poteva contare allora su quattro album in studio molto eterogenei, assume qui una discreta coerenza stilistica grazie ad una formazione ampia ed esperta che è riuscita nel raro intento di accostare con garbo e logica brani di estrazione cameristica ed avanguardistica a produzioni più anarchiche e ad altre sbilanciate verso il jazz attraverso un'opera di sintesi, oserei dire, perfetta. Vedete che questo album assume delle sembianze un po' diverse da quelle di un semplice “best of” offrendoci una summa di ciò che i Vezhlivy Otkaz erano all'epoca. In particolare i brani più vecchi, come quelli presi dall'esordio clandestino “Opera-86” (reperibile all'inizio solo su magnetoalbum, cioè su nastro a bobina, e successivamente riproposto, nel 1989, dall'etichetta di stato Melodiya), ne escono fuori decisamente rinfrescati, svelando appieno il loro potenziale nascosto. Ecco che “Secretly Carrying” (mi permetto di utilizzare la traduzione in inglese dei titoli) perde tutto il suo retaggio anni Ottanta, acquista sonorità urbane e sofisticate, diventa più declamatoria e meno approssimativa, più teatrale, esasperata nei toni col suo basso in evidenza, la chitarra funky ed un superbo piano jazz. Persino un cavallo di battaglia come “Hey”, originariamente presentato nell'album “Dust on Boots”, risulta più convincente, egualmente provocatorio ed irriverente ma molto più sofisticato, serpeggiante, soft, jazzy.
Sono proprio i brani estratti da “Dust and Boots” a prevalere in numero: ne troviamo ben cinque su tredici mentre quelli appartenenti al versante RIO e cameristico ne risultano a dire il vero un tantino penalizzati. La sola “Icarus” proviene dal meraviglioso “Ethnic Experience” (1990), album che personalmente amo alla follia, e due pezzi appena, “Walz” e “Bossa Nova”, appartengono invece a “Go to it” (1992). Riguardo “Icarus”, il suo potenziale cameristico è sprigionato essenzialmente dal piano mentre i fiati forniscono delle eleganti finiture. Il cantato è come sempre incisivo, istrionico, sublime e conduce con forza il ritmo del pezzo, esasperato e potente in una versione molto suggestiva che differisce in modo abbastanza significativo dall'originale. Molto belle e tutte da assaporare anche le versioni degli altri due brani appena citati, dagli spartiti mobili e cangianti.
In linea generale, proprio per questo sbilanciamento in favore del repertorio più vecchio, l’album appare nel suo insieme asciutto ed essenziale, con una netto risalto delle dinamiche vocali, ritmiche e metricamente complesse, che fanno da perno a tutte le costruzioni armoniche, come ben sanno i fan di questo bizzarro ensemble. Di inediti ne abbiamo invece quattro, e direi che non è poco. “Portrait” era stata pubblicata prima solo su una bootleg compilation: una chitarra strimpellata in modo nervoso è il supporto per una performance vocale come al solito verbosa e declamatoria. Il pezzo, come molti dei brani più datati, è asciutto ma piuttosto caustico. “Fint”, spesso presente nel repertorio dal vivo della band, si poggia ancora sulla chitarra acustica, ora arpeggiata, e gli umori sono cupi e rassegnati. La notevole “Weight-smith's cantata” si basa su un testo di Gor Organisyan che fa leva su alcuni stereotipi e simboli del recente passato sovietico. Il tono è burlesco, sostenuto, irriverente, con gli strumenti che si affrontano in modo inquieto, il piano cameristico, i fiati prepotenti ed i soliti incastri vocali psicotici e martellanti di Suslov. Infine ecco “Paroxysm”, con i suoi contrasti, che anticipa in realtà una versione forse, col senno del poi, più efficace che comparirà due anni più tardi sull'album “Stone and Steel”.
A completare questa bellissima riedizione, racchiusa in un graziosissimo box apribile, non poteva mancare una piccola sorpresa e cioè un DVD bonus contente uno spettacolo dal vivo in TV datato 4 Febbraio 1995 e un’intervista realizzata invece nel 1997. Vista anche la difficoltà a reperire i dischi originali salutiamo con entusiasmo questa splendida ristampa, occasione in più per fare la conoscenza di una realtà musicale unica ed originale, spiazzante, senza dubbio, ma potente e di gran valore. Potreste iniziare a familiarizzare con i Vezhlivy Otkaz proprio da qui, nessuna controindicazione, sempre che non siate degli irresistibili romantici che mal digeriscono le sorprese.



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Jessica Attene

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