Home
 
I WILL KILL CHITA Hladikarna Noname666 / Addicted Label 2017 RUS

“Hladikarna” è il quarto album della band russa IWKC (I Will Kill Chita). Fondata nel 2008 dai fratelli Samarin, il nome della band fa riferimento in maniera scherzosa ad un litigio fra i due, dove Chita è appunto Nikita il batterista della band, mentre Nikolai, l’altro fratello, è multistrumentista (tastiere, chitarre e basso) e mente principale della band. Inizialmente nati come una confusionaria band garage punk, nel corso degli anni hanno evoluto e raffinato il loro sound arrivando a produrre sound fortemente psichedelico e krautrock con evidenti rimandi al post rock e con alle volta un gusto jazz. Tuttavia non manca in alcuni casi un approccio molto Prog, dato da cambi di tempo, ritmi complessi e spesso da strutture compositive quasi sinfoniche. Per fare ciò la line up della band ha integrato, oltre ai fratelli Samirin, ad un “normale” bassista (Andrei Silin) e un tastierista (Alexander Ivanov), un terzetto cameristico composto da Artem Litvakovsky al violoncello, Denis Smirnov al corno francese e Ksenia Pluzhnikova al violino. La voce all’interno dell’album, tranne qualche raro caso, è sempre messa in secondo piano, raramente è usata nella maniera più canonica ma spesso sono sussurri, grida o messa in sottofondo. Al netto di ciò, le parti vocali assumono comunque un’importanza strategica nel sound della band, servendo infatti spesso a conferire un’atmosfera particolare. In effetti, oltre ad essere in minima parte curate da Nikolai, sono coperte tutte da una moltitudine di ospiti, ognuno dei quali ne copra una sfaccettatura diversa: chi chiamato ha “urlare”, chi a fare cori, chi a cantare con la gola, ecc...
Il disco inizia con il riff truculento e implacabile di “Kastemkampf”, un brano molto breve che apre per il successivo “Samadhi” dove atmosfere ipnotiche indiane sono integrate in un sound molto Doom. Con “Emerald River” siamo in pieno mood psichedelico; mi ricorda lontanamente alcuni brani dei Pink Floyd pre-“Dark Side”, ma con un sound più pesante. Con il successivo “Hladikarna” si prosegue sulle atmosfere psichedeliche, ma con molta più melodia. “Youth” è il pezzo più mainstream con una vena pop/alt rock che sembra provenire direttamente dagli anni ‘90. Con gli ultimi due brani dell’album “Land of Stupas” e “Opium des Folkes” si ritorna a sonorità più krautrock, spaziando tra momenti più minimalisti e cambi di tempo più propriamente prog.
Nel complesso il disco si lascia ascoltare, le idee non mancano così come la voglia di esplorare nuove sonorità, ma il problema maggiore è che alla fine ti rimane poco addosso e anche la voglia di riascoltarlo latita.



Bookmark and Share

 

Francesco Inglima

Collegamenti ad altre recensioni

I WILL KILL CHITA Evil bear Boris 2015 

Italian
English